La fronte sollevò, rizzossi in piedi l'addolorato spirto, e le pupille tergendo a dire incominciò: Tu vedi, signor, nel tuo cospetto Ugo Bassville,
della francese libertà mandato sul Tebro a suscitar le ree scintille. Stolto, che volli coll'immobil fato cozzar della gran Roma, onde ne porto
rotta la tempia e il fianco insanguinato; ché di Giuda il leon non anco è morto; ma vive e rugge, e il pelo arruffa e gli occhi, terror d'Egitto, e d'Israel conforto;
e se monta in furor, l'aste e gli stocchi sa spezzar de' nemici, e par che gridi: son la forza di Dio, nessun mi tocchi. Questo leone in Vaticano io vidi
far coll'antico e venerato artiglio securi e sgombri di Quirino i lidi; e a me, che nullo mi temea periglio, fe' con un crollo della sacra chioma
tremanti i polsi e riverente il ciglio, Allor conobbi che fatale è Roma, che la tremenda vanità di Francia sul Tebro è nebbia che dal sol si doma,
e le minacce una sonora ciancia, un lieve insulto di villana auretta d'abbronzato guerriero in su la guancia. Spumava la tirrena onda suggetta
sotto le franche prore, e la premea il timor della gallica vendetta; e tutta per terror dalla scillea latrante rupe la selvosa schiena
infino all'Alpe l'Appennin scotea. Taciturno ed umìl volgea l'arena l'Arno frattanto, e paurosa e mesta chinava il volto la regal Sirena.
Solo il Tebro levava alto la testa, e all'elmo polveroso la sua donna in Campidoglio rimettea la cresta: e, divina guerriera in corta gonna,
il cor più che la spada all'ire e all'onte di Rodano opponeva e di Garonna; in Dio fidando, che i trecento al fonte d'Arad prescelse, e al Madianita altero
fe' le spalle voltar, rotta la fronte; in Dio fidando, io dico, e nel severo petto del santo suo pastor, che solo in saldo pose la ragion di Piero.
Dal suo pregar, che dritto spiega il volo dell'Eterno all'orecchio e sulle stelle porta i sospiri della terra e il duolo, i turbini fur mossi e le procelle
che del Varo sommersero l'antenne per le sarde e le còrse onde sorelle Ei sol tarpò del franco ardir le penne; l'onor d'Italia vilipesa e quello
del borbonico nome egli sostenne. E cento volte sul destin tuo fello bagnò di pianto i rai. Per lo dolore la tua Roma fedel pianse con ello.
Poi, cangiate le lagrime in furore, corse urlando col ferro, ed il mio petto cercò d'orrende faci allo splendore; e spense il suo magnanimo dispetto
sì nel mio sangue, ch'io fui pria di rabbia, poi di pietade miserando obbietto. Eran sangue i capei, sangue le labbia, e sangue il seno: fe' del resto un lago
la ferita, che miri, in su la sabbia. E me, cui tema e amor rendean presago di maggior danno, e non avea consiglio, più che la morte combattea l'immago
dell'innocente mio tenero figlio e della sposa, ahi lasso! ; onde paura del lor mi strinse non del mio periglio. Ma, come seppi che paterna cura
di Pio salvi gli avea, brillommi il core, e il suo sospese palpitar natura. Lagrimai di rimorso; e sull'errore che già lunga stagion l'alma travolse
la carità poteo più che il terrore, Luce dal ciel vibrata allor mi sciolse dell'intelletto il buio, e il cor pentito al mar di tutta la pietà si volse.
L'ali apersi a un sospiro; e l'infinito amor nel libro, dove tutto è scritto, il mio peccato cancellò col dito. Ma giustizia mi niega al ciel tragitto,
e vagante ombra qui mi danna, intanto che di Francia non vegga ulto il delitto. Questi me 'l disse, che mi viene accanto (ed accennò 'l suo duca) e che m'ha tolto
alla fiumana dell'eterno pianto. Tutte drizzaro allor quell'alme il volto al celeste campion, che in un sorriso dolcissimo le labbra avea disciolto.
Or tu, per l'alto sir del paradiso che al suo grembo t'aspetta e il ciel disserra (proseguì l'ombra più infiammata in viso), per le pene tue tante in su la terra,
alla mia stolta fellonia perdona, né raccontar lassù che ti fei guerra. Tacque; e tacendo ancor dicea: Perdona; e l'affollate intorno ombre pietose
concordemente replicar: Perdona. Allor l'alma regal con disiose braccia si strinse l'avversaria al seno, e dolce in caro favellar rispose:
questo amplesso ti parli, e noto appieno del re, del padre il core e dell'amico ti faccia, e sgombri il tuo timor terreno. Amai, potendo odiarlo, anco il nemico;
or m'è tolto il poterlo, e l'alma spiega più larghi i voli dell'amore antico. Quindi là dove meglio a Dio si prega il pregherò, che presto ti discioglia
del divieto fatal che qui ti lega. Se i tuoi destini intanto o la tua voglia alla sponda giammai ti torneranno ove lasciasti la trafitta spoglia;
per me trova le due che là si stanno mie regali congiunte, e che gli orrendi piangon miei mali ed il più rio non sanno. Lieve sul capo ad ambedue discendi
pietosa vision (se la tua scorta lo ti consente), e il pianto ne sospendi. Di tutto che vedesti annunzio apporta alle dolenti: ma del mio morire
deh! sia l'immago fuggitiva e corta. Pingi loro piuttosto il mio gioire, pingi il mio capo di corona adorno che non si frange né si può rapire.
Di' lor che feci in sen di Dio ritorno, ch'ivi le aspetto, e là regnando in pace le nostre pene narreremci un giorno. Vanne poscia a quel grande, a quel verace
nume del Tebro, in cui la riverente Europa affissa le pupille e tace; al sommo dittator della vincente repubblica di Cristo, a lui che il regno
sortì minor del core e della mente: digli che tutta a sua pietà consegno la franca fede combattuta; ed egli ne sia campione e tutelar sostegno.
Digli che tuoni dal suo monte, e svegli l'addormentata Italia, e alla ritrosa le man sacrate avvolga entro i capegli, sì che dal fango suo la neghittosa
alzi la fronte, e sia delle sue tresche contristata una volta e vergognosa. Digli che invan l'ibere e le tedesche e l'armi alpine e l'angliche e le prusse
usciranno a cozzar colle francesche, se non v'ha quella onde Mosè percusse Amalecco quel dì che i lunghi preghi sul monte infino al tramontar produsse,
Salga egli dunque sull'Orebbe, e spieghi alto le palme; e, s'avverrà che stanco talvolta il polso al pio voler si nieghi, gli sosterranno il destro braccio e il manco
gl'imporporati Aronni e i Calebidi de' quai soffolto e coronato ha il fianco. Parmi de' nuovi Amaleciti i gridi dall'Olimpo sentir, parmi che Pio
di Francia, orando, ei sol gli scacci e snidi. Quindi ver' lui di tutto il dover mio sdebiterommi in cielo, e finch'ei vegna, di sua virtù ragionerò con Dio.
Brillò, ciò detto, e sparve e non è degna ritrar terrena fantasia gli ardori di ch'ella il cielo balenando segna. Qual si solleva il sol fra le minori
folgoranti sostanze, allor che spinge sulla fervida curva i corridori, che d'un solo color tutta dipinge l'eterea volta, e ogni altra stella un velo
ponsi alla fronte e di pallor si tinge: tal fiammeggiava di sidereo zelo, e fra mille seguaci ombre festose tale ascendeva la bell'alma al cielo.
Rideano al suo passar le maestose tremule figlie della luce, e in giro scotean le chiome ardenti e rugiadose. Ella tra lor d'amore e di desiro
sfavillando s'estolle, infin che, giunta dinanzi al trino ed increato Spiro, ivi queta il suo volo, ivi s'appunta in tre sguardi beata, ivi il cor tace
e tutta perde del desìo la punta. Poscia al crin la corona del vivace amaranto immortal e su le gote il bacio ottenne dell'eterna pace.
E allor s'udiro consonanze e note d'ineffabil dolcezza, e i tondi balli ricominciar delle stellate rote. Più veloci esultarono i cavalli
portatori del giorno, e di grand'orme stampar l'arringo degli eterei calli. Gioiva intanto del misfatto enorme l'accecata Parigi; e sull'arena
giacea la regal testa e il tronco informe; e il caldo rivo della sacra vena la ria terra bagnava, ancor più ria di quella che mirò d'Atreo la cena.
Nuda e squallida intorno vi venìa turba di larve di quel sangue ghiotte, e tutta di lor bruna era la via. Qual da fesse muraglie e cave grotte
sbucano di Mineo l'atre figliuole, quando ai fiori il color toglie la notte, ch'ir le vedi e redire e far carole sul capo al viandante o sovra il lago,
finché non esce a saettarle il sole; non altrimenti a volo strano e vago d'ogni parte erompea l'oscena schiera; ed ulular s'udiva, a quell'immago
che fan sul margo d'una fonte nera i lupi sospettosi e vagabondi a ber venuti a truppa in su la sera. Correan quei vani simulacri immondi
al sanguigno ruscel, sporgendo il muso, l'un dall'altro incalzati e sitibondi. Ma in guardia vi sedea nell'arme chiuso un fiero cherubin, che, steso il brando,
quel barbaro sitir rendea deluso. E le larve a dar volta, e mugolando a stiparsi, e parer vento che rotto fra due scogli si vada lamentando.
Prime le quattro comparian che sotto poc'anzi al taglio dell'infame scure l'infelice Capeto avean tradotto. Di quei tristi seguìan l'atre figure
che d'uman sangue un dì macchiar le glebe là di Marsiglia a nelle selve impure. Indi a guisa di pecore e di zebe venìa lorda di piaghe il corpo tutto
d'ombre una vile miserabil plebe; ed eran quelli che fecondo e brutto del proprio sangue fecero il mal tronco che diè di libertà sì amaro il frutto.
Altri forato il ventre ed altri ha cionco di capo il busto, e chi trafitto il lombo, e chi del braccio e chi del naso è monco; e tutti intorno al regio sangue un rombo,
un murmure facean che cupo il fiume dai cavi gorghi ne rendea rimbombo. Ma lungi li tenea la punta e il lume della celeste spada, che mandava
su i foschi ceffi un pallido barlume. Scendi, pleria dea, di questa prava masnada i più famosi a rammentarme, se l'orror la memoria non ti grava.
Dimmi, tu che li sai, gli assalti e l'arme onde il soglio percossero e la fede, e di nobile bile empi il mio carme. Capitano di mille alto si vede
uno spettro passar lungo ed arcigno, superbamente coturnato il piede, E costui di Ferney l'empio e maligno filosofante, ch'or tra' morti è corbo,
e fu tra' vivi poetando un cigno. Gli vien seguace il furibondo e torbo Diderotto, e colui che dello spirto svolse il lavoro e degli affetti il morbo.
Vassene solo l'eloquente ed irto orator del Contratto, e al par del manto di sofo ha caro l'afrodisio mirto; disdegnoso d'aver compagni accanto
fra cotanta empietà, ché al trono e all'ara fe' guerra ei sì, ma non de' santi al santo. Segue una coppia nequitosa e rara di due tali accigliate anime ree,
che il diadema ne crolla e la tiara. L'una raccolse dell'umane idee l'infinito tesoro e l'oceàno ove stillato ogni venen si bee.
Finse l'altra del fosco americano tonar la causa, e regi e sacerdoti col fulmine ferì del labbro insano. Dove te lascio, che per l'alto roti
si strane ed empie le comete, e il varco d'ogni delirio apristi a' tuoi nipoti? E te che contro Luca e contro Marco e contro gli altri duo così librato
scocchi lo stral dal sillogistic'arco? Questa d'insania tutta e di peccato tenebrosa falange il fronte avea dal fulmine celeste abbrustolato;
e della piaga il solco si vedea mandar fumo e faville; e forte ognuno di quel tormento dolorar parea. Curvo il capo ed in lungo abito bruno
venìa poscia uno stuol quasi di scheltri, dalle vigilie attriti e dal digiuno. Sul ciglio rabbassati ha i larghi feltri, impiombate le cappe, e il piè sì lento,
che le lumacce al paragon son veltri. Ma sotto il faticoso vestimento celan ferri e veleni; e qual tra' vivi, tal vanno ancor tra' morti al tradimento.
Dell'ipocrito d'Ipri ei son gli schivi settator tristi, per via bieca e torta con Cesare e del par con Dio cattivi. Sì crudo è il nume di costor, sì morta,
sì ripiena d'orror del ciel la strada, che a creder nulla e a disperar ne porta. Per lor sovrasta al pastoral la spada, per lor tant'alto il soglio si sublima,
ch'alfine è forza che nel fango cada. Di lor empia fucina uscì la prima favilla, che segreta il casto seno della donna di Pietro incende e lima.
Né di tal peste sol va caldo e pieno Borgofontana, ma d'Italia mia ne bulica e ne pute anco il terreno. Ultimo al fier concilio comparìa,
e su tutti gigante sollevarse coll'omero sovran si discoprìa e colle chiome rabbuffate e sparse, colui che al discoperto e senza téma
venne contro l'Eterno ad accamparse; e ne sfidò la folgore suprema, secondo Capaneo, sotto lo scudo d'un gran delirio ch'ei chiamò sistema
Dinanzi gli fuggìa sprezzato e nudo de' minor spettri il vulgo: anche Cocito n'avea ribrezzo, ed abborrìa quel crudo. Poich'ebber densi e torvi circuito
il cadavero sacro, ed in lui sazio lo sguardo, e steso sorridendo il dito; con fiera dilettanza in poco spazio strinsersi tutti, e diersi a far parole,
quasi sospeso il sempiterno strazio. A me (dicea l'un d'essi), a me si vuole dar dell'opra l'onor, che primo osai spezzar lo scettro e lacerar le stole.
A me piuttosto, a me che disvelai de' potenti le frodi (un altro grida) e all'uom dischiusi sul suo dritto i rai. Perché l'uom surga e il suo tiranno uccida,
uop'è (ripiglia un altro) in pria dal fianco dell'eterno timor torgli la guida. Questo fe' lo mio stil leggiadro e franco e il sal samosatense, onde condita
l'empietà piacque e l'uom di Dio fu stanco. Allor fu questa orribil voce udita: i' fei di più, che Dio distrussi: e tacque; ed ogni fronte apparve sbigottita.
Primamente un silenzio cupo nacque, poi tal s'intese un mormorìo profondo, che lo spesso cader parea dell'acque allor che tutto addormentato è il mondo.
Cookies on Poetry Cove