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1754–1828

CANTO III

Vincenzo Monti

Due virtù, che nimiche e in un sorelle l'una grida rigor l'altra perdono, care entrambe di Dio figlie ed ancelle, ritte in piè, dell'Eterno innanzi al trono

ecco a gran lite. Ad ascoltarle intenti lascian l'arpe i celesti in abbandono; lascian le sacre danze, e su lucenti di crisolito scanni e di berillo

si locar taciturni e riverenti. D'ogni parte quetato era lo squillo delle angeliche tube, il tuon dormiva, e il fulmine giacea freddo e tranquillo.

Allor Giustizia inesorabil Diva, incominciò — Sire del ciel, che libri nell'alta tua tremenda estimativa le scelleranze tutte e a tutte vibri

il suo castigo, e fino a quando inulti fian d'Europa i misfatti, e di ludibri carco il tuo nome? Ve' tu come insulti l'umano seme a tua bontade e ingrato

del par che stolto nella colpa esulti? Vedi sozzi di strage e di peccato i troni della terra e dalla forza il delitto regal santificato.

Vedi come la ria ne' petti ammorza di ragion la scintilla, e i sacri eterni dell'uom diritti cancellar si sforza: mentre nuda al rigor di caldi e verni

getta la vita una misera plebe, che sol si ciba di dolor di scherni, e a rio macello spinta, come zebe, per l'utile d'un solo, in campo esangue

l'itale ingrassa e le tedesche glebe. Di propria man squarciata intanto langue la peccatrice Europa, ed Anglia cruda l'onor ne compra e coll'onore il sangue.

Per lei Megera nell'inferno suda armi esecrate, per lei tôschi mesce; suo brando è l'oro, ed il suo Marte, Giuda. Che di Francia direm? A che riesce

de' suoi sublimi scotimenti il frutto? Mira che agli altri e a sé medesma incresce. Potea col senno e col valor far tutto libero il mondo, e il fece di tremende

follie teatro e lo coprì di lutto. Libertà, che alle belle alme s'apprende, le spedisti dal ciel, di tua divina luce adornata e di virginee bende;

vaga sì che né greca né latina riva mai vista non l'avea, giammai di più cara sembianza e pellegrina. Commossa al lampo di que' dolci rai

ridea la terra intorno, ed — io t'adoro, dir pareva ogni core, io ti chiamai. — Nobil fierezza, matronal decoro, candida fede, e tutto la seguìa

delle smarrite virtù prische il coro; e maestosa al fianco le venìa ragion d'adamantine armi vestita con la nemica dell'error Sofia.

Allor mal ferma in trono e sbigottita la Tirannia tremò; parve del mondo allor l'antica servitù finita. Ma tutte pose le speranze al fondo

la delira Parigi, e libertate in Erinni cangiò, che furibondo spiegò l'artiglio; e prime al suol troncate cadder le teste de' suoi figli, e quante

fur più sacre e famose ed onorate. Poi, divenuta in suo furor gigante, l'orribil capo fra le nubi ascose, e tentò porlo in ciel la tracotante;

e gli sdegni imitarne e le nembose folgori e i tuoni, e culto ambir divino fra le genti d'orror mute e pensose. Tutta allor mareggiò di cittadino

sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito tinse il ladro il pezzente e l'assassino, e in trono si locò vile marito di più vil libertà, che di delitti

sitibonda ruggìa di lito in lito. Quindi proscritte le città, proscritti popoli interi, e di taglienti scuri tutte ingombre le piazze e di trafitti.

O voi che state ad ascoltar, voi puri spirti del ciel cui veggio al rio pensiero farsi i bei volti per pietade oscuri; che cor fu il vostro allor che per sentiero

d'orrende stragi inferocir vedeste e strugger Francia un solo un Robespiero? — Tacque. E al nome crudel su l'auree teste si sollevar le chiome agl'immortali,

frementi in suon di nembi e di tempeste. Gli angeli il volto si velar coll'ali, e sotto ai piedi onnipossenti irato mugolò il tuono e fiammeggiar gli strali.

E già bisbiglia il ciel, già d'ogni lato grida vendetta; e vendetta iterava dell'Olimpo il convesso interminato. Carca d'ire celesti cigolava

de' fati intanto la bilancia: e Dio, Dio sol si stava immoto e riguardava. Surse allor la Pietade; e non aprìo il divin labbro ancor, che già tacea

di quell'ire tremende il mormorìo. Col dolce strale d'un sol guardo avea già conquiso ogni petto. In questo dire la rosea bocca alfin sciolse la dea:

— alte in mezzo de' giusti odo salire di vendetta le grida, ed io domando anch'io vendetta, sempiterno Sire. Anch'io cacciata dai potenti in bando

batto indarno ai lor cuori, e inesaudita vo scorrendo la terra e lagrimando. Ma se i regnanti han mia ragion tradita, perché la colpa de' regnanti, o Padre,

negl'innocenti popoli è punita? Perché tante perir misere squadre per la causa de' vili? Ahi! caro i crudi fanno il sacro costar nome di madre.

Peccò Francia, gli è ver; ma spenti i drudi d'insana libertà, perché in suo danno gemono ancora le nimiche incudi? Dunque eterne laggiù l'ire saranno?

e solo al pianto in avvenir le spose, solo al ferro e al furor partoriranno? Dunque Europa le guance lagrimose porterà sempre? E per chi poi? Per una,

per due, per poche insomma alme orgogliose. Taccio il nembo di duol che denso imbruna tutto d'Olanda il ciel; taccio il lamento della prostrata elvetica fortuna.

Ma l'affanno non taccio e il tradimento che Italia or grava, Italia in cui natura fe' tanto di bellezza esperimento. Duro il servaggio la premea; più dura

una sognata libertà la preme, che colma de' suoi mali ha la misura. Su i cruenti suoi campi più non freme di Marte il tuono; ma che val, se in pace

pur come in guerra si sospira e geme? Prepotente rapina alla vorace squallida fame spalancò le porte, e chi serrarle le dovea si tace.

Meglio era pur dal ferro aver la morte, che spirar nudo e scarno e derelitto tra i famelici figli e la consorte. Deh sia fine al furor, fine al delitto,

fine ai pianti mortali, e della spada pera una volta e de' tiranni il dritto! Paghi di sangue chi vuol sangue, e cada; ma l'innocente viva, e dell'oppresso

il sospir, o Signor, ti persuada. La Dea qui ruppe il suo parlar con esso le lagrime sul ciglio: e chi per questa chi per quella fremea l'alto consesso;

qual freme d'aquilon chiuso in foresta il primo spiro, allor che ciechi aggira i susurri forier della tempesta. Mentre vario il favor ne' petti ispira

desianze diverse, incerto ognuno qual fia vittrice, la clemenza o l'ira; del ciel cangiossi il volto e si fe' bruno, e caligine in cerchio orrenda e folta

il trono avvolse dell'Eterno ed Uno. E una voce n'uscì che l'ardua volta dell'Olimpo intronava. Attenta e muta trema natura e la gran voce ascolta.

— Cieli, udite, odi, o terra, l'assoluta di Dio parola. Tu che l'alto spegni patrio delirio, e Francia hai restituta; tu che vincendo moderanza insegni

all'orgoglio de' re, cui tua saggezza tolse la scusa di cotanti sdegni; fa cor! Quel Dio che abbatte ogni grandezza, guerra e pace a te fida, a te devolve

il castigo d'Europa e la salvezza. Tu sei polve al mio sguardo, ed io la polve strumento fo del mio voler. — Qui tacque colui che immoto tutto move e volve.

Qui sparve l'alta vision: poi nacque per entro al negro vortice un confuso romor d'ali e di piè che di molt'acque parea lo scroscio. Ma repente schiuso

fiammeggiò quel gran buio, e folgorando due cherubini si calaro in giuso: que' due medesmi del divin comando esecutori, che nel pugno aviéno

l'un d'olivo la fronda, e l'altro il brando. Ratti a paro scendean come baleno, e due gran solchi di mirabil vista paralelli traean per lo sereno.

L'uno è pura di luce argentea lista; l'altro è turbo di fumo che lampeggia, e sangue piove che le stelle attrista. Di qua tutto sorriso il ciel biancheggia;

di là son tuoni e nembi, e in suon di pianto l'aria geme da lungi e romoreggia. Seguìan coll'ali del vedere un tanto prodigio stupefatti i due Lombardi,

coll'altro spirto di che parla il canto, quando si vide a passi gravi e tardi dalla parte ove rota il suo viaggio la terra e obbliqui al sole invia gli sguardi

pensierosa salir l'ombra d'un saggio, che il dito al mento e corrugata il ciglio, uom par che frema di veduto oltraggio. Dalla fronte sublime e dal cipiglio

nobilmente severo si procaccia testimonianza il senno ed il consiglio. Come trasse vicino, alzò la faccia, gl'insubri ravvisò spirti diletti;

e mosse prima che il parlar le braccia. Allor si vide con amor tre petti confondersi e serrarsi, ed affollarse gli uni su gli altri d'amicizia i detti.

Lo stringersi a vicenda e il dimandarse tra quell'alme finito ancor non era, che di note sembianze altra n'apparse; e corse anch'ella, ed abbracciò la schiera

concittadina. Il volto avea negletto, negletta la persona e la maniera: ma la fronte, prigion d'alto intelletto, ad or ad or s'infosca, e lampi invia

dell'eminente suo divin concetto. Scrisse quel primo l'alta economia che i popoli conserva, e tutta svolse del piacer la sottile anatomia.

Intrepido a librar l'altro si volse i delitti e le pene, ed al tiranno l'insanguinato scettro di man tolse. Poscia che le accoglienze, onde si fanno

lieti gli amici, s'iterar fra questi che fur primieri tra color che sanno, disse Parini — Perché irati e mesti son tuoi sguardi, o mio Verri — Ed ei rispose

— Piango la patria: — e chinò gli occhi onesti. — E anch'io la piango, anch'io, — con sospirose voci soggiunse Beccaria: poi mise su la fronte la mano, e la nascose.

Di duol che sdegna testimon conquise vide Borda quell'alme, e in atto umano disse a tutte — Salvete —; e si divise. Col salutar degli occhi e della mano

risposer quelle, e in preda alla lor cura mosser tacendo per l'etereo piano. Come gli amici in tempo di sventura van talvolta per via, né alcun domanda

per temenza d'udire cosa dura; tale andar si vedea quell'onoranda di sofi compagnia, curva le fronti, aspettando chi primo il suo cor spanda.

Luogo è d'Olimpo su gli eccelsi monti di piante chiuso che non han qui nome, e rugiadoso di nettarei fonti, ch'eterno il verde edùcano alle chiome

degli odorati rami, e i più bei fiori di colei che fa il tutto e cela il come, poi cadendo precipiti e sonori tra scogli di smeraldo e di zaffiro

scendono a valle per diversi errori: e là danzando del beato empiro a inebriar si vanno i cittadini dell'ambrosia che spegne ogni desiro.

A quest'ermo recesso i peregrini spirti avviàrsi; e qui seduti al rezzo tra color persi azzurri e porporini, fêr di sé stessi un cerchio. O tu che in mezzo

di lor sedesti, olimpia Dea, né l'ira temi del forte né del vil lo sprezzo, tu verace consegna alla mia lira l'alte loro parole; e siano spiedi

a infame ciurma che alle forche aspira né vale il fango che mi lorda i piedi.

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