Disse a Malvina allor commosso Ullino: Odi, figlia, laggiù que' dolorosi gemiti? gli odi? Il fier lamento è quello del valor moribondo. Or senti, Anch'io
trattai nel fiore delle forze il brando in crudeli battaglie, e a me pur anco splende di belle cicatrici il petto. Infelice a far mia degl'infelici
la sventura imparai. Scendiamo, o figlia, scendiam; ché grata al ciel, né indarno spesa in beneficio del valor che geme, fia, lo spero, laggiù la nostra aìta.
Sbigottì, scolorossi a tanto invito la non avvezza a sanguinosi obbietti timidetta donzella, e, in lui gli sguardi fissi e fermi, tacea. Poi dal paterno
esortar fatta più secura, e punta dallo stral di pietà, che ardite e pronte fa nell'uopo d'onor l'anime belle: Padre, disse, scendiamo: e coraggiosa
l'orme del veglio a seguitar si mise. Van per mezzo alla strage, e non gli arresta il terror ch'esce dalle tronche membra, e dal sangue e dall'armi orribilmente
sparse e confuse; ché sostienli e guida la virtù che fa l'uom negli ardui tempi più pensoso d'altrui che di se stesso. L'andar dei due pietosi illuminava
tacita e pura la sorgente luna, che per veder sì santa opra scoprìa tutto il vergine volto, e rimovea l'invido velo delle nubi. Ed ecco
per l'orrendo sentier gli attenti sguardi ferir d'Ullino a un tempo e di Malvina giovin guerriero, che fra molti uccisi giace in lago di sangue, e, stretta in pugno
la rubiconda spada, ancor respira. L'alta strage che il cinge, il minaccioso tener del brando, ed il purpureo nastro, che argomento d'onor gli fregia il petto,
fanno invito alla vista. Era il sembiante fiero, ma bello, e su la nuda fronte della luna scendea sì dolce il raggio, che rapito ti senti a riguardarla
di pietade e d'amor, e qual sia primo o non l'intende o non sa dirlo il core. Vide il bel volto del garzon ferito la tenera Malvina, e pria che il piede,
corse l'alma in aiuto all'infelice, che di questo s'accorse, e coll'alzata languida mano e co' natanti lumi le rendea la mercé che colla voce
non potea. Molte, né però mortali, gli solcavano tutta la persona, e a poco a poco gli rapian la vita, le ferite; ed uscìa di ciascheduna
in un col sangue una segreta voce che al cor parlava di Malvina. Ond'ella sciolte ratto dal fianco e dalle chiome le caste bende, con Ullin si diede
a fasciarle veloce, e della piaga, che occulto strale già le aprìa nel seno, la meschinella ancor non s'accorgea. E già lo spirto, che fuggìa col sangue,
le vie del cor ripiglia, e per le membra diffuso riede ai consueti offici. Già si folce sul cubito, già sorge, dia in piè sostiensi il Cavaliero, e puote,
coll'aìta de' duo che al fianco infermo gli fan colonna, imprimer l'orme, e lento movere il passo. Non sorgea lontano d'Ullin l'umile tetto, e non fu lungo
del venirvi lo stento. Ivi gioiosi sovra non ricco letticciuol, ma tutto bella spirante pastoral mondezza, il corcar mollemente. E ciò che l'uopo
chiedea dell'arte, apparecchiato, e messo di medich'erbe un suo tal sugo in pronto, a lavar diessi coll'esperta mano ogni piaga il buon vecchio, ad irrigarle
di sanatrici stille, a farle tutte innocenti e sicure. In mezzo all'opra le guardava il ferito e sorridea, e colla mano coraggiosa e ferma
le misurava, e gli brillava il viso come raggio di Sol che dopo il nembo ravviva il fiore dal furor battuto d'aquilon tempestoso. E in quel gioire
il cor sospinse i suoi purpurei rivi novellamente a risvegliar le rose delle pallide guance; e nelle vene tornò più lieta a circolar la vita.
Sciolse allor quell' intrepido la voce, e con guardo sereno, e con parole che sul labbro gl'invia la conoscenza del ricevuto beneficio, disse:
Generoso mortal, che al fato estremo mi togli, e tanta dalla nobil fronte riverenza m'inspiri, e tu che mostri d'angelo il volto, e la pietosa cura
con lui dividi, amabile fanciulla, dite, se onesto è il mio pregar, chi siete? Di che gente? Saper di chi m'ha salvo giovami il nome, e il cor lo chiede, il core
che non ingrato mi fu posto in seno. La mercede che scarsa io vi potrei render di tanto, vi fia larga e intera, pria dal Ciel, che le belle opre corona,
poi dal possente mio Signor renduta: ché liberal, magnanimo, cortese del par che invitto è de' Francesi il Sire, e nel far lieta la virtude esulta.
Guerrier, rispose Ullino, il tuo coraggio, la tua ne' mali alacrità, già detto m'avean la patria tua. Io dell'averti tolto a morte, e servato al tuo Signore
sento letizia, ch'ogni detto eccede. Ma tu, figlio, tu fai misero e vile, promettendo mercede, il beneficio. Sta qui dentro il mio premio, in questo petto,
premio che darmi né tu puoi, né il Grande per cui combatti. Né però disdegno del tuo cor grato i sensi, e mi fia dolce (ecco tutto che bramo) il saper vivi
nella tua rimembranza il Bardo Ullino, e costei, che pietosa in tuo soccorso volò primiera, ed è la speme, il raggio dell'inclinato viver mio. - Nel fine
di questo detto caramente ei prese la fanciulla per man, che compiaciuta chinò i begli occhi verecondi, e tosto gli alzò furtivi e timidetti al volto
del già caro garzone; ed ei la stava già contemplando, e l'ultime parole del buon canuto ripetea nel core. Si scontraro gli sguardi, e negli sguardi
l'alme sospinte. In lei beossi, e ferma la vista ei tenne: di color cangiossi l'altra, e atterrò l'oneste luci. Il veglio l'abbracciava, e seguìa: Questo diletto
di santissimi nodi unico frutto (nodi troppo per tempo, ohimè! recisi, ma troppa, o Cielo, ti parea la gioia de' sereni miei dì!), questa gentile
tenera pianta, come valgo, all'aura della virtude coltivando io vegno, e in lei comincia, in lei tutta finisce la mia cura, il mio regno. Ella m'è tutto,
e la man cara della mia Malvina, questa mano innocente, allor che morte chiamerà la mia polve entro la tomba, i lumi in pace chiuderammi. Aperse
a que' detti Malvina ambe le braccia, intenerita le ricinse al collo dell'amato vegliardo, e su lui tutta, senza veruna profferir parola,
cadde col capo in abbandono, e pianse. A quell'atto d'amor tanto, a que' volti dolcemente confusi, a quelle mute lagrime alterne, si sentì sul ciglio
correr pur esso una segreta stilla il sospeso guerriero, e per le membra il dolor tacque delle sue ferite; ma non già tacque il cor, che il molto affetto
dicea con gli occhi rugiadosi e fissi. Ruppe alfin quella dolce estasi Ullino, e rasciutta la guancia, amicamente all'estatico disse: Io satisfeci,
sconosciuto Francese, al tuo desire. Mi nomai Bardo, e in questo nome apersi tutto che sono. Per te, stesso or sai ch'io son de' buoni e in un de' forti amico,
in solitaria povertà non vile, ricco di cor, di pace e di contento. Né, perché Bardo, argomentar che rozzo, qual già piacque a' miei prischi, e scevro in tutto
da civile dolcezza il tenor sia di mia vita; ché care a me pur sono le virtù cittadine, e precettori nella somma de' carmi arte divina
non mi fur sole le tempeste e i nembi, i torrenti, la luna, e le pensose equitanti le nubi ombre de' padri; ma i costumi ben anco e le dottrine,
e gli affetti, e i bisogni, e le vicende dell'uom, cui nodo social costringe; ché culta ancora la natura è bella. Ben fu stagion che maestosa e diva,
non che bella m'apparve, innanzi a quella de' vostri vati, la natura espressa ne' bardi carmi, e grande io sì l'estimo in suo rozzo vestir. Ma fantasia
sempre avvolta di nembi, e sempre al lampo delle folgori accesa, ed al ruggito d'uniformi procelle, a lunga prova la bramosa di nuove dilettanze
alma nel petto mi stancava; e dentro, sì qui dentro sentii che d'un sol fiore ir contenta non può questa divina nostra farfalla. Allor vid'io che il Bardo
pittor non era sì fedel, qual sembra, di natura; ché varia ella e infinita nell'opre sue risplende; e circoscritta sotto i bardi pennelli è ognor la stessa.
Non che il mio stato, ti fei chiari, o figlio, quali in petto li serro, i miei pensieri. Or piacciati cortese a me tu pure nomarti, e dirne i genitori. È questo
l'interrogar che primo esce dal labbro de' vegliardi, e mi so che dolce in petto di buon figlio risuona. Come poscia tua salute il consenta, di più lungo
desire antico mi farai contento. Guerrier mi giova de' guerrieri udire i magnanimi affanni; e del tuo Duce, che tutta del suo nome empie la terra,
e ne libra i destini, è tempo assai ch'io solingo di selve abitatore molto udir bramo. - E molto udrai, rispose sollevando la testa il Cavaliero;
ch'io su gl'Itali campi, ove le penne al primo volo la sua fama aperse, e sul barbaro Nilo, e fra l'eterne nevi dell'Alpi il seguitai fedele,
e tutte del suo brando e del suo senno l'opre vidi e conobbi, e nel volume tutte le porto della mente impresse. Medicina sarammi all'egro fianco
il narrarle. S'appaghi intanto il primo tuo dimando. Terigi è il nome mio. D'Itala madre mi produsse in riva dell'umil Varo genitor Francese,
un di que' prodi che passar fur visti su generose antenne alla vendetta dell'oltraggiato American. Me privo del morto padre in povera fortuna,
ma in non bassi pensieri e sentimenti nudrì la madre coraggiosa. E quando la non ben nota, né raccesa ancora (come fulmin che dorme entro la nube)
virtù del magno Bonaparte scese nell'Italico piano, arse d'un bello desìo di gloria il giovanil mio petto, né della patria la chiamata attesi,
ma volontario mi proffersi. Al seno mi serrò la dolente genitrice, dolente sì, ma non tremante, e, alzate le luci al cielo, benedisse il figlio,
con queste, che profonde mi riposi nel più sacro dell'alma, alte parole: Figlio, tu corri a guerreggiar la terra che mi diè vita. Non odiar tu dunque
la patria mia, che tua divien, che nullo fece oltraggio alla vostra. I suoi tiranni v'oltraggiaro, non ella, che cortese arti dievvi e scienze, ed or bramosa
v'apre le braccia, e a sé vi chiama, e spera dal Francese valor, non danno ed onta, ma presidio e salute, e dell'antico suo beneficio la mercé. Calcando
l'Itala polve, ti rammenta adunque che tutta è sacra; che il tuo piè calpesta la tomba degli eroi; ch'ivi han riposo l'ombre de' forti, e che de' forti i figli
hanno al piè la catena, e non al core; che in que' cor non morì, ma dorme il foco dell'antica virtù; dorme il coraggio; dormon le grandi passioni. Oh sorga,
sorga alfine alcun Dio che le risvegli, che la reina delle genti al primo splendor ritorni, ed il sepolto scettro della Terra rialzi in Campidoglio!
Questi voti al valor consacro, o figlio, dell'auspicato Bonaparte. Il fiero spirto che ferve in quel profondo petto, è dell'Italo sole una scintilla,
e l'ardir delle prische alme latine sul suo brando riposa. Or tu fra l'armi duce seguendo di cotanta speme, possa tu, figlio, meritarti il grido
di buon, di prode, di leal guerriero, e tornar salvo ad asciugarmi il pianto che mi lasci partendo. - E qui troncaro le lagrime la voce. Il cielo io chiamo
in testimonio, e te, cara e sovente del mio sangue bagnata Ausonia terra, che della madre io fui fedele ognora ai santi avvisi, e rispettai le tue
maestose sventure, e qual seconda patria t'amai; ché ben di senso è privo chi ti conosce, Italia, e non t'adora. E voi di Dego e Montenotte orrendi
dirupi, e voi dell'Adige e del Mincio onde battute, fatemi voi fede, che né disagio, né periglio alcuno schivai d'armi, né fui pugnando avaro
della mia vita. - Si commosse Ullino, si commosse Malvina a quel pietoso racconto, e i moti fea del cor palesi l'alta eloquenza del tacer. Quetato
degli affetti il tumulto, si riscosse il Bardo, e disse: Nella tua favella una forte risplende alma sublime, valoroso Terigi; e l'ascoltarti
è gioia che si sente e non si parla. Ma di quiete or le tue piaghe han d'uopo, d'alta quiete: e il sanator di tutte cure, l'amico degli afflitti, il sonno,
tempo è che scenda a riparar le spente tue forze. Avremo alle parole assai ore acconce altra volta. In questo dire surse il veglio, abbracciollo; e su le labbra
ponendo in atto di silenzio il dito, allontanossi. Taciturna e lenta il seguìa la donzella, e un guardo indietro dalla soglia piegò con un sospiro
che dicea: parte il piè, ma resta il core.
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