L'accorto Prometéo, l'inclito figlio a cantar di Giapeto il cor mi sprona, e quanti sopportò travagli e pene per amor de' mortali, e qual raccolse
di largo beneficio empia mercede, se la diva, cui tutta a parte a parte la peregrina istoria è manifesta, del suo favor m'aita, e non ricusa
sovra italico labbro alcuna stilla d'antica derivar greca dolcezza. Ma de' suoi duri memorandi affanni qual dapprima dirò? Forse la pena
del celeste suo furto, e di Pandora il fatal vaso e la fatal sembianza che di poca favilla al sol rapita fe' sopra il rapitor l'alta vendetta?
O primamente del regal suo padre canterem la magnanima caduta e con lui tutta del titanio seme sterminata la gloria e la speranza,
quando il forte Giapeto incontro a Giove stette e gran pezza del poter di sue folgori in cielo dubitar lo fece? Certo il grande conflitto, onde prostrata
giacque d'Uran la generosa prole, che di sorte minor ma non d'ardire del ciel paterno la ragion perdéo, di gran suono potrebbe empir la cetra
e dar molta al mio crin delfica fronda. Ma lunge troppo il canto andrìa; né penne per sì gran volo alle mie terga or sento. E già sull'erto Caucaso mi chiama
de' liberi miei carmi disioso il solitario Prometéo, che, seco le rie vicende nel pensier volgendo di sua stirpe infelice, e l'ire ancora
del superbo oppressor temendo accese (ché nel cor de' potenti a lunga prova ratto nasce lo sdegno e tardo muore), su quell'orride balze sconosciuti
tragge misero eroe giorni dolenti: se non che, quando sotto il sacro velo delle tranquille tenebre notturne tace del biondo Ipperion la luce,
ei, sovra il sommo della rupe assiso, delle stelle che son lingua del fato alle armoniche danze il guardo intende; e, con lor ragionando, i vaghi errori
co' numeri ne frena e le fatiche, primo degli astri assalitor felice. Felice, se voler d'empio destino alla sciagura del suo lungo esiglio
non aggiungea compagno Epimetéo; l'incauto Epimetéo stolto fratello, pel cui folle consiglio su la terra versò l'uomo ingannato il primo pianto
e de' morbi sentì la punta acuta. Come volgesse un sì gran danno il fato ditelo, o sante Muse; e far vi piaccia al ver che teme di mostrar la fronte
de' vostri accenti un verecondo velo. Vita vivendo incolta orrenda e dura l'umana gente, di pudore in tutto d'accorgimento e di ragion spogliata;
e mal soffrendo del saturnio Giove il superbo pensier, che alla tremenda sua deità né tempio ancor sorgesse, né altar fumasse né suonar s'udisse
su le labbra terrene il suo gran nome; di sé mandar quaggiù prese consiglio la conoscenza alfine e la paura, e dell'alma del par che delle membra
le consonanti qualità diverse, ond'abito novello e più gentile dell'uom vestisse la mortal natura. Vols'anco il guardo agli animanti; e manche
le facoltà veggendone e d'emenda necessitose, sì che nulla omai differenza avvisar sapea tra loro che di membra e di pelo e di figura,
pietà n'ebbe il gran padre; e di lor pure fatto pensoso noverarli a parte del nuovo beneficio in cor concluse. Agl'imperi di Giove obbediente
scese adunque Mercurio in aureo vase il celeste tesor seco recando, e di partirlo fra mortali e bruti al saggio Prometéo diè norma e cura
ed allo stolto Epimetéo; ché tale era il senno di Giove ed il consiglio. Meravigliò turbossi a quel comando il maggior Giapetìda; e, perché tutti
e di prudenza e di saper vincea, arretrarsi modesto ed escusarsi e non atto chiamarsi a tanta impresa, del cui solo pensiero il cor tremava.
Ma l'altro, che di senno e d'intelletto avea povero il capo e nondimeno presuntuosi indocili e superbi i pensieri nudrìa (ché d'ignoranza
ostinato figliuol sempre è l'orgoglio), si trasse innanzi baldanzoso, e, nullo timor prendendo del fatale incarco, sopra l'omero suo l'assunse, e disse:
- Onorato di Maia egregio figlio, all'olimpo ti rendi; e questa reca non ingrata novella al tuo signore, che del provvido suo supremo cenno
esecutor lasciasti Epimetéo. - Disse: e Mercurio i bei talari aperse, caro dono d'Apollo, onde volando le preste superava ale de' venti;
e, della verga da Pluton temuta agitando le serpi, in un baleno fra le nubi si spinse, e sparve agli occhi. Ma del fraterno temerario ardire
dolente Prometéo con amendue le man coprissi vergognando il volto; e, poiché tanta ad impedir follìa opra invan fe' di preghi e di consigli,
s'involò sospirando; e al ciel converso - O Sole, ei disse, o tu che tutte osservi maestoso e tranquillo in tua carriera de' mortali le cure e de' celesti,
se nell'ampio tuo corso unqua t'avvegna fuggitivo e ramingo in su la terra mirar qualcuno di mia stirpe oppressa, fammi fede con esso, o Sole amico,
che niuna colpa nella colpa io m'ebbi dell'incauto fratello. Oh aure oh venti che dell'etra non pur scorrete i campi ma battete le penne anco sotterra
e le bufere generate in grembo del morto regno, se di voi taluno là penetrar può dove il mio gran padre nel procelloso tartaro profondo
di non giuste catene avvinto giace, a lui portate le mie voci, e conto gli fate, o venti, il mio destin crudele: ma non gli dite del minor suo figlio
la demenza fatal; ché acerba al core sarìa del prode genitor ferita più che il cielo perduto, e sempiterno di tristezza argomento e di vergogna. -
Così dicendo dileguossi; e mesta apparve al suo dolor l'aria e la luce. Lieto frattanto dell'assunta impresa, e dell'alto suo senno persuaso,
impose mano all'opra Epimetéo. E primamente congregati i bruti, senza misura liberal fu loro dei tesori di Giove, e così larga
quella sua stolta cortesia, che tutto scoperse il vaso in un momento il fondo. Dell'uomo allor si risovvenne; e gli occhi dentro l'urna ficcando, e sotto e sopra
scotendola veloce onde un avanzo una reliquia ritrovarvi ancora della celeste dote, esser del tutto già consumata la conobbe alfine.
A quella vista stupefatto e muto, le pupille abbassò; tremògli il core, gli tremar le ginocchia, e di man cadde il vasello fatal, che cupamente
risonò rotolando in sul terreno. Indi qual meglio seppesi, e dell'uomo iniquamente del suo aver frodato le rampogne temendo e le querele,
senza far motto, senza levar ciglio, pauroso e confuso allontanossi. Come fanciul che, quando manco il teme, còlto repente dalla madre in fallo,
di vergogna s'imporpora, e la mano paventando severa che più volte gli fe' le orecchie dolorose e rosse queto queto s'arretra, e con obliquo
occhio guatando al rischio suo s'invola: d'Epimetéo tal era in quel momento il fuggir l'arrossire e la paura. Or che farà l'insano? A qual de' numi
o de' mortali chiederà consiglio, e con qual fronte? perocché del pari al cielo ei fece ed alla terra oltraggio. Misero! non gli avanza in quello stato
altro più scampo che del buon germano implorar la pietà. Deposta adunque vergogna e tema (ché nel cor d'un folle la tema sempre e la vergogna è breve),
a lui smarrito appresentossi e mesto; ed intero narrando il suo fallire - Deh! porgi, disse, all'error mio riparo, dolce fratello, se non vuoi che l'ira
mi percota di Giove e mi distrugga; ch'egli ha ben d'onde fulminarmi, e troppo abbonda la ragion del mio castigo. - Ed in queste parole il delinquente,
siccome vereconda verginetta, singhiozzando e pregando lagrimava. A quel pianto commosso, a quella doglia il generoso Prometéo rispose:
- Dura mi chiedi e perigliosa impresa, miserando fratello; ed obliasti che da gran tempo dell'ingiusto Giove il sospetto m'osserva e la vendetta,
da che spersi noi tutti e fulminati e dell'Olimpo eternamente privi noi miseri Titani ha quel superbo del fulmine signor, che vinti ancora
tuttavolta ne teme e ne persegue iniquamente; perocché spietati fa la tema i tiranni, i quai demenza estimano l'amor santo del giusto
e prudenza di regno esser crudeli. Quindi il barbaro in me da quel momento dell'oppresso Giapeto il sangue aborre, e, più che il sangue di Giapeto, il core
che fermo e puro mi riscalda il seno, e l'intelletto di saper nutrito ond'anco ai numi m'avvicino e tutta senza vel mi si mostra la natura.
L'invidia, fratel mio, col suo veleno assale ancor degl'immortali il petto: e dove in trono non s' asside il giusto, colpa divien, che mai non si perdona,
dell'ingegno l'altezza e la virtude, e fortunata è l'ignoranza sola. Quindi non già tem'io di te, fratello, ché te dall'ira del crudel tiranno
l'insipienza tua pone in sicuro; né duolmi no del tuo destin, ché poche son le pene ove poco è l'intelletto: dell'uom ben duolmi, un infinito a cui
dannaggio partorì la tua stoltezza, sì che fatto è minor del bruto istesso. Ed io tel dissi, sconsigliato; e tu, e tu fede negasti a mie parole.
Qual dunque adesso a tanto error salute? Poco ti parve agli animai largito aver scaltrezza ardir prudenza e senno e del futuro il sentimento ancora,
che il più bello il più grande e prezioso hai lor profuso de' celesti doni; l'istinto io dico, quel divino occulto non mai fallace e sempre vivo istinto,
che, con tacito cenno imperioso ciò che nuoce insegnando e ciò che giova dirittamente il bruto alla verace sua natural felicità conduce.
Ciò che ieri gli piacque, anco domani gli piacerà. De' suoi pochi desiri il termine sta fisso; e ciò ch'ei trova il suo bisogno a satisfar bastante,
sempre buon lo ritrova e sempre bello. Fortunato, che l'arte ei non conosce funesta e ria di fabbricar sventure, l'orribil arte di crear le brame.
Fortunato, che docile la terra, e liberal gli partorisce il cibo, né col rastro gli è d'uopo e coll'aratro piagar sudando alla ritrosa il seno,
né della vite spremere i funesti dolci veneni ad ammorzar sua sete. E fortunato ancor, che contro i nembi contro il furor de' verni e l'aspro morso
dell'algente aquilon né vestimento indossar gli è mestieri né la fiamma ricercar di Vulcano entro la selce e de' lor rami dispogliar le piante.
A lui spontanee l'erbe e senza l'uopo di chimico tormento la segreta lor medica virtù fan manifesta. A lui la pioggia il vento e la procella
del lor muto appressar mandano il segno, perché cauto ne scampi o se n'allegri; e a lui la terra (meraviglia a dirsi!) i suoi profondi scuotimenti avvisa,
quando a darle travaglio alza il tridente l'irato Enosigéo. Fuggendo allora atterrito per tutta la campagna, con fioche voci e con lunghi lamenti
all'ignaro mortal predice e grida il vicin crollo della madre antica, ed accorto fa lui del suo periglio, dell'uom non meno che di sé pietoso.
Né la virtù soltanto a lui si svela or innocente or ria che nelle fibre de' vegetanti imprigionò natura; né sol degli elementi ei sente e dice
i vicini tumulti (ahi nostro danno, che il sapiente favellar del bruto capir non puote in intelletto umano!): ma fra l'immenso popolo diverso
de' suoi simìli chi nel cuor gli desta dell'amico ad un tratto e del nemico la conoscenza? E quale iddio lo sforza a tremar di paura innanzi a questo,
e innanzi a quello saltellar di gioia? Chi tal gli diede e tanto e sì sublime accorgimento, e ne lasciò l'uom privo? Fu la tua cieca largitate, o caro
malaccorto fratello. Ahi che alla mano che lo profuse più non torna il dono! E taccio che partecipe del lampo della diva ragion lo festi ancora;
la qual se pigra e languida e confusa nell'animante scintillar si vede, colpa è sol forse di sue membra a cui non fu del tatto liberal natura,
né della lingua all'imperfetto guizzo permise la volubile parola. Nudo intanto ed inerme e degl'insetti al pungolo protervo abbandonato,
l'uom, de' venti trastullo e delle piogge, or tremante di gelo or da' cocenti raggi del sole abbrustolato e bruno, ovunque fermi ovunque volga il piede,
sia laddove d'Ammon ferve l'arena sia dove ha cuna e dove ha tomba il sole, dappertutto di vesti è l'infelice il molle corpo a ricoprir dannato;
furando adesso la sua spoglia al solo quadrupedante, per furarla un giorno al vermicciuol pur anco ed alla pianta. Se talor tanto la gentil sua cute
tollerando s'indura che gli eterni ghiacci pur giunga a sostener d'Arturo, e invan la pioggia lo flagelli invano d'Orizia il punga l'ispido marito;
quanto affanno gli val quanto conflitto quel penoso trionfo? e quanta insieme natìa beltate al suo sembiante è tolta? Squallido, bieco, rabbuffato ed irto,
di fiera il volto ei tien, di fiera il pelo; e l'uom nell'uomo tu ricerchi indarno. Né de' mali suoi tanti è qui la trista serie conclusa. Primamente l'aria
co' vagiti a ferir l'invia natura di tuttequante idee povero e nudo. Misero! il solo de' viventi, il solo cui d'aita sprovvisto in sul medesmo
limitar della vita aspra madrigna la gran madre abbandona e della Parca al severo governo lo rassegna. Egro piangente derelitto ei dunque
né l'alimento suo né la materna poppa conosce, a suggere la morte pronto al par che la vita. Se vien manco l'opra un istante della pia nutrice,
qual nauseoso miserando obbietto! Uopo è dal corpo tenerello e nudo degli elementi allontanar l'insulto, uopo è il passo insegnargli e la favella.
Né migliora, crescendo, il suo destino. Se vuol la piena traversar d'un fiume, pria del nuoto imparar l'arte è costretto. Se del ventre i latrati acquetar brama,
la dolce stilla del materno seno mutar gli è forza nel caonio frutto, e coll'aspro cinghial nella foresta miseramente disputarsi il vitto.
Verrà poi tempo, è ver (ché l'alma Temi delle sorti potente e del futuro a me nell'antro del Parnaso il disse, e molte rivelò meravigliose
dell'oscuro avvenir tarde vicende), tempo verrà che Cerere divina, delle provvide leggi ispiratrice, dal ciel recando una gentil sua pianta,
cortese ne farà dono alla terra; e dagli alati suoi serpenti addotto Trittolemo inviando, un cotal figlio di Metanira, a propagarne il seme
e l'uso ad insegnar del curvo aratro, farà col senno e l'arte e la pietade all'uom corretto abbandonar le querce ed abborrir dell'irte fiere il cibo.
Ma parergli ben caro un sì bel dono gli farà di Giunon l'aspro marito: perocché dio severo, i petti umani sollecitando con pungenti cure,
comanderà di tutte l'erbe inique l'empio parto alla terra, onde penoso del frutto cereal venga l'acquisto. Di triboli e di felce orridi i campi
si vedran largamente. Aspra boscaglia, l'ispido cardo e la sdegnosa ortica abbonderà per tutto; e dei sudati nitidi cólti si faran tiranni
l'ostinata gramigna il maledetto loglio e le vote detestate avene; le quai proterve alla divina pianta il delicato corpo soffocando
e involando l'umor del pio terreno, ingiusta le daran morte crudele. Né fian già questi gli avversari soli. Che palpitar di tema e di sospetto
il faticoso agricoltor faranno. Allorché volte al rapitor cornuto dell'agenorea figlia il sol le terga de' fratelli Ledéi la spera infiamma,
e susurrando la matura spiga le bionde chiome inchina e chiamar sembra l'operoso villano a corne il frutto, ecco nuovi terrori all'infelice,
ecco nuovi perigli e nuovi affanni. La saltante gragnuola il caldo vento i torrenti le selve e le voraci torme pennute gli saran sovente
di lagrime cagione e di sospiri. So ben che, quando di Dodona il vitto in altro vitto cangeran le genti, nuove sembianze ancora e nuovo rito
prenderà l'universo. All'auree stelle darà figura allor sentiero e nome l'audace navigante. Allor recise dai patrii gioghi scenderan le querce,
che su i flutti volando andran superbe co' venti a rinnovar la lite antica e in remote a portar barbare terre merci a vicenda e, più d'assai che merci,
costumanze e follie, morbi ed errori. In uso volgerà dell'uomo allora i suoi fuochi Vulcan, de' quai nascose l'invido Giove nella fredda selce
gli elementi immortali. Le sue care forme divine scoprirà natura; germoglieran gli affetti e tutte insomma si schiuderanno del desir le fonti,
che dovran l'uman cuore impetuose irrigar sempre e non sbramarlo mai. Generato il desir, tosto pur fia generato il bisogno. E questo sozzo
mostro ingegnoso, col dolore al fianco che acuto il punge, e col piacer da fronte che dolce il chiama e l'aspra via gl'infiora, s'ammoglierà non pigro alla malvagia,
che tutto vince, indomita fatica; e con vile connubio alle pudiche arti darà la prima vita, all'arti di turpe genitor figlie vezzose.
Dall'antico suo stato a mano a mano dunque l'uom tolto, ed innocente in prima nelle selve gli augei nell'onde i pesci insidiando; e poi fidando avaro
il frumento alla terra, al mar la vita; reggitor della sua, poscia di molte congregate famiglie; indi le mura e le leggi ponendo in sua difesa;
indi in sen di natura in sen di Giove spingendo il guardo, e all'un strappando e all'altra l'oscuro vel che li tenea nascosi; alfin dal seggio, in che gli avea locati
il suo primo timor, cacciando i numi, e sé stesso mettendo in quella vece dalla forza protetto e dal terrore; l'uom, dico, a tanta di pensieri altezza
e delle cose alla cagion salito, sé stesso, ahi folle! estimerà felice: e misero più fia, quanto più lunge l'arte vedrassi allontanar natura.
Sorgeran le città, si cangeranno in superbi palagi le divelte rupi, e morbide coltri e aurate travi difenderanno de' mortali il sonno.
Più lauto il cibo più gentil la veste troveranno le membra, e su le labbra verrà d'amico più frequente il nome, e più stretti gli amplessi e più soavi
faransi i modi e più cortesi i detti: ma più bugiardo batterà nel petto il cor pur anco, e latreran più vivi i suoi rimorsi; più fugaci i sonni,
più fugace la vita; e con avaro confin divisi si vedranno i campi, e risonar la barbara parola s'udrà del tuo del mio. Sovra le mense
manderan l'erbe i lor veleni, e colme delle madrigne ne saran le tazze e le tazze de' regi. Infame ordigno diverranno di morte il bronzo e il ferro;
e, più del ferro e più del bronzo infame, l'oro esecrato a tutte colpe il varco spalancherà, poiché divelto un giorno un rio demon l'avrà dal violato
sen della terra, che il chiudea gelosa, del suo parto fatal forse pentita. Di Temide per lui calcata e franta si vedrà la bilancia, ed il delitto
lieto esultar dell'innocenza oppressa: per lui mendica la virtù, per lui ricco–vestita l'ignoranza, mute d'onor le leggi, e con nefandi incensi
adorata la colpa e il ciel tradito. Luogo sarà nelle cittadi impuro, d'ogni vizio sentina, a cui di corte daran nome i mortai, d'abisso i numi.
Quell'avversaria d'ogni patto, e d'ogni scelleranza maestra e consigliera, Ambizion vi sederà reina: né in veruna così, siccome io veggo
nella man di costei, fabbro di mali sarà l'empio metallo, onde la cruda non pur la terra comprerà ma il cielo. Quindi (iniquo mercato!) alla superba
l'amico un giorno venderà l'amico, la consorte il marito, e la sua patria sacrilego ed infame il cittadino; a lei spergiuro le battaglie e il sangue
de' suoi prodi guerrieri il capitano; a lei le ròcche il traditor custode, e la voce de' numi il sacerdote. E per lei nelle fervide fucine
suda Vulcano, in omicidi arnesi le pacifiche falci figurando e i vomeri innocenti: e Marte intanto lo scudo imbraccia e la grave asta impugna,
e l'ugna de' cavalli procellosi sanguinando per tutta la campagna, di pianti allaga e di delitti il mondo. Oh Marte! oh guerra! orribil mostro, nato
(chi 'l crederia?) nel cielo; ove d'olimpo i cardini scuotesti, e colla tua sanguigna face violasti il puro delle vergini stelle almo candore,
e le prime saette in man ponesti contro Saturno di Saturno al figlio; oh guerra! oh delle Furie la più ria, la più ria delle Furie e la più antica!
Al tremendo tuo nome il ciel si turba per la memoria della prisca offesa, e sbigottita palpita natura. D'amor di caritate i santi nodi
tu rompesti primiera, e contro i padri i figli armasti ambiziosi e crudi, e i fratelli azzuffasti co' fratelli. Le sitibonde glebe e ber sol use
le lagrime dell'alba tu con altre stille disseti, e con allegro piede squarciate membra calpestando e bocche spiranti e petti palpitanti ancora
in tiepida di sangue atra laguna, con fiera gioia a quell'orror sorridi, crudele!, e l'inno di vittoria intuoni; mentre sulla tua gota a calde gocce
gronda sangue l'allòr che ti corona. Ahi! che tu sulle stesse are de' numi sovente arruoti i tuoi pugnali, ed osi santificar le colpe e temeraria
la vendetta arrogarti anco del cielo, del ciel che tutta a sé serbolla ed alto all'uom gridò - Mortal, perdona ed ama. - E l'uom, sordo a quel grido e dai sonori
serpi d'Aletto flagellato e spinto, l'un si squarcia coll'altro, e la più bella a struggere dell'opre s'affatica in che tanto pensier pose natura.
Sangue corrono i campi, e sangue i fiumi; sangue si vende, oh dio!, sangue si compra, e tradimento e forza a piè del trono fan l'orrendo contratto. Occulta intanto
e d'atro velo ricoperta il viso, la celeste pietà di porta in porta va, delle spose scapigliate e degli orfani figli e de' padri cadenti
asciugando le lagrime furtive; furtive, e agli occhi e al mesto cor sol note, poiché aperto dolor già fatto è colpa. Deh, santissima dea! se chiusi in terra
sono i cuor de' tiranni alle tue voci, se dei traditi vacillanti troni ferma è pur la ragion, che d'altre piaghe solcar si debba dell'Europa il petto,
perché tutto nell'angliche catene gema Nettuno e fornicar si vegga con peggior drudi l'agenorea figlia, deh! tu squarcia le nuvole, e passaggio
dell'oppresso universo apri alle grida. L'ale impenna ai sospiri, e nell'orecchio del maggior nume come tuon li spingi. Destalo: ed egli le saette impugni
già troppo neghittose, e sul tonante carro immortal di sua giustizia assiso, della terra, che tutta peccatrice furiando delira e si distrugge,
la gran contesa a giudicar discenda. - Così parlava il ben veggente e giusto delle caucasee rupi abitatore; e, tutto foco i rai, foco le gote,
del remoto futuro entro gli abissi spingea le luci, che l'antica Temi lunga stagion gli avea nella divina grand'arte de' profeti esercitate.
E in quel sacro furor l'alma rapito che i secoli sormonta e tutto al guardo il turbine veloce e la ruina dell'umane vicende sottomette,
mentre signor del fato e del suo libro col più tardo avvenir parla il pensiero, vedea quel saggio fra tempeste e nembi sopra libere penne al ciel levarsi
della terra i sospiri, e seguitarli con obliqui occhi e con incerto passo (quali il greco cantor poscia le vide) le dolorose ed umili Preghiere,
di lagrime per via bagnando il viso e tutto alla pietà movendo il cielo. Abbracciar le ginocchia le vedea d'un dio maggior di Giove, a cui salire
distinto non sapeva il suo concetto né nomarlo il suo labbro; e questo dio stender la destra alle dolenti dive, ed inchinar sovr'esse i maestosi
suoi neri sopraccigli, onde le chiome d'ambrosia rugiadose tremolando sulla fronte immortal diero una scossa che tutto fece traballar l'olimpo.
Poi dalla grande orribile farètra, che Morte ed Ira sue ministre al piede rinfrescando gli vanno e mai non votasi, il fulmine prendea, con cui tremendo
ai mortali ragiona il suo disdegno. E tosto innanzi un giovinetto eroe gli comparìa, che il gesto e il portamento avea di Marte, e Marte egli non era.
Tricolor cinto gli fasciava il fianco superbamente, e tricolor cimiero gli ondeggiava sul capo. La sua fronte, di cortesia temprata e di fierezza,
profondi palesava alti pensieri; alla fronte di Giove simigliante, quando Pallade ancor non partorita gli affaticava l'immortal cerébro.
L'ineffabile nume onnipossente a lui quindi facea queste parole: - Prendi, invitto guerrier, prendi securo la folgore di Dio. Per me la vibra
su gli ostinati troni, omai di troppo sangue vermigli; col mio strale in pugno, a chieder pace a supplicar gli sforza; e finisca per te del mondo il pianto. -
Così dicendo, il fulmine supremo gli consegnò; né della man mutata accorgersi parea l'arme divina, ma più terribil anzi e più sdegnosa
guizzar nel pugno del novello erede. Ed ei con braccio vigoroso e saldo su i germanici campi la vibrava fieramente. Al nitrito al calpestìo
de' gallici cavalli risonavano le retiche montagne, e attrita e pesta sotto l'ugne ferrate si scaldava la vindelica neve. Non potea
stupefatto raggiungere il pensiero di sue vittorie il volo, e non ardìa darle tutte la Fama alla sua tromba, paventando bugiarda esser tenuta.
Al fragor de' suoi tuoni, al truce lampo de' tremendi suoi sguardi e di sua spada, ivan l'onde dell'Istro impaurite, e con volo di timida colomba
fuggia scema dell'ali e degli artigli la bellicosa degli augei reina. Tremava tutta e si battea la guancia, del contumace suo furor pentita,
la superba Lamagna; e del suo sangue tinto e satollo alfin sorgea l'olivo. All'apparir che fea sulle gelate noriche vette l'arbore divina
esultava la terra, e rispettosi a baciarla venieno a carezzarla con molli penne d'ogni parte i venti. Sulle pannonie rupi alto sferzando
i destrier rugiadosi in sul mattino la salutava il Sole, e con soave riso di luce dal mortal suo sonno tutto svegliava a nuova vita il mondo.
Riconducean secure al pasco antico l'allegre pastorelle i cari armenti. Affilava cantando il villan duro il curvo dente di Saturno, e lieto
l'ore affrettava di troncar la spica; ché d'oltraggio guerrier più non temea. Qua stringesi una madre al seno il figlio cui già spento piangea, né al ciel si sente
più lamentarse del fecondo grembo. Là del salvo marito al collo gitta una tenera sposa ambe le braccia, e, sull'adusto affaticato petto
le ferite cercando, con pietosa bocca le bacia, e colla man le tenta ripugnante d'orror. Odesi altrove risonar d'inni il tempio e, sciolte in fumo
van l'odorate lagrime sabée lassù le nari a rallegrar de' numi. E per le piazze intanto e per le vie un trambusto di danze e di guerrieri
cantici e ludi; un esclamar per tutto, un abbracciarsi, un fremere di gioia, che di dolce follìa l'alme rapisce. E in cotanta esultanza ecco novello
di letizia argomento; ecco Minerva che la sazia di sangue pesante asta depon placata, e ne' cecropii prati le vergini cavalle a pascer manda
il trifoglio divin, mentre lo scudo stan nel fiume a lavar d'Argo le figlie. Ed essa la gran dea per l'ampie sale de' peripati l'attiche lucerne
raccende, in nembo d'erudita polve strascinando il regal paludamento. Riviver liete d'ogni parte vedi d'Academo le selve, e in gran frequenza
correr l'Arti a sudar nei sacri arringhi. Quindi un picchio incessante un cigolìo di scalpelli e di marmi, un mescolarsi di colori e pennelli onde operose
prendon le tele sentimento e vita; poi di cetre un fragor, che vario e dolce scorre sull'alme e giù dal balzo arriva del beato Elicona. Ivi seduto
fra le pudiche aganippee fanciulle lo stesso di Latona inclito figlio di quel famoso giovinetto i forti fatti cantava e le fatiche e l'ira,
con questo carme innamorando il cielo. - Chi è colui che rapido qual folgore scende dal monte, e sguardi formidabili vibra in sembianze giovanili e tenere?
Lo precorre Bellona; e sotto il fervido calpestar dei fumanti atri cornipedi tremano l'Alpi, e su le porte cozie l'italo genio spaventato affacciasi,
memore ancor dell'ardimento punico. Oh del primo maggior secondo Annibale, pochi sono i tuoi forti, e non si coprono di ferro il petto né l'aìta affidali
di numidi elefanti, ma del gallico valor l'usbergo portano sull'anima, e l'arte sanno di morire o vincere. Oh val di Dego orrenda! oh gioghi indomiti
di Montenotte! oh re de' fiumi Erìdano! E tu Mincio fatal, che di cadaveri le tue lagune già vedesti crescere e dal nido natìo smarrita e pallida
l'ombra involarsi del cantor di Mantova; e voi dell'Adda iniqui ponti, e d'Arcoli ostinate pianure; e voi di Rezia fieri dirupi, e dell'estremo Norico
risonanti fucine ove fa gemere Vulcano a Marte la tedesca incudine; dove son, rispondete, i vostri eserciti? Dove i duci i cavalli e i tuoni e i fulmini
de' vostri bronzi? e il fior più scelto e vivido della bionda Lamagna? Ohimè! l'italico campo del sangue di quei prodi impinguasi, e vagar l'insepolte ombre si veggono
sdegnosamente e fremere sull'Adige di germanica strage ingombro e turgido. Salve, o madre d'eroi, salve, terribile francese Libertà! salve, magnanimo
campion che chiudi in fior di membra altissimo vigor di senno! A te dinanzi attonita tace la terra: ma dolente mòstrati le non ben rotte sue catene Ausonia,
e di spezzarle interamente prégati. Deh l'ascolta per dio! deh forte avvolgile la man nel crine venerando, e salvala; ch'ella t'è madre, e le materne lagrime
al cor d'un figlio la pietà comandano. Poi sull'olimpo che t'aspetta il nèttare vien co' numi a libar fra Giove ed Ercole. - Questi accenti sposava alla sua cetra
il signor delle Muse; e, mentre i boschi di Pindo e Citeron molce il suo canto, tacciono i sacri ruscelletti, e l'aure non osano di far rissa e bisbiglio.
Stillavan tutti liquida fragranza i suoi biondi capelli, e all'agitarsi della testa immortal quante sul suolo cadean le gocce del licor celeste
tante nascean viole ed asfodilli. Poi, finito il cantar, dell'aurea fronte toglieasi Febo il suo bel lauro istesso, di poeti superbia e di guerrieri,
e dell'invitto lo ponea sul crine. Allor dal volto dell'eroe partissi tal di raggi e di lampi un largo nembo che tutta di sua luce empiea la terra;
non da quella diversa che Minerva sul capo accese del divino Achille e tremenda a toccar gli astri giungea, quando apparve de' Teucri all'improvviso
sul terribile fosso, e alla sua vista si rovesciar cavalli e cavalieri confusamente, e salva si sottrasse dall'ettoreo furor la combattuta
esangue spoglia del diletto amico. Tal era lo splendor che dalle care fiere sembianze del guerriero uscìa. Tergea l'Europa, in lui mirando, il pianto,
e, il suo possente salvator da lungi colla manca accennando alle sorelle, porgea lor colla destra il ramoscello del sacro olivo, e promettea che presto
colla vindice man tolte le avrìa dell'anglico ladrone alle catene. Carco d'odii frattanto e di delitti, con mozzi artigli e dischiomata giuba,
agonizzar dell'Adria si vedea l'orgoglioso decrepito lione: e all'avara del Tebro meretrice dai scettrati suoi drudi abbandonata
cadean guaste dagli anni e vilipese le tre corone al crin lascivo avvinte. D'arcano velo circondati e chiusi eran questi i portenti che per entro
la sacra notte del futur vedea l'indovino Titano: e preso intanto di stupor di rispetto e di paura non alitava non battea palpèbra
a quell'alte parole Epimetéo. E come, quando ne' Carpazii flutti che avea turbati l'aquilon, se chiude l'enfiata bocca l'iperboreo dio
e gli muor la procella in su le labbra, a poco a poco quetasi pur anco la discordia dell'onde, e al sol che torna leggiadramente tremolar le vedi;
allor la rete il pescator ripiglia, ed allegro il nocchier, lasciando il porto e spiegando la vela, al mar di nuovo le sue speranze crede e la sua vita:
non altrimenti di Giapeto al figlio, poiché lo spirto racquetossi e il petto dal profetico ardor sconvolto e scosso, il primo volto venne il color primo.
E calmato e sereno - Or via, fratello, datti pace, soggiunse: al tuo fallire non disperar salute: io te n'affido, sorgerà l'uomo dal suo basso stato,
e tanto al ciel si leverà sublime che d'invidia n'andran pur tocchi i numi. - Disse: e, nel cor magnanimo premendo il suo disegno, e dal disìo soltanto
di liberar le sue promesse acceso, verso la sacra argolica contrada per molta terra e molto mar divisa, come del fato lo spingea la forza,
senza più dubitar prese la via. E doloroso di lasciar l'antico dolce ricetto - Addio, sclamava, addio, care selve beate, che ramingo
nel vostro sen mi riceveste il giorno che mal del cielo disputò l'impero il misero mio padre, e voi pietose agli strali di Giove in quel periglio
mi nascondeste, né veruno il seppe de' mortali gran tempo e de' celesti. Salve, rupe sublime, ov'io solea nei sacri della notte alti silenzi
interrogar le stelle e in quei lucenti volti del fato esaminar le vie; mentre queti d'intorno e rispettosi tacean sul monte e nella selva i venti,
e sol nell'ombra mormorar da lunge quinci il Caspio s'udìa quindi l'Eusino. Addio, sonante Arrago; addio, veloce onda del Gerro, alle cui fonti assiso
io salutava in oriente il sole, e contemplar godea come all'aspetto dell'immortal sua lampa genitrice rivestivansi allegre e rugiadose
del deposto color l'erbette e i fiori e tutta dal suo sonno uscìa la terra. Voi dunque di mie veglie e di mie pene confidenti pietosi, o boschi, o fiumi,
o spelonche, o dirupi, ricevete del fido vostro solitario amico i dolenti congedi. Io v'abbandono: ma il cor che spesso l'avvenir segreto
co' suoi palpiti avvisa, il cor mi viene significando occultamente in petto che tornerò pur anco al vostro seno, ed illustre darò perpetua fama
con più grandi sventure a queste rupi.
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