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1515–1580

Untitled

Vincenzio Borghini

La bufera infernal, che mai non resta, Mena gli spirti con la sua rapina; Stavvi Minos orribilmente, e ringhia; Esamina le colpe nell'entrata,

Giudica e manda secondo ch'avvinghia. Dico che quando l'anima malnata Li vien dinanzi, tutta si confessa; E quel conoscitor delle peccata

Vede qual loco d'inferno è da essa; Cingesi con la coda tante volte Quantunque gradi vuol che giù sia messa. Sempre dinanzi a lui ne stanno molte,

Vanno a vicenda ciascuna al giudizio, Dicono e odono, e poi son giù volte. Come, per sostentar solaio o tetto, Per mensola talvolta una figura

Si vede giugner le ginocchia al petto, La qual fa del non ver vera rancura Nascer a chi la vede; così fatti Vid'io color quando posi ben cura.

Vero è che più e meno eran contratti, Secondo ch'avean più e meno addosso; E qual più pazienza avea negli atti Piangendo parea dicer: più non posso.

L'angel che venne in terra col decreto Della molt'anni lacrimata pace, Ch'aperse il ciel dal suo lungo divieto, Dinanzi a noi pareva sì verace

Quivi intagliato in un atto soave, Che non sembiava imagine che tace. Giurato si saria ch'ei dicesse Ave: Però ch'ivi era imaginata quella

Ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave. E avea impressa in atto esta favella; Ecce ancilla Dei, sì propriamente, Come figura in cera si suggella.

Era intagliato lì nel marmo stesso Lo carro e' buoi traendo l'arca santa, Perchè si teme officio non commesso. Dinanzi parea gente, e tutta quanta

Partita in sette cori, a' duo miei sensi Facean dicer l'un No, l'altro Sì canta. Similemente al fumo degl'incensi, Che v'era imaginato, gli occhi e 'l naso

E al sì e al no discordi fensi. Li precedeva al benedetto vaso, Trescando alzato, l'umile Salmista, E più e men che re era in quel caso.

Di contra effigiata, ad una vista D'un gran palazzo, Micol ammirava Siccome donna dispettosa e trista. Quivi era istoriata l'alta gloria

Del roman prence, lo cui gran valore Mosse Gregorio alla sua gran vittoria; Io dico di Traiano imperadore, E una vedovella gli era al freno

Di lagrime atteggiata e di dolore. D'intorno a lui parea calcato e pieno Di cavalieri, e l'aguglie nell'oro Sovr'esso in vista al vento si movieno.

La miserella in fra tutti costoro Parea dicer: Signor, fammi vendetta Di mio figlio ch'è morto, ond'io m'accoro. Ed egli a lei rispondere: Or aspetta

Tanto ch'io torni. Ed ella: Signor mio, (Come persona in cui dolor s'affretta) Se tu non torni? Ed ei: Chi fia dov'io La ti farà. Ed ella: L'altrui bene

A te che fia, se 'l tuo poni in oblio? Ond'egli: Or ti conforta, chè conviene Ch'io solva il mio dover, anzi ch'io muova; Giustitia vuole, e pietà mi ritiene.

Vedea colui che fu nobil creato Più d'altra creatura, giù dal cielo Folgoreggiando scendere, da un lato. Vedea Nembrotte a piè del gran lavoro,

Quasi smarrito, e riguardar le genti Ch'in Sennaar con lui superbi fôro. O Saul, come in su la propria spada Quivi parevi morto in Gelboè,

Che poi non sentì pioggia nè rugiada. Mostrava la ruina e 'l grande scempio Che fe Tamiri quando disse a Ciro: Sangue sitisti, ed io di sangue t'empio.

Vedeva Troia in cenere e in caverne; O Ilion, come te basso e vile Mostrava 'l segno che lì si discerne! O folle Aragna, sì vedeva io te

Già mezza aragna, trista in su li stracci Dell'opera che mal per te si fe. O Niobe, con che occhi dolenti Vedeva io te segnata in su la strada

Tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! La nostra carità non serra porte A giusta voglia, se non come quella Che vuol simile a sè tutta sua corte.

Li nostri affetti che solo infiammati Son del piacer dello spirito santo, Letizian del suo ordine formati. Frate, la nostra volontà quieta

Virtù di carità, che fa volerne Sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. Io fui nel mondo vergine sorella, E se la mente tua ben mi riguarda,

Non mi ti celerà l'esser più bella. E questa sorte, che par giù cotanto, Però n'è data, perchè fur negletti Li nostri voti, e vôti in alcun canto.

Fede è sostanza di cose sperate, Ed argomento delle non parventi; E questa pare a me sua quiditate; ............ : Le profonde cose

Che mi largiscon qui la lor parvenza, Agli occhi di laggiù son sì nascose, Che l'esser loro v'è in sola credenza Sovra la qual si fonda l'alta spene:

E però di sustanza prende intenza. E da questa credenza ci conviene Sillogizzar senz'aver altra vista; Però intenza d'argomento tiene.

Ed io: Sì, l'ho sì lucida e sì tonda, Che nel suo conio nulla mi s'inforsa. .........: La larga ploia Dello Spirito Santo, ch'è diffusa

In su le vecchie e 'n su le nuove cuoia, È sillogismo che la m'ha conchiusa Acutamente sì, che 'n verso d'ella Ogni dimostrazion mi pare ottusa.

Io udii poi: L'antica e la novella Proposizione chi sì ti conchiude? Perchè l'hai tu per divina favella? Ed io: La prova che 'l ver mi dischiude,

Son l'opere seguite, a che natura Non scaldò ferro mai nè battè incude. Se il mondo si rivolse al Cristianesmo, Diss'io, senza miracoli, quest'uno

È tal, che gli altri non sono 'l centesmo: Che tu entrasti povero e digiuno In campo a seminar la buona pianta. .......... Io credo in uno Dio

Solo ed eterno, che tutto 'l ciel muove, Non moto, con amore e con disio; Ed a tal creder non ho io pur prove Fisice, e metafisice, ma dàlmi

Anco la verità che quinci piove Per Moisè, per Profeti, per Salmi, Per l' e per voi che scriveste, Poi che l'ardente Spirto vi fece almi.

E credo in tre persone eterne, e queste Credo una essenza, sì una e sì trina, Che soffera congiunto sunt et este. Della profonda condizion divina

Ch'io tocco, nella mente mi sigilla Più volte l'evangelica dottrina. Questo è 'l principio, questa è la favilla Che si dilata in fiamma poi vivace,

E, come stella in cielo, in me scintilla. Sotto così bel ciel, com'io diviso, Ventiquattro seniori, a due a due, Coronati venian di fior d'aliso.

Tutti cantavan: Benedetta tue Nelle figlie d'Adamo: o benedette Sieno in eterno le bellezze tue. Sì come luce luce in ciel seconda,

Vennero appresso lor quattro animali Coronati ciascun di verde fronda. Ognuno era pennuto di sei ali. L'un si mostrava alcun de' familiari

Di quel sommo Ippocrate, che natura Agli animali fe, ch'ell'ha più cari: Mostrava l'altro la contraria cura, Con una spada lucida ed acuta,

Tal che di qua dal rio mi fe paura. E diretro da tutti un vecchio solo Venir, dormendo, con la faccia arguta. Non vi si pensa quanto sangue costa

Seminarla nel mondo, e quanto piace Chi umilmente con essa s'accosta. Per apparir ciascun s'ingegna, e face Sue invenzioni, e quelle son trascorse

Da' predicanti, e 'l si tace. Sì che le pecorelle, che non sanno, Tornan dal pasco pasciute di vento, E non le scusa non veder lor danno

Non disse Cristo al suo primo convento: Andate, e predicate al mondo ciance; Ma diede lor verace fondamento: E quel tanto sonò nelle sue guance,

Sì ch'a pugnar, per accender la Fede, Dell' fero scudi e lance. Ora si va con motti e con iscede A predicare, e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede. Avete il Vecchio e 'l Nuovo Testamento E 'l pastor della Chiesa, che vi guida. Sì fe Sabellio e Arrio, e quelli stolti,

Che furo come spade alle , In render torti li diritti volti. Poscia vidi avventarsi nella cuna Del trionfal veiculo una volpe,

Che d'ogni pasto buon parea digiuna. Ma riprendendo lei di laide colpe La donna mia la mise in tanta futa, Quanto sofferser l'ossa senza polpe;

Tanto dice di farmi sua compagna Ch'io sarò là dove fia Beatrice: Quivi convien, che senza lui rimagna. Veramente a così alto sospetto

Non ti fermar, se quella no 'l ti dice, Che lume fia tra 'l vero e l'intelletto: Non so se intendi; io dico di Beatrice. ........: A questo regno

Non salì mai chi non credette in Cristo, Vel pria vel poi che si chiavasse al legno. Bastavasi ne' secoli recenti Con l'innocenzia, per aver salute,

Solamente la fede de' parenti. Poi che le prime etadi fur compiute, Convenne a' maschi all'innocenti penne, Per circoncidere, acquistar virtute.

Ma, poi che 'l tempo della grazia venne, Senza battesmo perfetto di Cristo, Tale innocenzia laggiù si ritenne (che non venne quassù in cielo).

Speme, diss'io, è uno attender certo Della vita futura, il qual produce Grazia divina e precedente merto. ....... per recarne conforto a quella fede

Ch'è principio alla via di salvazione. Innata v'è la virtù, che consiglia, E dello assenso dee tener la soglia. Questo è il principio, là onde si piglia

Cagion di meritare in voi, secondo Che buoni e rei amori accoglie e viglia. Color, che ragionando andaro al fondo, S'accorser d'esta innata libertate;

Però moralità lassaro al mondo. Onde ponghiam, che di necessitate Surga ogni amor, che dentro a voi s'accende, Di ritenerlo è in voi la potestate.

La nobile virtù Beatrice intende Per lo libero arbitrio. Voi, che vivete, ogni cagion recate Pur suso al cielo sì come se tutto

Movesse seco, di necessitate. Se così fusse, in voi fora distrutto Libero arbitrio, e non fora giustizia, Per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia; Non dico tutti, ma, posto ch'io 'l dica, Ragion' v'è dato a bene ed a malizia, E 'l libero voler, che se fatica

Nelle prime battaglie co 'l ciel dura, Poi vince tutto, se ben si nutrica. A maggior forza ed a miglior natura Liberi soggiacete, e quella cria

La mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura. Lo maggior don, che Dio per sua larghezza, Fesse creando, e alla sua bontate Più conformato, e quel ch'ei più apprezza,

Fu della volontà la libertate Di che le creature intelligenti E tutte e sole furo e son dotate. Perchè le viste lor furo esaltate

Con grazia illuminante, e con lor merto, Sì c'hanno piena e ferma volontate. Lume non è, se non vien dal sereno, Che non si turba mai, anzi è tenèbra,

Od ombra della carne, o suo veneno. E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito, Dicendo: Vedi, sola questa riga Non varcheresti dopo 'l Sol partito:

Non però ch'altra cosa desse briga, Che la notturna tenebra, ad ir suso; Quella col non poter la voglia intriga. Ben si potria con essa andar in giuso,

E passeggiar la costa intorno errando, Mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso. E Beatrice cominciò: Ringrazia, Ringrazia 'l Sol degli Angeli, ch'a questo

Sensibil t'ha levato per sua grazia. La sposa di colui, ch'ad alte grida Disposò lei, col sangue benedetto; Ciò ch'io dicea di quell'unica Sposa

Dello Spirito Santo,..... ....... al bel giardino Che sotto i raggi di Cristo s'infiora. L'esercito di Cristo, che sì caro

Costò a riarmar, dietro all'insegna Si movea tardo, sospettoso e raro. Quando lo 'mperador, che sempre regna, Provide alla milizia, ch'era in forse,

Per sola grazia, non per esser degna; E, come è detto, a sua sposa soccorse, Con duo campioni, al cui fare, al cui dire Lo popol disviato si raccorse.

La providenza, che governa il mondo Con quel consiglio, nel quale ogni aspetto Creato è vinto pria che vada al fondo, Però ch'andasse ver lo suo diletto

La sposa di colui, ch'ad alte grida Disposò lei col sangue benedetto, In sè sicura, e anco a lui più fida, Duo Principi ordinò in suo favore,

Che quindi e quinci le fosser per guida. L'un fu tutto serafico in amore, L'altro per sapienza in terra fue Di cherubica luce uno splendore.

Ma, poi che 'l tempo della grazia venne, Senza battesmo perfetto di Cristo, Tale innocenzia laggiù si ritenne (laggiù in terra che non venne in cielo).

O sodalizio eletto alla gran cena Del benedetto agnello, che vi ciba Sì, che la vostra voglia è sempre piena; ....... e lo scaglion primaio

Bianco marmo era, sì pulito e terso, Ch'io mi specchiai in esso, quale io paio. Era il secondo, tinto più che perso, D'una petrina ruvida ed arsiccia,

Crepata per lo lungo e per traverso. Lo terzo che disopra s'ammassiccia, Porfido mi parea sì fiammeggiante, Come sangue che fuor di vena spiccia.

Divoto mi gittai a' santi piedi: Misericordia chiesi, e ch'ei m'aprisse: Ma pria nel petto tre fiate mi diedi. ....... trasse duo chiavi.

L'una era d'oro, e l'altra era d'argento: Pria con la bianca, e poscia con la gialla, Fece alla porta sì, ch'io fui contento. O Padre nostro, che ne' cieli stai,

Non circonscritto, ma per più amore Ch'ai primi effetti di lassù tu hai, Laudato sia 'l tuo nome, e 'l tuo valore Da ogni creatura, com'è degno

Di render grazie al tuo dolce vapore. Vegna ver noi la pace del tuo regno, Chè noi ad essa non potem da noi, S'ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler gli Angeli tuoi Fan sacrificio a te, cantando Osanna, Così facciano gli uomini de' suoi. Dà oggi a noi la quotidiana manna,

Senza la qual per questo aspro deserto A retro va chi più di gir s'affanna. E come noi lo mal, ch'avem sofferto, Perdoniamo a ciascuno, e tu perdona,

Signore, e non guardare al nostro merto. Nostra virtù che di leggier s'adona, Non spermentar con l'antico avversaro, Ma libera da lui, che sì la sprona.

Salve regina, in su 'l verde, e 'n su' fiori Quindi seder, cantando, anime vidi. Te lucis ante sì devotamente Gli uscì di bocca, con sì dolci note.

Summae Deus clementiae, nel seno Della gran fiamma allora udi' cantando, Lumbos, iecurque morbidum Flammis ad ure congruis,

Accincti ut artus excubent, Luxu remoto pessimo. Udi' gridar: Maria, ôra per noi: Gridar Michele e tutti gli altri Santi.

Pier cominciò senz'oro e senz'argento, E io con orazioni e con digiuno, E Francesco umilmente il suo convento. Dal mondo, per seguirla, giovinetta

Fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi, E promisi la via della sua setta. Uomini poi, a mal più che a bene usi, Fuor mi rapiron della dolce chiostra;

Dio lo si sa qual poi mia vita fusi! Domenico fu detto; ed io ne parlo Sì come dell'agricola, che Cristo Elesse a l'orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo, Che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto, Fu al primo consiglio, che diè Cristo. ........ 'l venerabile Bernardo

Si scalzò prima, e dietro a tanta pace Corse, e correndo, gli parv'esser tardo. O ignota ricchezza o ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro

Dietro allo sposo; sì la sposa piace. Nell'ordine ch'io dico sono accline Tutte nature, per diverse sorti, Più al principio loro e men vicine;

Onde si muovono a diversi porti Per lo gran mar dell'essere, e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti. Questi ne porta 'l foco inver la luna;

Questi ne' cuor mortali è promotore; Questi la terra in sè stringe ed aduna. Nè pur le creature, che son fuore D'intelligenzia, quest'arco saetta,

Ma quelle c'hanno intelletto ed amore. La providenza, che cotanto assetta, Del suo lume fa 'l ciel sempre quieto, Nel qual si volge quel c'ha maggior fretta.

E ora lì, com'a sito decreto, Cen porta la virtù di quella corda, Che ciò che scocca, drizza in segno lieto. Vero è che, come forma non s'accorda

Molte fiate all'intenzion de l'arte, Perch'a risponder la materia è sorda; Così da questo corso si diparte Talor la creatura, c'ha podere

Di piegar, così pinta, in altra parte, (E sì come veder si può cadere Foco di nube) se l'impeto primo A terra è torto da falso piacere.

Lo Ben che tutto 'l regno che tu scandi, Volge e contenta, fa esser virtute Sua providenza in questi corpi grandi; E non pur le nature provedute

Son nella mente ch'è da sè perfetta, Ma esse insieme con la lor salute. Per che quantunque questo arco saetta, Disposto cade a proveduto fine,

Sì come cocca in suo segno diretta. .......: Un uom nasce alla riva Dell'Indo; e quivi non è chi ragioni Di Cristo, nè chi parli, nè chi scriva;

E tutti i suoi voleri ed atti buoni Sono, quanto ragione umana vede, Senza peccato in vita od in sermoni. Muore non battezzato, e senza fede;

Ov'è questa giustizia che 'l condanna? Qual è la colpa sua, sed ei non crede? Or tu chi se', che vuoi sedere a scranna Per giudicar da lungi mille miglia

Con la veduta corta d'una spanna? Certo a colui che meco s'assottiglia, Se la scrittura sopra voi non fosse, Da dubitar sarebbe a maraviglia.

Dunque vostra veduta che conviene Esser alcun de' raggi della Mente, Di che tutte le cose son ripiene, Non può di sua natura esser possente

Tanto, che suo principio non discerna Molto di là, da quel ch'egli è, parvente. Però nella iustizia sempiterna La vista che riceve il vostro mondo,

Come occhio per lo mare, entro s'interna; Che, ben che dalla proda veggia 'l fondo, In pelago nol vede; e nondimeno Egli è, ma cela lui l'esser profondo.

La somma volontà, ch'è per sè buona, Da sè, ch'è sommo ben, mai non si mosse. Cotanto è giusto, quanto a lei consuona; Nullo creato bene a sè la tira,

Ma essa, radiando, lui cagiona. O predestinazion, quanto remota È la radice tua da quelli aspetti Che la prima Cagion non veggon tota!

E voi, mortali, tenetevi stretti A giudicar; chè noi, che Dio vedemo, Non conosciamo ancor tutti gli eletti. Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,

Quel serafin ch'in Dio più l'occhio ha fisso, A la dimanda tua non satisfàra; Però che sì s'inoltra nell'abisso Dell'eterno consiglio quel che chiedi,

Che da ogni creata vista è scisso. E al mondo mortal, quando tu riedi, Questo rapporta, sì che non presuma A tanto segno più muover li piedi.

La contingenza, che fuor del quaderno Della vostra materia non si stende, Tutta è dipinta nel cospetto eterno. Necessità però quindi non prende,

Se non come dal viso in che si specchia Nave che per torrente giù discende. Non sien le genti ancor troppo sicure A giudicar, sì come quei che stima

Le biade in campo pria che sien mature: Ch'io ho veduto tutto 'l verno prima Il prun mostrarsi rigido e feroce, Poscia portar la rosa in su la cima;

E legno vidi già dritto e veloce Correr lo mar per tutto suo cammino, Perire al fine all'entrar della foce. Per veder un furare, altro offerere,

Vedergli dentro al consiglio divino: Chè quel può surgere, e quel può cadere. Per non soffrire, alla virtù che vuole, Freno a suo prode, quell'uom che non nacque

Dannando sè, dannò tutta sua prole; Onde l'umana spezie inferma giacque Giù per secoli molti in grand'errore, Fin ch'al Verbo di Dio discender piacque,

U' la natura che dal suo Fattore S'era allungata, unio a sè in persona Con l'atto sol del suo eterno amore. La divina bontà, che 'l mondo imprenta,

Di proceder per tutte le sue vie A rilevarvi suso fu contenta. Nè tra l'ultima notte e 'l primo die Sì alto e sì magnifico processo

O per l'uno o per l'altro fu o fie: Chè più largo fu Dio a dar sè stesso In far l'uom sufficiente a rilevarsi, Che s'egli avesse sol da sè dimesso.

E tutti gli altri modi erano scarsi Alla giustizia, se 'l Figliuol di Dio Non fusse umiliato ad incarnarsi. Vostra natura, quando peccò tota

Nel seme suo, da queste dignitadi, Come di Paradiso, fu remota. ........ co' parvoli innocenti, Dai denti morsi della morte, avanti

Che fusser dall'umana colpa esenti. Quando ci vidi venir un possente Con segno di vittoria incoronato. Trasseci l'ombra del primo parente,

D'Abel suo figlio, ......... Più non si desta Di qua dal suon dell'angelica tromba. Quando verrà la nimica podesta,

Ciascun rivederà la trista tomba, Ripiglierà sua carne e sua figura, Udirà quel ch'in eterno rimbomba. Qual i beati, al novissimo bando

Surgeran presti, ognun di sua caverna, La rivestita carne alleviando. Come la carne gloriosa e santa Fia rivestita, la nostra persona

Più grata fia, per esser tutta quanta Perchè s'accrescerà ciò che ne dona Di gratuito lume il sommo Bene, Lume ch'a lui veder ne condiziona:

Onde la vision crescer conviene, Crescer l'ardor che di quella s'accende, Crescer lo raggio che da esso viene. Ma sì come carbon che fiamma rende,

E per vivo candor quella soverchia, Sì che la sua parvenza si difende; Così questo fulgòr, che già ne cerchia, Fia vinto in apparenza dalla carne

Che tutto dì la terra ricoperchia: Nè potrà tanta luce affaticarne; Chè gli organi del corpo saran forti A sostener ciò che può dilettarne.

E sappi che sì tosto com'al feto L'articolar del cerebro è perfetto, Lo Motor primo a lui si volge lieto, Sovra tant'arte di natura, e spira

Spirito nuovo di virtù repleto, Che ciò che trova attivo quivi, tira In sua sustanzia, e fassi un'alma sola, Che vive e sente, e sè in sè rigira.

La divina bontà che da sè sperne Ogni livore, ardendo in sè sfavilla, Sì che dispiega le bellezze eterne. Ciò che da lei senza mezzo distilla

Non ha poi fine, perchè non si muove La sua mprenta, quando ella sigilla. Ciò che da essa senza mezzo piove, Libero è tutto, perchè non soggiace

Alla virtute delle cose nuove. L'anima d'ogni bruto e delle piante Di complession potenziata tira Lo raggio e 'l moto delle luci sante.

Ma vostra vita senza mezzo spira La somma beninanza, e la innamora Di sè, sì che poi sempre la desira. Non per avere a sè di bene acquisto,

Ch'esser non può, ma perchè suo splendore Potesse, risplendendo, dir: subsisto; In sua eternità di tempo fuore, Fuor d'ogni altro comprender, com'i piacque,

S'aperse in nuovi amor l'eterno Amore. Nè prima quasi torpente si giacque; Chè nè prima nè poscia precedette Lo discorrer di Dio sovra queste acque.

Forma e materia congiunte e purette Usciro ad atto che non avea fallo, Come d'arco tricorde tre saette; E come in vetro, in ambra, od in cristallo

Raggio risplende sì, che dal venire A l'esser tutto non è intervallo; Così il triforme effetto del suo Sire, Nel su' esser raggiò insieme tutto,

Senza distinzion nell'esordire. Concreato fu ordine e construtto Alle sustanzie, e quelle furon cima Del mondo, in che puro atto fu produtto.

Pura potenzia tenne la parte ima; Nel mezzo strinse potenzia con atto Tal vime, che giammai non si divima. Nè giugneriesi, numerando, al venti

Sì tosto, come degli Angeli parte Turbò il suggetto de' vostri elementi. L'altra rimase, e cominciò quest'arte Che tu discerni, con tanto diletto,

Che mai da circuir non si diparte. Principio del cader fu 'l maladetto Superbir di colui che tu vedesti Da tutti i pesi del mondo constretto.

Quelli che vedi qui, furon modesti A riconoscer sè dalla Bontade Che gli avea fatti a tanto intender presti. Perchè le viste lor furo esaltate

Con grazia illuminante, e con lor merto: Sì c'hanno piena e ferma volontate. E non voglio che dubbi, ma sii certo Che ricever la grazia è meritorio,

Secondo che l'affetto l'è aperto. ....... Color che son contenti Nel foco, perchè speran di venire, Quando ch'e' sia, alle beate genti.

Con suoi preghi devoti, e con sospiri Tratto m'ha della costa ove s'aspetta, E liberato m'ha dagli altri giri. Fagli per me un dir di Paternostro,

Quanto bisogn' a noi di questo mondo, Ove poter peccar non è più nostro. Se di là sempre ben per noi si dice, Di qua che dire e far per lor si puote

Da quei c'hanno al voler buona radice? Ben si dee lor aitar lavar le note Che portar quinci, sì che mondi e lievi Possan uscir alle stellate rote.

Pace volli con Dio in su l'estremo Della mia vita; ed ancor non sarebbe Lo mio dover per penitenzia scemo, Se ciò non fusse ch'a memoria m'ebbe

Pier Pettignano in sue sante orazioni, A cui di me per caritate increbbe. Orando, grazia convien che s'impetri, Grazia da quella che puote aiutarti.

Or questi, che dall'infima lacuna Dell'universo in fin qui ha vedute Le vite spiritali ad una ad una, Supplica a te per grazia di virtute,

Tanto, che possa con gli occhi levarsi Più alto, verso l'ultima Salute. Ed io, che mai per mio veder non arsi Più ch'io fo per lo suo, tutti i miei preghi

Ti porgo, e prego che non sieno scarsi. Donna, sei tanto grande, e tanto vali, Che qual vuol grazia, e a te non ricorre, Sua disianza vuol volar senz'ali.

La tua benignità non pur soccorre A chi dimanda, ma molte fiate Liberamente al dimandar precorre. In te misericordia, in te pietate,

In te magnificenza, in te s'aduna Quantunque in creatura è di bontate. Il nome del bel fior ch'io sempre invoco E mane e sera;

O milizia del ciel cui io contemplo, Adora per color che sono in terra. Mi disse: Mira, mira, ecco 'l barone, Per cui laggiù si visita Galizia.

E quasi peregrin che si ricrea Nel tempio del suo voto riguardando, Qual è colui che forse di Croazia Vien a veder la Veronica nostra,

Che per l'antica fama non si sazia, Ma dice nel pensier, fin che si mostra: Signor mio Gesù Cristo, Dio verace, Cotal fu dunque la sembianza vostra?

E Santa Chiesa con aspetto umano Gabriel e Michel vi rappresenta, E l'altro che Tobia rifece sano. Poscia ch'io ebbi rotta la persona

Di due punte mortali, io mi rendei, Piangendo, a Quei che volentier perdona. Orribil furon li peccati miei; Ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

Che prende ciò che si rivolve a lei. Per lor maledizion sì non si perde, Che non possa tornar l'eterno amore, Mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more Di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta, L'altra, che per materia t'è aperta, Puote bene esser tal, che non si falla

Se con altra materia si converta. Ma non trasmuti carco alla sua spalla Per suo arbitrio alcun, senza la volta E della chiave bianca e della gialla.

Ed ella: O luce eterna del gran viro, A cui nostro Signor lasciò le chiavi, Ch'ei portò giù, di questo gaudio miro; Dal destro vedi quel padre vetusto

Di Santa Chiesa, a cui Cristo le chiavi Raccomandò di questo fior venusto. ....... primizia Che lasciò Cristo de' vicarii suoi.

Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo esser catto: Veggiolo un'altra volta esser deriso, Veggio rinnovellar l'aceto e 'l fele,

E tra vivi ladroni essere anciso. Veggio 'l nuovo Pilato sì crudele, Che ciò nol sazia, ma, senza decreto, Nel tempio porta le cupide vele.

O signor mio, quando sarò io lieto A veder la vendetta che nascosa Fa dolce l'ira tua nel tuo segreto? .......... per lo loco santo

U siede il successor del maggior Piero. Ma 'l benedetto Agabito, che fue Sommo pastor, alla fede sincera Mi dirizzò con le parole sue.

E alla sede che fu già benigna Più a' poveri giusti, non per lei, Ma per colui che siede e che traligna. E regalmente sua dura intenzione

Ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe Primo sigillo a sua religione. Di seconda corona redimita Fu per Onorio dall'eterno Spiro

La santa voglia d'esto archimandrita. Licenza di combatter per lo seme, Del qual ti fascian ventiquattro piante. Poi con dottrina e con volere insieme,

Con l'offizio apostolico si mosse, Quasi torrente ch'alta vena preme; E nelli sterpi eretici percosse. Lo ciel poss'io serrare e disserrare,

Come tu sai: però son due le chiavi, Che 'l mio antecessor non ebbe care; Quandunque l'una d'este chiavi falla, Che non si volga dritta per la toppa,

(Diss'egli a noi) non s'apre questa calla; Da Pier le tengo; e dissemi ch'io erri Anzi ad aprir ch'a tenerla serrata, Pur che la gente a' piedi mi s'atterri.

E se non fusse ch'ancor lo mi vieta La reverenza delle somme chiavi Che tu tenesti nella vita lieta. Ma non trasmuti carco alla sua spalla

Per su' arbitrio alcun, senza la volta E della chiave bianca e della gialla. Io m'era inginocchiato, e volea dire; Ma come io cominciai, ed ei s'accorse,

Solo ascoltando, del mio riverire: Qual cagion, disse, in giù così ti torse? E io a lui: Per vostra dignitate Mia coscienza dritto mi rimorse.

Drizza le gambe, drizzati su, frate, Rispose; non errar, conservo sono Teco e con gli altri ad una potestate. Se mai quel santo evangelico suono

Che dice Neque nubent, intendesti, Ben puoi veder perch'io così ragiono. Avete il Vecchio e 'l Nuovo Testamento, E 'l pastor della Chiesa che vi guida.

Prima ch'a questo monte fusser volte L'anime degne di salir a Dio, Fur l'ossa mie per Ottavian sepolte: O voi ch'avete gl'intelletti sani,

Mirate la dottrina che s'asconde Sotto 'l velame delli versi strani. ..........: Coscienza fusca O della propria o dell'altrui vergogna,

Pur sentirà la tua parola brusca. Ma nondimen, rimossa ogni menzogna, Tutta tua vision fa manifesta; Che, se la voce tua sarà molesta

Nel primo gusto, vital nutrimento Lascerà poi quando sarà digesta; Questo tuo grido farà come 'l vento, Che le più alte cime più percote;

E ciò non fa d'onor poco argomento. Però ti son mostrate in queste ruote, Nel monte, e nella valle dolorosa, Pur l'anime che son di fama note;

Chè l'animo di quel ch'ode, non posa, Nè ferma fede, per esempio c'haia La sua radice incognita e nascosa, Nè per altro argomento che non paia.

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Untitled · Vincenzio Borghini · Poetry Cove