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1546–1591

XXIII

Veronica Franco

Lungamente in gran dubbio sono stata di quel che far a me s'appartenea, da un certo uomo indiscreto provocata. Nel pensier vane cose rivolgea

del far e del non far la mia vendetta, né a qual partito accostarmi sapea; alfin, la propria mia ragion negletta, che 'l buon camin non sa prender né puote,

da la soverchia passion costretta, vengo a voi per consiglio, a cui son note le forme del duello e de l'onore, per cui s'uccide il mondo e si percuote.

A voi, che guerrier sète di valore, e, ch'oltre a l'esser de la guerra esperto, vostra mercede, mi portate amore, per consiglio ricorro; e ben m'accerto

che mi sareste ancor non men d'aita, per grazia vostra più che per mio merto. Ma io non voglio a quel, dove m'invita de la vendetta il gran desio, voltarmi,

benché la via mi sia piana e spedita: voglio, prima ch'io venga al trar de l'armi, il mio parer communicar con voi, e con voi primamente consigliarmi;

e, se determinato fia tra noi che con gli effetti io debba risentirmi, non sarò pigra a pigliar l'armi poi. Ma saria forse un espresso avvilirmi,

far soggetto capace del mio sdegno chi non merta in pensier pur mai venirmi: un uom da nulla, e non sol vile, e indegno che da seder si mova a lui pensando

qualunque ancor che pigro e rozzo ingegno. E pur d'ira m'infiammo, rimembrando la villania da lui fatta a se stesso, di doverla a me far forse stimando.

Inescusabil fallo vien commesso da chi dice d'alcun mal in sua assenza, s'anco ver sia quel che vien detto espresso; perché in ciò l'uom dimostra gran temenza,

e par che 'n quella vece non ardisca dir il medesmo ne l'altrui presenza. Ma poi, se di menzogne si fornisca e, nel contaminar l'onore altrui,

con frode e infamia contra 'l ver supplisca, ben certamente merita costui cancellarsi del libro de' viventi, sì che 'l suo nome ad un pèra con lui.

Oh, se le rane avesser unghia e denti, come sarian se drittamente addocchio, talor più de' leon fiere e mordenti! Ma poi, per gracidar d'alcun ranocchio,

di gir non lascia a ber l'asino al fosso, anzi drizza a quel suon l'orecchio e l'occhio. Se un ser grillo, a dir mal per uso mosso, de la sua buca standosi al riparo,

m'ha biasmato in mia assenzia, io che ne posso? E se, tratte a quel suon, quivi n'andáro molte vespe e tafani, e per tenore di quel suon roco in compagnia ruzzáro,

non patisce alcun danno in ciò 'l mio onore, e, quanto aspetta a me, più tosto rido; ma de l'altrui sciocchezza ho poi dolore. D'una brutta cornacchia a l'aspro grido

trassero altri uccellacci da carogne, e di sterco l'empiêr la strozza e 'l nido. Quest'è proprietà de le menzogne, che quelli ancor, che son malvagi e tristi,

versan sopra l'autor biasmi e vergogne. Del mio avversario fùr primieri acquisti sparger detti, in mia assenza, di me falsi, da nulla verità coperti o misti.

Ad ira contra lui perciò non salsi; ma m'allegrai, quando contra 'l suo dire tacendo col mio ver chiaro prevalsi. Ben poi via più insolente divenire

nel mio silenzio il vidi; e quasi ch'io d'averlo fatto tale posso dire. Ma qual era in quel caso officio mio, se non quel dirmi mai dopo le spalle

non curar punto, da un uomo vile e rio? Troppo al giudicio mio vien che s'avvalle il pensier di chi segue tai diffetti, c'hanno precipitoso e tetro il calle.

Raffrena, uom valoroso, i ciechi affetti, e non voler opporti a ciascun'orma de la malignitate ai falsi detti: segui de la virtù la dritta norma,

che, di se stessa paga, agli altrui errori generosa non guarda, e par che dorma. Così fec'io, che, d'ogni dritto fuori infamiata e biasmata da un uom vile,

mi confortai co' miei pensier migliori: e farei più che mai ora il simìle, se per la mia pazienzia quel villano non discendesse a via peggiore stile.

Ma con armata e minacciosa mano m'importuna, e mi sfida, e quasi sforza il pensier di star queta a render vano. Con l'acqua alfin ogni foco si smorza:

così la costui rabbia e l'arroganza a quel ch'io men vorrei mi spinge a forza. So ch'egli per natura e per usanza è pessimo e vilissimo a volere

pugnar con una donna, di possanza. E quasi che non porta anco il devere, ch'al provocar de l'armi io gli risponda, non usa il ferro ignudo in man tenere.

Ma tanto più d'audacia ei soprabonda, quanto l'armi paura più si crede, e con nuove insolenzie mi circonda. Non so quel che in tal caso si richiede:

il parer vostro non mi sia negato, ch'a lui son per prestar assenso e fede. Io sono stata in procinto, da un lato, di disfidarlo a singolar battaglia,

comunque più gli piace, in campo armato. Ma dubitai che di piastra e di maglia ei proponesse grave vestimento, e ferro ehe non punge e che non taglia.

So ch'egli è un asinaccio a questo intento d'assicurarsi contra i colpi crudi, dove vi sia di sangue spargimento: del resto sovra 'l dorso se gli studi,

s'altri volesse ben con un martello, come s'usa di far sopra le incudi. Questo m'ha messo a partito il cervello, ch'io non vorrei con sferza o con bastone

prender a castigar un uom sì fello. Non so se in ciò potessi con ragione rifiutar armi non micidiali, ma solamente a bastonarsi buone:

so ch'ei dirìa ch'a lui si denno tali, e ch'io non debbo ricusarle, quando d'ogni lato le cose vanno eguali. Io sono andata a questo assai pensando,

ed ho discorso che, s'io 'l disfidassi, da l'insultar s'andria forse arretrando: forse ch'ei volgerebbe altrove i passi, e meco fuggiria d'entrar in prova,

perch'ancor, col baston non l'amazzassi. Ma s'ei temprate ha l'ossa a tutta prova contra ogni copia di gran bastonate, sì ch'altri a dargli stanco alfin si trova;

senz'aver le devute sue derrate, rendermi stanca in guisa alfin potrebbe, che l'armi avessi in mio affanno pigliate. E poi di me qual cosa si direbbe?

Ch'io non sia buona per un uom codardo, cui con la verga un fanciul vincerebbe: un, che fa l'invincibile e 'l gagliardo contra una donna, che sopporta e tace,

senza pur minacciarlo con lo sguardo. Dunque 'l debbo lasciar seguir in pace, e sommettermi in guisa al suo talento, ch'egli m'offenda come più gli piace?

Quest'è strana maniera di tormento, e tal, ch'offese a non sopportar usa, a questa men ch'ad altra atta mi sento. Dunque sarò da sì vil uom delusa,

senza prender vendetta in parte alcuna di quanto egli m'offende e sì m'accusa? In questo punto il mio pensier s'aduna, e per incaminarmi a buona strada

trovo scarsa e contraria la fortuna. Ma s'io sto queta, e, come avien ch'accada un giorno, che passar quindi gli avenga, incontra armata a ucciderlo gli vada?

Forse la sete fia che 'n tutto io spenga di quel sangue maligno, e con diletto senza contrasto alcun vittoria ottenga. Dunque commetterò sì gran diffetto

di bruttar di quel sangue queste mani, ch'è di malizia e di viltate infetto? Cessin da me pensieri così strani. Ma che farò? S'io taccio, mal; e poi

s'io faccio, peggio. Oh miei discorsi vani! Datemi, signor mio, consiglio voi.

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