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1546–1591

XIV

Veronica Franco

Non piu guerra, ma pace: e gli odi, l'ire, e quanto fu di disparer tra noi, si venga in amor doppio a convertire. La mia causa io rimetto in tutto a voi,

con patto che, per fin de le contese, amici più che mai restiamo poi: non mi basta che l'armi sian sospese, ma, per stabilimento de la pace,

d'ogni parte si lievino l'offese. Che nascesse tra noi rissa, mi spiace; ma se lo sdegno in amor s'augumenta, che tra noi si sdegnassimo, mi piace:

e, se pur ragion vuol ch'io mi risenta e vendicata sia l'ingiuria mia, de la qual foste ognor ministra intenta, voglio con l'armi de la cortesia

invincibil durar tanto a la pugna, che conosciuto alfin vincitor sia. Né questo da l'amor grande repugna, anzi con queste e non mai con altre armi

ogni spirto magnanimo s'oppugna. O se voleste incontra armata starmi, se voleste tentar, con forza tale, se possibil vi sia di superarmi,

fôra 'l mio stato a quel di Giove eguale; forse troppo è la speranza ardita, che studia di volar non avendo ale. èomma felicità de la mia vita

sarebbe, in questo stato, che teneste da nuocermi la mente disunita; ma, s'a l'opere mie ben attendeste, così precipitosa ne lo sdegno

a ciascun passo meco non sareste. L'ira è bensì de l'affezzion segno, ma che attende a introdur nel nostro petto, quanto può, l'odio con acuto ingegno;

così 'l languir, giacendo infermo in letto, segno è di vita, perché l'uom, ch'è morto, cosa alcuna patir non può in effetto: ben per l'infermità vien altri scorto

a morir, e, quant'è più 'l mal possente, al fin s'affretta in termine più corto. Del vostro sdegno subito ed ardente, s'è in voi punto ver' me d'amore, attendo

che siano tutte le reliquie spente. E per questo talvolta anch'io m'accendo, e non per ira, ma per dolor molto batto le man, vocifero e contendo:

vedermi del mio amor il premio tolto, né questo pur, ma in altretanta pena vederlomi in su gli occhi (oimè!) rivolto, per disperazion questo mi mena

a quel che più mi spiace; e pur l'eleggo, poi che 'l preciso danno assai s'affrena. Con la necessità mi volgo e reggo, dappoi che la ruina manifesta

de le speranze mie tutte preveggo; ma non perciò nel cor sempre mi resta di piacervi talento e di servirvi, anzi in me più tal brama ognor si desta.

La mia ragion verrei talvolta a dirvi, ma, perché so che romor ne sarebbe, col silenzio m'ingegno d'obedirvi. Non so, ma forse ch'a taluno increbbe

del viver nostro insieme; che 'l suo tosco, nel nostro dolce a spargerlo, pronto ebbe. Insomma dal mio canto non conosco d'avervi offeso, se 'l mio amor estremo

meritar pena non m'ha fatto vosco; ma seguite, crudel: questo mai scemo non diverrà, ma nel mio cor profondo vivo si serberà fino a l'estremo:

vivrà di questo il mio pensier giocondo, benché per tal cagion di pianto amaro, di lamenti e sospiri e doglia abondo. Ecco che nel duello mi preparo,

con l'armi del mio mal, de le mie pene, de l'innocenzia mia sotto 'l riparo. Non so se 'l vostro orgoglio ne diviene maggior, o se s'appiana, mentre mira

ch'io verso 'l pianto da le luci piene: ben talor l'umiltà estingue l'ira, ma poi talor l'accende, onde quest'alma tra speranza e timor dubbia si gira.

Ma, d'armi tali pur sotto aspra salma, mi rendo in campo a voi, madonna, vinto, e nuda porgo a voi la destra palma. èe non s'è l'odio nel cor vostro estinto,

mi sia da voi col preparato ferro un mortal colpo in mezzo 'l petto spinto: pur troppo armata, e so ben ch'io non erro, contra me sète; ed io del seno ignudo

l'adito ai vostri colpi ancor non serro. Quel dolce sguardo umanamente crudo son l'armi, ond'ancidete il tristo core, in cui viva, bench'empia, ognor vi chiudo:

gli strali e 'l foco e 'l laccio son d'Amore l'alte vostre bellezze, a me negate, onde cresce 'l desio, la speme more. Queste in mio danno, aspra guerriera, usate;

e quanto più di lor sète gagliarda, tanto più pronta a le ferite siate. Qual cosa dal ferirmi vi ritarda? Forse vi giova che d'acerba fiamma,

senza morir, per voi languisca ed arda. Lasso, ch'io mi distruggo a dramma a dramma, n', de la mia nemica il mio gran foco punto il gelido petto accende o infiamma:

ella si prende i miei martìri in gioco, misero me, ché pur a nove piaghe dentro 'l mio petto non si trova loco. Di quella fronte e de le luci vaghe,

e del dolce parlar fùr gli aspri colpi, che 'n parte fêr quell'empie voglie paghe. Volete ch'io non pianga e non v'incolpi, e di quanto in mio scempio avete fatto

di voi mi lodi, e non sol vi discolpi? L'armi prendete ad impiagarmi ratto, e 'l mio duol disgombrando con la morte fate degno di voi magnanimo atto.

A riconciliar l'irata sorte, onde 'l ciel mi minaccia oltraggio e scorno, pigliate in man la spada, ardita e forte. Ecco che disarmato a voi ritorno,

e, per finir il pianto a qualche strada, ai vostri piedi umìl mi volgo intorno: del vostro sdegno la tagliente spada, s'altro non giova, omai prendete in mano,

e sopra me ferendo altèra cada. Ripetete pur via di mano in mano, mentre dal segno alcun colpo non erra, e che l'oggetto avete non lontano:

breve fatica queste membra atterra, lacere e tronche d'amorosa doglia, non punto accinte a contrastar in guerra; e, s'ancor ben potessi, non n'ho voglia,

ma di morirvi inanzi eleggo, pria ch'alcun riparo in mia difesa toglia. Potete, se vi piace, essermi ria; e, quando usar l'asprezza non vi piaccia,

potete, se vi piace, essermi pia. Quanto a me, pur ch'a voi si sodisfaccia, vi dono sopra me podestà franca, legato piedi e mani e gambe e braccia;

e vi mando per fede carta bianca, ch'abbiate del mio cor dominio vero, sì che veruna parte non vi manca. Del resto assai desio più, che non spero,

né so se, in via di straziar, m'abbiate fatto l'invito, o se pur da dovero. Aspetterò che voi me n'accertiate.

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