Invero una tu sei, Verona bella, poi che la mia Veronica gentile con l'unica bellezza sua t'abbella. Quella, a cui non fu mai pari o simìle,
d'Adria ninfa leggiadra, or col bel viso t'apporta a mezzo 'l verno un lieto aprile; anzi ti fa nel mondo un paradiso il sol del volto, e degli occhi le stelle,
e 'l tranquillo seren del vago riso; ma l'intelletto, che sì chiaro dielle il celeste Motor a sua sembianza, unito in lei con l'altre cose belle,
quegli altri pregi in modo sopravanza, che l'uman veder nostro non perviene a mirar tal virtute in tal distanza. A pena l'occhio corporal sostiene
lo splendor de la fronte, in cui mirando abbagliato e confuso ne diviene: questa la donna mia dolce girando, l'aria fa tutta sfavillar d'intorno,
e pon le nubi e le tempeste in bando. Di rose e di viole il mondo adorno rende 'l lume dal ciglio, con cui lieta primavera perpetua fa soggiorno.
Oimè! qual empio influsso di pianeta, unica di quest'occhi e vera luce, subito mi t'asconde e mi ti vieta? Chi 'l nostro paradiso altrove adduce,
Adria, meco perciò dogliosa e trista, ché 'n tenebre il dì nostro si riduce? Ogni altro oggetto, lasso me, m'attrista, or che del vago mio splendor celeste
mi si contende la bramata vista. Ben del pensier con l'egre luci e meste scorgo Verona invidiosamente, che de' miei danni lieta si riveste.
Veggo, lasso, e rivolgo con la mente ne l'altrui gioia e ne l'altrui diletto via più grave 'l mio danno espressamente. Adria, per costei fosti almo ricetto
di tutto 'l ben ch'a noi dal ciel deriva, quant'ei ne suol più dar sommo e perfetto: or di lei tosto indegnamente priva, per questa del tuo lido antica sponda
torbido 'l mar risuona in ogni riva. Ben tanto più si fa lieta e gioconda Verona; e di fiorito e dolce maggio, nel maggior nostro verno e ghiaccio, abonda.
Quivi del mio bel sol l'amato raggio spiega le tante sue bellezze eterne, che d'ir al cielo insegnano il viaggio. Per virtù di tal lume in lei si scerne
vestir le piante di novel colore, e giunger forza a le radici interne. L'aura soave e 'l prezioso odore, che da le rose de la bocca spira
questa figlia di Pallade e d'Amore, nutrimento vital per tutto inspira, sì ch'a quel refrigerio in un momento tutto risorge e rinasce e respira;
e de la voce angelica il concento i fiumi affrena, e i monti ad udir move, e 'l ciel si ferma ad ascoltarla intento: il ciel, che in Adria piange, e ride altrove,
là 've la dolce mia terrena dea grazia e dolcezza dal bel ciglio piove, e quel ricetto estremamente bea, dov'ella alberga, per destìn felice
d'un altro amante e per mia stella rea. Altri del mio penar buon frutto elice, del mio bel sol la luce altri si gode, ed io qui piango nudo ed infelice.
Ma, s'ella 'l mio dolor intende et ode, perch'a levarmi l'affamato verme non vien dal cor, che sì 'l consuma e rode? E, se non m'ode, o mie speranze inferme!
poi che 'l ciel chiude a' miei sospir la strada, contra cui vano è quanto uom mai si scherme, Ma tu sì aventurosa alma contrada, ch'a pena un tanto ben capi e ricevi,
qual chi confuso in gran dolcezza cada, d'Adria i diletti, a fuggir pronta e lievi, mira; e dal nostro danno accorta stima il volar de' tuoi dì fugaci e brevi.
Or ti vedi risposta ad alta cima né pensi forse come d'alto grado le cose eccelse la fortuna adima: stabil non è di qua giù 'l bene, e rado
più d'un momento dura, e 'l pianto e 'l duolo trova per mezzo l'allegrezza il guado, Ma pur felice aventuroso suolo, che quel momento al goder nostro dato
possiedi un ben così perfetto e solo. Pian, poggio, fonte e bosco fortunato, ch'a un guardo, a un sol toccar del vago piede forma prendete di celeste stato,
l'alto e novo miracol, che 'n voi siede, a farvi basti, in tanto spaziò, eterno tutto quel ben, ch'al suo venir vi diede; sì che mai non v'offenda o ghiaccio o verno,
ned altro influsso rio,ma sempre in voi sia la stagion de' fior lieta in eterno; pur che tosto colei ritorni a noi, al nido, ov'ella nacque, che senz'essa
mena tristi ed oscuri i giorni suoi. Deh torna, luce mia, del raggio impressa de la divinità, qui dove mai pianger la tua partita non si cessa.
Tempo è di ritornar, madonna, omai a consolar de la vostr'alma vista di questa patria i desiosi rai, a dar a la mia mente inferma e trista
col dolce oggetto del bel vostro lume rimedio contra 'l duol, che sì l'attrista: e, se troppo 'l mio cor di voi presume, datemi in pena che del vago volto
da vicin lo splendor m'arda e consume; né de' begli occhi altrove sia rivolto il doppio sol, fin che 'n polve minuta non mi vediate dal mio incendio vòlto;
e, per farlo, affrettate la venuta.
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