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1546–1591

IV

Veronica Franco

A voi la colpa, a me, donna, s'ascrive il danno e 'l duol di quelle pene tante, che 'l mio cor sente e 'l vostro stil descrive. L'alto splendor di quelle luci sante

recando altrove, e 'l lor soave ardore, ai colpi del mio amor foste un diamante. Io vi pregai, dagli occhi il pianto fore sparsi largo, e sospir gravi del petto:

non m'aiutò pietà, non valse amore. Valse, via più che 'l mio, l'altrui rispetto; e, benché umìl mercé v'addimandai, pur sol rimasi in solitario tetto.

D'ir altrove eleggeste, io sol restai, com'a voi piacque ed a mia dura sorte: sì che invidia ai più miseri portai. E, s'or avvien che a voi pentita apporte

alcun dolore il mio grave tormento, in ciò degno è ch'amando io mi conforte. Dunque per me del tutto non è spento quel foco di pietà, ch'ove dimora

fa d'animo gentil chiaro argomento. Di voi, cui 'l ciel tanto ama e 'l mondo onora, di bellezza e virtute unico vanto, con cui le Grazie fan dolce dimora,

gran prezzo è ancor, se nel corporeo manto, dove star con Amor Venere suole, virtù chiudete in ciel gradita tanto. èe 'l vostro cor del mio dolor si duole,

s'egualmente risponde a' miei desiri, oh vostre doti e mie venture sole! Tra quanto Amor le penne aurate giri, non ha chi, com'io, dolce arda e sospire,

né tra quanto del sol la vista miri. Dolc'è, quant'è più grave, il mio languire, se, qual nel vostro dir pietoso appare, sentite del mio mal pena e martìre.

Che poi non mi cediate nell'amare, esser non può, ché la mia fiamma ardente nel gran regno amoroso non ha pare. Troppo benigno a' miei desir consente

il ciel, se dal mio cor la fiamma mossa vi scalda il ghiaccio della fredda mente. In voi non cerco affetto d'egual possa, quel ch'a far di duo uno, un di duo viene,

e duo traffigge di una sol percossa. Troppo del viver mio l'ore serene fôrano, e tanto più il mio ben intero, quanto più raro questo amando avviene:

quanto Amor men sostien sotto 'l suo impero che 'n duo cor sia una fiamma egual partita, tanto più andrei de la mia sorte altero. sì come troppo è la mia speme ardita,

che sì audaci pensieri al cor m'invia, per strada dal discorso non seguìta, da l'un canto il pensar sì com'io sia, verso 'l vostro valor, di merto poco,

dal soverchio sperar l'alma desvia; da l'altro Amor gentil ch'adegui invoco la mia tanta con voi disagguaglianza, e gridando mercé son fatto roco.

D'Amor, ch'a nullo amato per usanza perdona amar, dove un bel petto serra pensier cortesi, invoco la possanza: quella, onde 'l ciel ei sol chiude e disserra,

e, perch'a lui la terra è poco bassa, gli spirti fuor de l'imo centro sferra, prego che l'alma travagliata e lassa sostenga; e, se non ciò, vaglia pietate

là dove 'l vostro orgoglio non s'abbassa. Di mercé sotto aspetto non mi date lusingando martìr, tanto più ch'io v'adoro; e quanto prima ritornate,

ch'al lato starvi ognor bramo e desio.

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