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1546–1591

III

Veronica Franco

Questa la tua fedel Franca ti scrive, dolce, gentil, suo valoroso amante; la qual, lunge da te, misera vive. Non così tosto, oimè, volsi le piante

da la donzella d'Adria, ove 'l mio core abita, ch'io mutai voglia e sembiante: perduto de la vita ogni vigore, pallida e lagrimosa ne l'aspetto,

mi fei grave soggiorno di dolore; e, di languir lo spirito costretto, de lo sparger gravosi afflitti lai, e del pianger sol trassi alto diletto.

Oimè, ch'io 'l dico e 'l dirò sempre mai, che 'l viver senza voi m'è crudel morte, e i piaceri mi son tormenti e guai. Spesso, chiamando il caro nome forte,

Eco, mossa a pietà del mio lamento, con voci tronche mi rispose e corte; talor fermossi a mezzo corso intento il sole e 'l cielo, e s'è la terra ancora

piegata al mio sì flebile concento; da le loro spelunche uscite fuora, piansero fin le tigri del mio pianto e del martìr, che m'ancide e m'accora;

e Progne e Filomena il tristo canto accompagnaron de le mie parole, facendomi tenor dì e notte intanto. Le fresche rose, i gigli e le viole

arse ha 'l vento de' caldi miei sospiri, e impallidir pietoso ho visto il sole; nel mover gli occhi in lagrimosi giri fermársi i fiumi, e 'l mar depose l'ire

per la dolce pietà de' miei martìri. Oh quante volte le mie pene dire l'aura e le mobil foglie ad ascoltare si fermár queste e lasciò quella d'ire!

E finalmente non m'avien passare per luogo, ov'io non veggia apertamente del mio duol fin le pietre lagrimare. Vivo, se si può dir che quel, ch'assente

da l'anima si trova, viver possa; vivo, ma in vita misera e dolente: e l'ora piango e 'l dì, ch'io fui rimossa da la mia patria e dal mio amato bene,

per cui riduco in cenere quest'ossa. Fortunato 'l mio nido, che ritiene quello, a cui sempre torno col pensiero, da cui lunge mi vivo in tante pene!

Ben prego il picciol dio, bendato arciero, che m'ha ferito 'l cor, tolto la vita, mostrargli quanto amandolo ne pèro. Oh quanto maledico la partita,

ch'io feci, oimè, da voi, anima mia, bench'a la mente ognor mi sète Unita, ma poi congiunta con la gelosia, che, da voi lontan, m'arde a poco a poco

con la gelida sua fiamma atra e ria! Le lagrime, ch'io verso, in parte il foco spengono; e vivo sol de la speranza di tosto rivedervi al dolce loco.

subito giunta a la bramata stanza, m'inchinerò con le ginocchia in terra al mio Apollo in scienzia ed in sembianza: e, da lui vinta in amorosa guerra,

seguiròl di timor con alma cassa, per la via del valor, ond'ei non erra. Quest'è l'amante mio, ch'ogni altro passa in sopportar gli affanni, e in fedeltate

ogni altro più fedel dietro si lassa. Ben vi ristorerò de le passate noie, signor, per quanto è 'l poter mio, giungendo a voi piacer, a me bontate,

troncando a me 'l martìr, a voi 'l desio.

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