Ecco prostrata una foresta, e fianchi
Rudi d'alpe, e masse ferree immani
Al braccio de' Ciclopi, a fondar tempio
Che ceda tardo a' muti urti del tempo.
E al suono che invisibile spandeano
Le Grazie intorno, assunsero nell'opra
Nuova speme i viventi, e l'Architetto
Meravigliando della sua fatica
Quasi nubi lievissime di terra
Ferro e abeti vedea sorgere e marmi
A sue leggi arrendevoli, e posarsi
Convessi in arco aereo imitanti
Il firmamento. Attonite le Muse
Come vennero poscia, alla divina
Mole il guardo levando, ivan cercando
Col memore pensier se Palla altrove
Quando in Grecia di celeste acanto
Ghirlandò le colonne, o quando in Roma
Gli archi adornava a ritornar vittrice
Trionfando con candide cavalle
Miracolo sì fatto avesse all'arti
Mai suggerito. — Quando poi la Speme
Veleggiando su l'Arno in una nave
L'api recò, e l'ancora là dove
Sorger poscia dovea delle bell'arti
Sovra mille colonne una gentile
Reggia alle Muse, vide correr l'api
A un'indistinta di novelle piante
Soavità che intorno al tempio oliva.
Un mirto