Mentre nel Lilibeo mare la Fata Dava promesse e le attendea cortese A quante all'Adria indi posaro il volo Angiolette Febee; l'altro drappello
Che per antico amor Flora seguendo Tendea per le tirrene aure il suo corso Trovò simile a Cerere una donna Su la foce dell'Arno; e l'attendeva
Portando in man purpurei gigli, e frondi Fresche d'ulivo. Avea riposo al fianco Un'etrusca colonna; a sè dinanzi Di favi desioso un alveare
Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe Spuntavano, e perian molte immature Fra gli emuli papaveri; mal nota Benchè fosse divina era l'ancella
Alle pecchie immortali. Essa agli Dei Non tornò mai da che scendea ne' primi Dì nojosi dell'uomo, e il riconforta Ma le presenti ore gl'invola; ha nome
Speranza, e men infida ama i coloni. Già negli ultimi cieli iva compiendo Il settimo de' grandi anni Saturno Col suo pianeta, da che a noi la Donna
Precorrendo le Muse era tornata Per consiglio di Pallade, a recarne L'ara fatale ove scolpite in oro Le brevi rifulgean libere leggi
Madri dell'arti; e illuminò l'altare Della Fiamma di Vesta, e il lasciò dove A doriesi gemine colonne La serie eccelsa delle loggie impose
L'architetto aretino, onde fra l'arti S'adorasse fra noi, Venere bella Il simulacro tuo, che depredato Ne fu dall'armi, e s'altro oggi concesso
Da te non era all'Italo scultore a somma l'ara Ralluminò il gentil Foco di Vesta Che inestinto vagò dentro la lunga
Barbara notte, e la rompea talvolta; E le risse civili, e le riarse Risse di parti andò temprando, e E la cieca Paura, e la
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