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1778–1827

V.

Ugo Foscolo

Sebben ti scriva a' dodici di giugno Rottigni, io non mi sto nitido e snello; Ma ravvolto d'un lungo codigugno. Sentomi liquefar dentro il cervello

Dal troppo caldo i versi; eppur la tosse Non consente ch'io stia senza cappello. Da quell'alba che il ciel mie piante mosse, Mentre ancora dormiva Paneropoli,

Spesso ho le vene della gola grosse; Ringhio tossendo, e scoppio: nè lo Scopoli Che in gioventù fu addottorato fisico Dov'Esculapio ha cattedra e metropoli

Non mi torrìa dal minacciato risico Di dar de' calci tossendo a rovajo. — Ma, e vivrò eterno s'io non muojo tisico ? Morbo pollacco, gallico, e ogni guajo,

Guerra, duello, povertade e noja Servono all'Orco a riempiere stajo, Che per obbligo suo d'eterno boja Manda ogni dì sotterra; e quanto presto

Gli uomini uccide, tanto n'ha più gioja. Poca di me n'avrà: se mai di questo, Anzi che d'altro canchero mi muojo: Ch'io non morrò di subito nè mesto.

Nè co' soiloppi e medici ni'annojo, Che fin ad oggi, in cambio di guarirmi, D'ogni sangue spolpavano il mio cuojo, E la mia borsa; e m'uccidean col dirmi

Che per amor della vecchiaja vuolsi Or molta cura e del letto schermirmi, S'anche la febbre non m'inflamma i polsi, E viver d'ozio: ond'io mentre poltriva

Col corpo, avea pensier torbidi e bolsi. Ramondini, io di te memoria viva Avrò anche morto; o fra gli eterni Dei O fra' demonj il mio nome si scriva.

Medico sembri e medico non sei* Ben mel dicesti ed io tardi t'ascolto Che i medici son peggio degli ebrei. Di poca mercanzia guadagnan molto;

Se il male è poco tel fan lungo e grave; Seminan morbi, e fan poscia il ricolto. Or io, benchè sparuto, ho almen la chiave De' miei pensieri e di mie voglie in mano;

Mangio, passeggio e andrò a Livorno in nave. Sorge l'ingegno mio ch'era già nano: Tragedie tesso; e quanto è più sollecita Morte ver me, tanto vo' far più vano

Il suo disegno: e mandovi alla recita La mia ; mentre le mie penne Un desolato Acheo move e riecita. L'afflitta mia Ricciarda a morte venne,

Poichè ad amor devota e al padre e al cielo «Morire innanzi che fallir sostenne». Se opaco sembra l'apollineo velo Ond'io la cinsi; e non trova accoglienza,

Io il grigio crine a te pelo per pelo Sbarbicherò; Rottigni, abbi pazienza, Ma se ho malfatto, io vo' che acutamente Fischi tu pure in mezzo all'udienza.

E pelerotti, se nol tieni a mente; E griderai per forza. E se desio Che m'ami ogn'uomo, io non ne do niente S'altri a sua posta abbaja al verso mio:

Ugo, e poeta, siam persone due; E se l'ingegno è tristo, il core è pio. Non pigliar le mie parti come tue S'uno mi morde ne' giornali: pensa

(Ma nol dir già) che un giornalista è un bue A cui l'invidia l'inchiostro dispensa; L'ignoranza gli detta; ed il demonio D'onta e di fiel condiscegli la mensa.

Fa dell'anima sua vil mercimonio: Ma l'oro è oro; e il rame resta rame Bench'altri il lisci e il batta in regio conio. Non fer mai cosa al mondo invidia e fame

Clie rea non fosse; e pagano la pena Perchè il peccato non sazia lor brame. Libri, dadi, destrier, viaggi e piena Alma d'amori, e un altro bel fantasma,

M'aveano al poetar munta ogni lena; Finchè l'anno trentesmo, e i tempi e l'asma M'han fatto saggio; ed or m'acqueto e scrivo; Nè calmi se il Poligrafo mi biasma.

Ma nè invidia giammai, da che pur vivo Figliuol d'Adamo anch'io, nè stolta boria Di compri applausi m'hanno il core privo D'amor patrio e di sete alta di gloria;

Nè avarizia mi fe' nemico al vero; Nè mai con arme vil cercai vittoria. S'altri pur m'odia come ardito e altero Ben fa: non odio io già; bensì dispregio;

Per me gli uomini sono o tutto o zero. Nè il contar versi o il saper greco io pregio Quanto il viver magnanima la vita E avere in povertade animo regio.

Addio, Rottigni. Al Conte che convita Per me professa ossequioso amore.— Alla famiglia Araldi, e a Margherita E a Marianna e al Conte Senatore

E ad Assalino, e a chi non mi vuol male Dirai ch'io sono amico e servidore, Di cui si può far poco capitale, Ma quel poco ch'io posso e senza usura

Lo darò a tutti pronto e liberale. De–Capitani e Chiotti han di me cura Tanto che teco, io sin dall'anno scorso, Vi chiamo i tre che nella grotta oscura

Vider gettato e senza suo trascorso Ma per briga e livor de' tristi maghi Il buon profeta; non però fu morso Da que' leoni famelici e vaghi;

E i tre fedeli e confidenti in Dio Pregaro il Ciel, e ben furon presaghi. Avrà il giusto ognor guerra dall'uom rio; Non già l'onta che merita il perverso;

Così m'avvenne; e or ne son lieto. Addio. Bada che questa mia prosaccia in verso Non capiti al Bettoni, che non forse La stampi come bella, a farmi avverso

Chi le muse converte in cagne ed orse.

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