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1778–1827

V.

Ugo Foscolo

Ferma che fai? l'incauto Piede ritira, e ascolto Porgi ad un labbro ingenuo Fino ch'il giogo hai sciolto.

Non fremi ancor? Ahi! misera Il precipizio è aperto; Mira lo scritto ferreo: «Alto infortunio e certo».

Già semi–spenta lampada Luce all' orror funebre, E mostra assai più orribili L'orribili tenèbre.

Romito è il duol; le lagrime Grondano ognor dirotte, E sol fra veglie scorrono L'ombre d'odiata notte.

Di' che farai? Già eccheggiano Le tombe, e i santi altari Sol di singulti flebili, Solo di voti amari.

Regna il digiuno; ei stringere Aspro flagel tu vedi; Pur disperato e languido Geme dell'are ai piedi.

Gemi tu pure; e il gemito Ch'a me sull'alma piomba, Ah! t'aprirà cinerea Troppo immatura tomba.

Se or non ti pentì; ahi! misera! Fia il pentimento tardo; Odi, tel dice squallida L'amica d'Abelardo.

Vedi Eloisa; assidesi Su scanno nero e scabro, E beve le sue lagrime Collo sfiorito labro.

Abbi rispetto, o infausto Amor, abbi rispetto A quel tetro silenzio Che mi dilania il petto:

Ella sì grida; e tacita Prende la penna in mano, E alfine ardisce scrivere Ad amator profano.

Ah! scrivi ah! scrivi! un barbaro Non è dell'alme il Dio, Te involontaria vittima, L'altrui barbarie offrio.

Sull'ara augusta e candida Arse l'incenso impuro; Tremar i cerei e il tempio A quel tremendo giuro.

Ma tu, Eloisa tenera, No, non temer; conosce D'un cuor sforzato a piangere Dio le proterve angosce.

Tema flagello vindice Chi se spontaneo gli offre, E gl'ermi dì funerei Con pago cor non soffre.

Ecco il tuo fato; in braccio Per sempre a lui ti getta, Ma di'? vedrai tu intrepida L'affanno che t'aspetta?

Riedi e ne godi: o il debile Tuo collo al giogo appresta; Ma trema; Iddio si vendica Del cor che lo calpesta.

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