Fra soavissimi fioretti un giorno
Giaceano Amore e Venere,
E mille Genii stavan d'intorno
E mille Grazie tenere
Io con l'eburnea mia cetra al collo,
Scarco di cure torbide,
Passai con Palma piena di Apollo
Per quelle sedi morbide,
A sé chiamatemi la gaia diva,
Con fiamma al labbro e al ciglio,
Disse, tua cetera canti giuliva
La possa del mio figlio.
Io pria con giubilo cantai d'Amore
Su gli altri Dii le glorie;
Soggiunsi poscia quai sul mio coro
Ei riportò vittorie.
Si attente stavano le Grazie al canto,
E que' Amorini amabili,
Che s'obbliarono d'essere accanto
A' loro giochi istabili.
Giuro per l'aurea chioma febea,
Che più dell'onda livida
Di Stige io venero, vidi la Dea
Farsi al cantar più vivida.
E tu, o Licoride, non mai ti pieghi
De' carmi al suon sensibile,
Invan fra lagrime, io canto, e prieghi,
Che sempre se' inflessibile.