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1778–1827

Untitled

Ugo Foscolo

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne Confortate di pianto è forse il sonno Della morte men duro? Ove più il Sole Per me alla terra non fecondi questa

Bella d'erbe famiglia e d'animali, E quando vaghe di lusinghe innanzi A me non danzeran l'ore future, Nè da te, dolce amico, udrò più il verso

E la mesta armonia che lo governa, Nè più nel cor mi parlerà lo spirto Delle vergini Muse e dell'amore, Unico spirto a mia vita raminga,

Qual fia ristoro a' dì perduti un sasso Che distingua le mie dalle infinite Ossa che in terra e in mar semina morte? Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve Tutte cose l'obblio nella sua notte; E una forza operosa le affatica Di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe

E l'estreme sembianze e le reliquie Della terra e del ciel traveste il tempo. Ma perchè pria del tempo a sè il mortale Invidierà l'illusion che spento

Pur lo sofferma al limitar di Dite? Non vive ei forse anche sotterra, quando Gli sarà muta l'armonia del giorno, Se può destarla con soavi cure

Nella mente de' suoi? Celeste è questa Corrispondenza d'amorosi sensi, Celeste dote è negli umani; e spesso Per lei si vive con l'amico estinto

E l'estinto con noi, se pia la terra Che lo raccolse infante e lo nutriva, Nel suo grembo materno ultimo asilo Porgendo, sacre le reliquie renda

Dall'insultar de' nembi e dal profano Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome, E di fiori odorata arbore amica Le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti Poca gioja ha dell'urna; e se pur mira Dopo l'esequie, errar vede il suo spirto Fra 'l compianto de' templi Acherontei,

O ricovrarsi sotto le grandi ale Del perdono d'Iddio: ma la sua polve Lascia alle ortiche di deserta gleba Ove nè donna innamorata preghi,

Nè passeggier solingo oda il sospiro Che dal tumulo a noi manda Natura. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri Fuor de' guardi pietosi e il nome a' morti

Contende. E senza tomba giace il tuo Sacerdote, o Talia, che a te cantando Nel suo povero tetto educò un lauro Con lungo amore, e t'appendea corone;

E tu gli ornavi del tuo riso i canti Che il lombardo pungean Sardanapalo Cui solo è dolce il muggito de' buoi Che dagli antri abduani e dal Ticino

Lo fan d'ozi beato e di vivande. O bella Musa, ove sei tu? Non sento Spirar l'ambrosia, indizio del tuo Nume, Fra queste piante ov'io siedo e sospiro

Il mio tetto materno. E tu venivi E sorridevi a lui sotto quel tiglio Ch'or con dimesse frondi va fremendo Perchè non copre, o Dea, l'urna del vecchio

Cui già di calma era cortese e d'ombre. Forse tu fra plebei tumuli guardi Vagolando, ove dorma il sacro capo Del tuo Parini? A lui non ombre pose

Tra le sue mura la città, lasciva D'evirati cantori allettatrice, Non pietra, non parola; e forse l'ossa Col mozzo capo gl'insanguina il ladro

Che lasciò sul patibolo i delitti. Senti raspar fra le macerie e i bronchi La derelitta cagna ramingando Su le fosse e famelica ululando;

E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna, L'ùpupa, e svolazzar su per le croci Sparse per la funerea campagna, E l'immonda accusar col luttuoso

singulto i rai di che son pie le stelle Alle obbliate sepolture. Indarno Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti

Non sorge fiore ove non sia d'umane Lodi onorato e d'amoroso pianto. Dal dì che nozze e tribunali ed are Dier alle umane belve esser pietose

Di sè stesse e d'altrui, toglieano i vivi All'etere maligno ed alle fere I miserandi avanzi che Natura Con veci eterne a sensi altri destina.

Testimonianza a' fasti eran le tombe, Ed are a' figli; e uscian quindi i responsi De' domestici Lari, e fu temuto Su la polve degli avi il giuramento:

Religion che con diversi riti Le virtù patrie e la pietà congiunta Tradussero per lungo ordine d'anni. Non sempre i sassi sepolcrali a' templi

Fean pavimento; nè agl'incensi avvolto De' cadaveri il lezzo i supplicanti Contaminò; nè le città fur meste D'effigiati scheletri: le madri

Balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono Nude le braccia su l'amato capo Del lor caro lattante onde nol desti Il gemer lungo di persona morta

Chiedente la venal prece agli eredi Dal santuario. Ma cipressi e cedri Di puri effluvj i zefiri impregnando Perenne verde protendean su l'urne

Per memoria perenne, e preziosi Vasi accogliean le lagrime votive. Rapìan gli amici una favilla al Sole A illuminar la sotterranea notte

Perchè gli occhi dell'uom cercan morendo Il Sole; e tutti l'ultimo sospiro Mandano i petti alla fuggente luce. Le fontane versando acque lustrali

Amaranti educavano e viole Su la funebre zolla; e chi sedea A libar latte e a raccontar sue pene Ai cari estinti, una fragranza intorno

Sentìa qual d'aura de' beati Elisi. Pietosa insania che fa cari gli orti De' suburbani avelli alle britanne Vergini dove le conduce amore

Della perduta madre, ove clementi Pregaro i Genj del ritorno al prode Che tronca fe' la trionfata nave Del maggior pino, e si scavò la bara.

Ma ove dorme il furor d'inclite geste E sien ministri al vivere civile L'opulenza e il tremore, inutil pompa E inaugurate immagini dell'Orco

Sorgon cippi e marmorei monumenti. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, Decoro e mente al bello Italo regno, Nelle adulate reggie ha sepoltura

Già vivo, e i stemmi unica laude. A noi Morte apparecchi riposato albergo Ove una volta la fortuna cessi Dalle vendette, e l'amistà raccolga

Non di tesori eredità, ma caldi Sensi e di liberal carme l'esempio. A egregie cose il forte animo accendono L'urne de' forti, o Pindemonte; e bella

E santa fanno al peregrin la terra Che le ricetta. Io quando il monumento vidi ove posa il corpo di quel grande Che temprando lo scettro a' regnatori

Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela Di che lagrime grondi e di che sangue; E l'arca di colui che nuovo Olimpo Alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide

Sotto l'etereo padiglion rotarsi Più mondi, e il Sole irradiarli immoto, Onde all'Anglo che tanta ala vi stese Sgombrò primo le vie del firmamento;

Te beata, gridai, per le felici Aure pregne di vita, e pe' lavacri Che da' suoi gioghi a te versa Apennino! Lieta dall'aer tuo veste la Luna

Di luce limpidissima i tuoi colli Per vendemmia festanti, e le convalli Popolate di case e d'oliveti Mille di fiori al ciel mandano incensi:

E tu prima, Firenze, udivi il carme Che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco, E tu i cari parenti e l'idioma Desti a quel dolce di Calliope labbro

Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma D'un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere Celeste: Ma più beata chè in un tempio accolte

Serbi l'Itale glorie, uniche forse Da che le mal vietate Alpi e l'alterna Onnipotenza delle umane sorti Armi e sostanze t'invadeano ed are

E patria e, tranne la memoria, tutto. Che ove speme di gloria agli animosi Intelletti rifulga ed all'Italia, Quindi trarrem gli auspicj. E a questi marmi

Venne spesso Vittorio ad ispirarsi. Irato a' patrii Numi, errava muto Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo Desioso mirando; e poi che nullo

Vivente aspetto gli molcea la cura, Qui posava l'austero; e avea sul volto Il pallor della morte e la speranza. Con questi grandi abita eterno: e l'ossa

Fremono amor di patria. Ah sì! da quella Religiosa pace un Nume parla: E nutrìa contro a' Persi in Maratona Ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

La virtù greca e l'ira. Il navigante Che veleggiò quel mar sotto l'Eubea, Vedea per l'ampia oscurità scintille Balenar d'elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche D'armi ferree vedea larve guerriere Cercar la pugna; e all'orror de' notturni Silenzi si spandea lungo ne' campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube E un incalzar di cavalli accorrenti Scalpitanti su gli elmi a' moribondi, E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de' venti, Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi! E se il piloto ti drizzò l'antenna Oltre l'isole Egée, d'antichi fatti

Certo udisti suonar dell'Ellesponto I liti, e la marea mugghiar portando Alle prode Retée l'armi d'Achille Sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi

Giusta di glorie dispensiera è morte; Nè senno astuto nè favor di regi All'Itaco le spoglie ardue serbava, Chè alla poppa raminga le ritolse

L'onda incitata dagl'inferni Dei. E me che i tempi ed il desio d'onore Fan per diversa gente ir fuggitivo, Me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

Del mortale pensiero animatrici. Siedon custodi de' sepolcri, e quando Il tempo con sue fredde ale vi spazza Fin le rovine, le Pimplée fan lieti

Di lor canto i deserti, e l'armonia Vince di mille secoli il silenzio. Ed oggi nella Tróade inseminata Eterno splende a' peregrini un loco

Eterno per la Ninfa a cui fu sposo Giove, ed a Giove die' Dàrdano figlio Onde fur Troja e Assàraco e i cinquanta Talami e il regno della Giulia gente.

Però che quando Elettra udì la Parca Che lei dalle vitali aure del giorno Chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove Mandò il voto supremo: E se, diceva,

A te fur care le mie chiome e il viso E le dolci vigilie, e non mi assente Premio miglior la volontà de' fati, La morta amica almen guarda dal cielo

Onde d'Elettra tua resti la fama. Così orando moriva. E ne gemea L'Olimpio; e l'immortal capo accennando Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa

E fe' sacro quel corpo e la sua tomba. Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto Cenere d'Ilo; ivi l'Iliache donne Sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando

Da' lor mariti l'imminente fato; Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto Le fea parlar di Troja il dì mortale, Venne; e all'ombre cantò carme amoroso,

E guidava i nepoti, e l'amoroso Apprendeva lamento a' giovinetti. E dicea sospirando: Oh se mai d'Argo, Ove al Tidìde e di Laérte al figlio

Pascerete i cavalli, a voi permetta Ritorno il cielo, invan la patria vostra Cercherete! Le mura opra di Febo Sotto le lor reliquie fumeranno.

Ma i Penati di Troja avranno stanza In queste tombe; chè de' Numi è dono Servar nelle miserie altero nome. E voi palme e cipressi che le nuore

Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto Di vedovili lagrime innaffiati, Proteggete i miei padri: e chi la scure Asterrà pio dalle devote frondi

Men si dorrà di consanguinei lutti E santamente toccherà l'altare. Proteggete i miei padri. Un dì vedrete Mendico un cieco errar sotto le vostre

Antichissime ombre, e brancolando Penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne, E interrogarle. Gemeranno gli antri Secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto Splendidamente su le mute vie Per far più bello l'ultimo trofeo Ai fatati Pelidi. Il sacro vate,

Placando quelle afflitte alme col canto, I Prenci Argivi eternerà per quante Abbraccia terre il gran padre Oceàno. E tu onore di pianti, Ettore, avrai

Ove fia santo e lagrimato il sangue Per la patria versato, e finchè il Sole Risplenderà su le sciagure umane.

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