Cantando, o Grazie, degli eterei pregi Di che il cielo v'adorna, e della gioja Che vereconde voi date alla terra, Volan temprati armoniosi i versi
Del peregrino suono uno e diverso Di tre favelle. Al nome vostro, o Dive, Io mi veggio dintorno errar l'incenso Qual si spandea su l'are agl'inni arcani
D'Anfione: presente odo il nitrito De' destrieri dircei; benchè Ippocrene Li dissetasse, e li pascea dell'aure Eolo, e prenunzia un'aquila volava
E de' suoi freni li adornava il Sole Pur que' vaganti Pindaro contenne Presso Orcomeno ed adorò le Grazie: E delle Grazie al nome, un Lazio carme
Vien sonando imenei dall'isoletta Di Sirmione per l'argenteo Garda Fremente con altera onda marina Da che le nozze di Peleo cantate
Nella reggia del mar, l'aureo Catullo Al suo Garda cantò. Sacri poeti, A me date voi l'arte a me de' vostri Idiomi gli spirti, e con gli Etruschi
Modi seguaci adornerò più ardito Le note istorie, e quelle onde a me Clio Dal santuario suo fassi cortese. E tuo Canova è l'inno: al cor men fece
Dono la bella Dea che in riva d'Arno Sacrasti alle tranquille arti custode Ed ella d'immortal lume e d'ambrosia La santa immago sua tutta precinse.
Forse, (o ch'io spero) o artefice di Numi Nuovo meco darai spirto alle Grazie Che di tua man sorgon dal marmo: anch'io Pingo e di vita i simolacri adorno;
Sdegno il verso che suona e che non crea; Perchè Febo mi disse: Io Fidia primo Ed Apelle guidai con la mia lira. Eran l'Olimpo, e il Fulminante, e i Fati:
E del tridente Enosigéo tremava La genitrice terra; Amor dagli astri Pluto feria: nè ancor v'eran le Grazie. Una diva correa lungo il creato
Ad agitarlo, e di Natura avea L'austero nome; fra' celesti or gode Di cento troni; e con più nomi ed are Le dan rito i mortali, e più le giova
L'inno che bella Citerea la invoca. Perchè clemente a noi che mirò afflitti Travagliarci e adirati, un dì la santa Diva all'uscir de' flutti ove s'immerse
A fecondar le gregge di Nereo Apparì con le Grazie, e le raccolse L'onda Ionia primiera, onda che amica Del lito ameno e dell'ospite musco
Da Citera ogni dì vien desiosa A' materni miei colli: ivi fanciullo La deità di Venere adorai. Salve Zacinto! Alle Antenoree prode
De' santi Lari Idei ultimo albergo E de' miei padri, darò i carmi e l'ossa E a te il pensier: chè piamente a queste Dee non favella chi la patria obblia.
Tacea splendido il mar poi che sostenne Su la conchiglia assise, e vezzeggiate Dalla diva le Grazie; e a sommo il flutto, Quante alla prima prima aura di Zefiro
Le frotte delle vaghe api prorompono E più e più succedenti invide ronzano A far lunghi di sè aerei grappoli; Van aliando sui nettarei calici:
Tante a fior dell'immensa onda beata Ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude Le amabili Nereidi oceanine E a drappelli agilissime seguendo
La Gioja, alata degli Dei foriera, Gittavan perle, delle rosee Grazie Il bacio le Nereidi sospirando. Tosto che l'orme della diva, e il riso
Delle vergini sue fer di Citera Sacro il lito, un'ignota violetta Spuntò a' piè de' cipressi, e d'improvviso Molte purpuree rose amabilmente
Si conversero in candide. Fu quindi Religione di libar col latte Cinto di bianche rose, e cantar gl'inni Sotto i cipressi, ed offerire a l'ara
Il bel fioretto messaggier d'aprile.
Cookies on Poetry Cove