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1778–1827

SECONDA REDAZIONE DELL'INNO

Ugo Foscolo

Già bello è aprile. Or negli aerei poggi Di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte Limpido alle tranquille ombre di mille Giovinetti cipressi alle tre dive

L'ara innalzo, e un fatidico laureto In cui men verde serpeggia la vite La protegge di tempio, e coronato Canto, venite a me d'intorno o sacri

Nel penetrale della dea pensosa Giovinetti d'Esperia. Era più lieta Urania un dì quando le Grazie a lei L'azzurro peplo ornavano. Con elle

Qui Galileo sedeva a spiar l'astro Della loro regina e il disviava Col notturno rumor l'acqua remota Che sotto i pioppi, amiche ombre dell'Arno,

Furtiva e argentea gli volava al guardo, Qui a lui l'alba e la luna e il sol mostrava Gareggiando dal cielo, or le severe Nubi su la cerulea Alpe sedenti

Or il piano che fugge alle Tirrene Nereidi, immensa di città e di vigne, Scena e di templi e d'arator beati Or cento colli onde Apennin corona

D'ulivi e d'antri e di marmoree ville L'elegante città dove con Flora Le Grazie han serti e amabile idioma. Tre vaghissime donne a cui le trecce

Infiora di perenni itale rose Giovinezza, e per cui splende più bello Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra Sacerdotesse o care Grazie io guido.

Leggiadramente d'un ornato ostello Che a lei d'Arno futura abitatrice I pennelli posando, edificava Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima

Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso Liberale acconsente ogni contorno Di sue membra eleganti, e fra il candore Delle dita s'avvivano le rose

Mentre accanto al suo petto agita l'arpa. Scoppian dalle inquiete aeree fila Quasi raggi di sol rotti dal nembo Gioja insieme e pietà poichè sonanti

Rimembran come il ciel l'uomo concesse Al diletto e agli affanni, onde gli sia Temprato e vario di sua vita il volo E come alla virtù guidi il dolore

E il sorriso e il sospiro errin sul labbro Delle Grazie e a chi son fauste e presenti Dolce in core e' s'allegri e dolce gema. Pari un concento se pur vera è fama

Un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso Era allor delle dee sacerdotessa, E intento al suono Socrate libava Sorridendo a quell'ara, e col pensiero

Quasi al sereno dell'Olimpo alzossi. Quinci il veglio mirò correre obbliqua

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