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1778–1827

ODE XXVIII

Ugo Foscolo

Vieni, o Pittore egregio, Pieno d'ingegno e d'estro, Vieni, o dell'arte Rodia Chiarissimo maestro.

Com'io t'insegno, linea La mia lontana amante, In pria la chioma pingimi, E molle e nereggiante.

Ch'egli a te è possibile, S' egli alla cera è dato, Le lunghe treccie spirino Odore dilicato.

Sotto quel crin violaceo, Su guancia liscia e piena Poni la fronte candida, Dolcissima, serena.

Ne sull'effigie scorgasi, (Che tale è a lei sul volto) Se fra le ciglia il spazio Si stia confuso o sciolto.

Delle palpebre tingere Un po' dèi l'orlo oscuro, E gli occhi suoi fiammeggino, Che tali son, tei giuro.

Azzurri quai di Pallade, Ma arditi e morbidetti, Così che al par di Cipria Brillino lascivetti.

E per quel naso nobile Per quelle grazie intatte Fa sì, o Pittor, che vadano Miste le rose al latte.

Suasìon sia simile Al labbro suo fiorito, Egli tacendo, al bacio Faccia soave invito.

Al mento e al collo latteo, Volin le Grazie intomo, Tutti gli Amor vi volino, Vi facciano soggiorno.

Indi il restante velisi Di porporino ammanto, Ma per gentil disordine Sia discoperto alquanto;

Onde così si veggiano Le membra, e acciò da questo Altri dipoi s'immagini, Quanto sia bello il resto.

Basta: la veggo, o ingannomi? Ah no! la veggo, è quella; Forse all'immagin cerea Non manca la favella?

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