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1778–1827

LA CHIOMA DI BERENICE

Ugo Foscolo

Quei che spiò del mondo ampio le faci Tutte quante, e scoprì quando ogni stella Nasca in cielo o tramonti, e del veloce Sole come il candor flammeo si oscuri,

Come a certe stagion cedano gli astri, E come Amore sotto' a' Latmii sassi Dolcemente contien Trivia di furto E la richiama dall'aëreo giro,

Quel Conon vide fra' celesti raggi Me del Berenicèo vertice chioma Chiarô fulgente. A molti ella de' Numi Me, supplicando con le terse braccia,

Promise, quaiido il re, pel nuovo imene Beato più, partia, gli Assiri campi Devastando, e sen gìa con li vestigi, Dolci vestigi di notturna rissa

La qual pugnò per le virginee spoglie. Alle vergini spose in odio è forse Venere? Forse a' genitor la gioia Froderanno per false lagrimette

Di che bagnan del talamo le soglie Dirottamente? Esse non veri allora, Se me giovin gli Dei, gemono guai. Ben di ciò mi assennò la mia regina

Col suo molto lamento allor che seppe Vôlto a bieche battaglie il nuovo sposo: E tu piangesti allora il freddo letto Abbandonata, e del fratel tuo caro

Il lagrimoso dipartir piangevi. Ahi! tutte si rodean l'egre midolle Per l'amorosa cura; il cuore tutto Tremava; e i sensi abbandonò la mente.

La donzelletta non se' tu ch'io vidi Magnanima? Lo gran fatto obblïasti, Tal che niun de' più forti osò cotanto, Però premio tu n'hai le regie nozze?

Deh che pietà nelle parole tue Quando il marito accommiatavi! Oh quanto Pianto tergeano le tue rosee dita Agli occhi tuoi! Te sì gran Dio cangiava?

Dal caro corpo dipartir gli amanti Non sanno mai? Tu quai voti non festi, Propizïando con taurino sangue, Per lo dolce marito agli Immortali

S'ei ritornasse! Nè gran tempo vôlse Ch'ei dotò della vinta Asia l'Egitto. Per questi fatti de' Celesti al coro Sacrata, io sciolgo con novello ufficio

I primi voti. A forza io mi partia, Regina, a forza; e te giuro e il tuo capo; Paghinlo i Dei se alcuno invan ti giura; Ma chi presume pareggiarsi al ferro?

E quel monte crollò, di cui null'altra Più alta vetta dall'eteree strade La splendida di Thia progenie passa, Quando i Medi affrettaro ignoto mare

Nuotò a gio ent bartnezzo Athos Al ferro cede! or che poriano i crini? Tutta, per Dio! de' Calibi la razza Pèra, e le vene a sviscerar sotterra

E chi a foggiar del ferro la durezza A principio studiò. – Piangean le chiome Sorelle mie da me dianzi disgiunte I nostri fati, allor che appresentosse,

Rompendo l'aer con l'ondeggiar de' vanni, Dell'Etïope Mennone il gemello Destrier d'Arsinoe Locrïense alivolo: Ei me per l'ombre eteree alto levando

Vola, e sul grembo di Venere casto Mi posa: ch'ella il suo ministro (grata Abitatrice del Canopio lito) Zefiritide stessa avea mandato

Perchè fissa fra' cerchi ampli del cielo La del capo d'Arianna aurea corona Sola non fosse. E noi risplenderemo Spoglie devote della bionda testa.

Onde salita a' templi de' Celesti Rugiadosa per l'onde, io dalla Diva Fui posto fra gli antichi astro novello. Però che della Vergine, e del fero

Leon toccando i rai, presso Callisto Licaonide, piego all'occidente Duce del tardo Böote cui l'alta Fonte dell'Oceàno a pena lava.

Ma la notte perchè degli Immortali Mi premano i vestigi, e l'aurea luce Indi a Tethy canuta mi rimeni, (E con tua pace, o Vergine Rannusia,

Il pur dirò: non per temenza fia Che il ver mi taccia, e non dispieghi intero Lo secreto del cor; nè se le stelle Mi strazin tutte con amari motti),

Non di tanto vo lieta ch'io non gema D'esser lontana dalla donna mia, Lontana sempre! Allor quando con ella Vergini fummo, io d'ogni unguento intatta,

Assai tesoro mi bevea di mirra. O voi, oui teda nuzïal congiunge Nel sospirato dì, nè la discinta Veste conceda mai nude le mamme,

Nè agli unanimi sposi il caro corpo Abbandonate, se non versa prima L'onice a me giocondi libamenti; L'onice vostro, voi che desïate

Di casto letto i dritti: ah di colei Che sè all'impuro adultero commette, Beva le male offerte irrita polve! Chè nullo dono. dagli indegni io merco.

Sia così la concordia, e sia l'amore Ospite assiduo delle vostre sedi. Tu volgendo, regina, al cielo i lumi Allor che placherai ne' dì solenni

Venere diva, d'odorati unguenti Lei non lasciar digiuna, e tua mi torna Con liberali doni. A che le stelle Me riterranno? O! regia chioma io sia,

E ad Idrocoo vicin arda Orïone.

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