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1778–1827

IX.

Ugo Foscolo

Di giovinezza Fanciulletta bella Dal tuo bel petto spira fresco odore, E da quei labri con gentil favella Sol parla Amore.

Vaga è tua mano; ma più vaga allora Che a puro bacio facile s'arrende, E allor ch'ai crini della gaja Flora Cinge le bende.

Questi mi detta dolci carmi Apollo, Se mai t'ascolta, Fanciulletta bella, Sparger di canti con la cetra al collo Iblea favella;

Canta, deh! canta; scenderan da Paffo Ad ascoltarti con l'orecchie amanti Quei stessi Amor che della mesta Saffo Pianser ai canti.

Io son, diceva, bella Dea di Gnido, La giovinetta cui Faon non cura, Per lui sol piango, mentre in ogni lido Ride or natura.

Madre del riso, dal beante seno, Me ch'ai tuo nume altari sempre alzai, Me ch'arsi incenso d'inni e laudi pieno, Or traggo guai.

Siegui di Lesbo la soave musa, Ma scherza, e faggi lagrimose note, Giacché domarti l'almo Dio ricusa, Perché noi puote.

Che vai sui fogli con cipiglio tristo Perdere i giorni che tornar non ponno, E violare per un vano acquisto I dritti al sonno?

Nata agli Amori, le scienti carte Abbandonando, sol la cetra tocca: Che di bei carmi la diffcil arte Ti siede in bocca.

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