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1778–1827

IX.

Ugo Foscolo

Amici udite la novella strana Della festa di ballo Data da Noi patrizi cavalieri, Che non siamo guerrieri,

Ma ci facciam dipingere a cavallo Perchè sappiam combattere in teatro Dicendo l'un dell'altro vituperi, Che per nostra fortuna sono veri.

Così senza pericoli e senza arte Mangiam, beviam, dormiamo fuor di pene Ed ogni re ci lascierà da parte Come incapaci di servirlo bene.

Udite intanto la novella strana: Da certa cameretta a mano destra Del salon dell'orchestra Strillò improvvisa una voce di rana

Gracchiando nel latin di Balestrieri: Accorrete, che annego, Parenti cavalieri, Salvatemi, vi prego

Per le polpette che mangiaste jeri; Salvatemi, se il cielo Vi aiuti a tracannar trecento fiaschi Di vin di Busto, e digerire un bue.

Anch'io son cavaliere Anch'io porto il braghiere. Morirò dunque come un ateista Senza un'anima buona che m'assista ?

Io che sono ben più che buon cristiano Io che sono cattolico ambrosiano, Sincero milanese, Nemico nato d'ogni maladetto

Forestiere italiano Che ci consuma l'aria del paese ? Ma nessun l'ascoltava, E il poverin si tacque, e dopo un poco

Con lamento più fioco Disperato esclamava: ohimè che affogo! D'un sorso d'acqua mi cercai ristoro In questa stanza oscura

Dopo l'impresa generosa, e dura In cui sudai e meritai l'alloro, E invece venni misero al macello! Son io il prode, son io

Che feci da bargello, E cacciai poco fa quel gran majale Di Guido Castiglioni, Che venne qui a ballare con gli sproni.

(Intendeva di me, come ognun vede, E in ciò merita fede. Ma con sua buona grazia, Non già per insultar la sua disgrazia,

Quel mio bargel fu anch'egli un animale E meritava di morir due volte, Prima perchè fe' l'onta a me che sono Pronto sempre al perdono,

E poi non fece uscire Tanti altri cavalieri speronati, Che di là del Naviglio erano nati). Molte orecchie frattanto a quelle strida

Si fecero più lunghe, Ed intesero dir: patria crudele Per te moro così, patria omicida! Ahi, ahi, nessun m'intende

Dal gran gridar sono sfiatato e stanco, Nessun conosce più la voce mia ? Non v'accorgete che al festino io manco ? Datemi aiuto per amor di Dio!

Io son quell'io che chiamano i plebei Il pigmeo de' pigmei, Son io, son Vitallian de' Borromei. Al gran nome, al periglio

Corrono, senza entrar, verso la porta I marchesi cugini, Gl'inglesati contini, Duchi senza ducato e senza squadre

Principi che han cento avi e più di un padre E i Don a' quai le gonne Mancano a parer donne, Anzi non donne, ma sdentate nonne,

E or si chiaman serventi veterani Che nel sessanta usciti di collegio Per natural perpetuo privilegio Facevan da Narcisi babilani —

Io non dico che fossero ruffiani. Gli adunati si assisero al consiglio Presieduto da' padri perrucconi E vennero fin anche (oh, disonore!)

Per forza per zecchini o per amore A dire il lor parere Anche i nuovi baroni, Che però non si posero a sedere.

Parlan molti ad un tratto Facendo certi versi da bestiuole Che pareano parole; Chi miagolava come vecchio gatto,

Chi siede muto cupo Come un gufo comasco, Altri va urlando qual castrato lupo; Chi sporge il muso in atto

Di dir la sua sentenza; Ma due più pronti con la voce chioccia Gli rompono la frase e la pazienza: E l'illustre assemblea

Disperata fremea (Ma qui la rima in occia, Poffar bacco m'ammazza: Inspirimi buon Angel dalla mazza

Fremea dunque fremea «Qual freme di mulin ruota per doccia» Affoga, affoga. — Chi ? Un Borromeo. — Ma come ?

È impossibile. — Udite, udite, el grida — E quel di dentro schiamazzava: affogo, Affogo sì. — Ma dove ? — Affogo qui. — E i patrizi pareano contadini

Quando venuti in maschera al ridotto ' Perdono al biribis tutt'i quattrini; Gli avrian giocati con men truffa al lotto. Vorrebbero andar via,

Nè trovano la via; Così l'almo congresso Stupefatto e perplesso Bramava di soccorrere l'amico;

Ma volean tutti, come narra Esopo Di quel timido topo, Trovarsi in bocca masticato il fico. Qui s'alza un oratore, e li rampogna:

Cavalieri, vergogna! Facciam, facciam veder che son bugiardi I veneti Eccellenze e i mercantini Patrizi fiorentini

Che alla barba del libro del Giulini Ci chiamano bastardi In primis de' Lombardi e Visigoti, Poi de' Visconti e de' Sforzeschi eroi,

Che in Romagna guidavano due buoi. Finalmente siam muli de' spagnuoli Al dir de' bolognesi, Anzi oggi adulterini de' francesi,

Comunque sia, noi siam tutti figliuoli, Nipoti, bisnipoti Di soldati gagliardi E avrem coraggio d'essere codardi ?

Direte: abbiamo titoli e tesoro, ma qual merto ha il porco nel letame Che può senza talento Senza gloria nè stento

Dar pasto al solo ventre, ed alla fame ? Il valore lo studio, ed il decoro Frutta a' pitocchi titoli e denari; E or ei vanno del pari,

E ci ridono in faccia . E talun d'essi inerme ci minaccia; Perchè i porci siam noi anzi i somari Che in un grasso terreno

Creperem, se Dio vuole, a corpo pieno, E forse a corpo vuoto, Perchè basta che un altro n'abbia voglia Cóme asini ci lega, e ci dispoglia.

Finiamola: bisogna Anche a costo del sangue Salvare il nostro confratello esangue; Andate. E così detto

Tornò a sedere, e domandò un sorbetto, Poi fece un sonno, che pareva a letto. Gli altri accesi da insolita pietà Corron di qua di là,

Ma o fosse la gran fretta Del magnanimo ardore (Come attesta di Pezzi la Gazzetta) Fosse timor, o come io credo errore

Tutti a un tempo trovaronsi lontano Dal luego ove spirava Vitalliano, Che muto boccheggiava, E i bei denti sputava

Che da Parigi gli mandò il dentista. E tu incremento augusto Borromeo Saresti morto peggio di un ebreo Se non si fosse avvista

Una cortigianella valsatrice. Rompe la danza, e corre all'infelice, E con ardir virile Lo tira fuor dell'acqua, ed ecco intorno

All'eroina tutta la brigata; Che fu ? che fu ? Non è più nulla, disse La giovinetta allor con un sorriso Tra maligno e gentile;

Questo cavalierino È sì ardito e piccino Che se il ciel non mi avesse qui mandata Purtroppo ei si annegava

In un bicchier d'insipida semata.

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