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1778–1827

IV.

Ugo Foscolo

O tu, cui gli anni rosei Sono dai vezzi adorni, Cui dell'etade arridono I più beati giorni,

Desii veder l'immagine Del tuo lontano amico? Odi i miei versi ingenui, Che sempre il ver io dico.

A me gentile, amabile Volto non die natura, Ma diemmi invece un'anima Tenera, fida e pura.

E diemmi invece un fervido Cor, cui non sono ignoti D'amore e d'amicizia I più soavi moti.

E diemmi un estro rapido Che carmi ai labbri inspira, Per cui non è tra l'ultime Quest'amorosa lira.

Ma a te, fanciulla amabile, Questo non basta è vero, Non basta ai guardi cupidi L'animator pensiero.

Sì, bella amica, a pingermi Destro verrà pittore, Ma potrà far che ispirino Dolce quest'occhi amore?

E le mie guance giovani Da pelo ancor non tinte, D'amore con l'ingenuo Rossor saran distinte?

Saprà ritrar l'effigie Viva del volto mio Allor che il seno m'agita Per te di Pafo il Dio?

E saprà far che dicano, Tacendo, i labbri miei, Che tu mi piaci, e ch'unica Dea del mio cor tu sei?

Ah no, nol può! la rodia Arte a' miei carmi cede, Che amor l'agguaglia, e supera Ella medesma il vede.

Te pinsi, o bella; e il candido Volto ognor stammi al fianco; Ne mai, qual te, l'imagine Mai di mirar son stanco.

Te pinsi; e i labbri, e i lucidi Lumi, e le trecce bionde; Lor parlo; e tosto il turgido Bel labbro tuo risponde.

Di Tejo il vate pingere Volle la bella amica, Commise a industre artefice Sì genial fatica;

Ma che? conobbe ei subito Lei nel dipinto aspetto, Ma udir non fu possibile Dai finti labbri un detto.

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