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1778–1827

Inno Secondo

Ugo Foscolo

D'armonioso speco inviolate Dal gelo e dall'estiva ira e da' nembi. La bella donna di sua mano i lattei Calici del limone, e la pudica

Delle viole, e il timo amor dell'api Innaffia, e il fior della rugiada invoca Dalle stelle tranquille; e impetra i favi Che vi consacra e in cor tacita prega.

Con lei pregate, donzellette, e meco Voi, garzoni miratela. Il segreto Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce Foco esultante nelle sue pupille

Faccianvi accorti di che preghi e come L'ascoltino le Dee: e certo impetra Che delle Dee l'amabile consiglio Da lei s'adempia. I pregi che dal cielo

Per pietà de' mortali han le divine Vergini caste, non a voi li danno, Giovani vati e artefici eleganti, Bensì a qual più gentil donna le imita.

A lei correte; e di soavi affetti Ispiratrici e immagini leggiadre Sentirete le Grazie. Ah vi rimembri Che inverecondo le spaventa Amore!

Torna deh torna al suon donna dell'arpa Guarda la tua bella compagna; e viene Ultima al rito a tesser danze all'ara. Pur la città cui Pale empie di paschi

Con l'urne industri tanta valle, e pingui Di mille pioppe aeree al sussurro Ombrano i buoi le chiuse, or la richiama Alle feste notturne, e fra quegli orti

Freschi di fronde e intorno aurei di cocchi Lungo i rivi d'Olona. E già tornava Questa gentile al suo molle paese, Così

Chè al Tebro all'Arno ov'è più sacra Italia Non un'ara trovò, dove alle Grazie Rendere il voto d'una regia sposa; Ma udì il canto udì l'arpa e noi si volse

Agile come in cielo Ebe succinta. Sostien del braccio un giovinetto cigno E togliesi di fronte una catena Vaga di perle a cingerne l'augello.

Quei lento al collo suo del flessuoso Collo s'attorce, e di lei sente a ciocche Neri su le sue lattee piume i crini Scorrer disciolti, e più lieto la mira

Mentr'ella scioglie a questi detti il labbro: GRATA AGLI DEL DEL REDUCE MARITO DA' FIUMI ALGENTI OV'HANNO PATRIA I CIGNI ALLE VIRGINEE DEITÀ CONSACRA

L'ALTA REGINA MIA CANDIDO UN CIGNO. Accogliete, garzoni, e su le chiare Acque vaganti intorno all'ara e al bosco Deponete l'augello, e sia del nostro

Fonte signor; e i suoi atti venusti Gli rendan l'onde e il suo candore e goda Di sè quasi dicendo a chi lo mira Simbol son io della Beltà. Sfrondate

Ilari carolando o verginette Il mirteto e i rosai lungo i meandri Del ruscello, versate sul ruscello, Versateli, e al fuggente nuotatore

Che veleggia con pure ali di neve Fate inciampi di fiori, e qual più ameno Fior a voi sceglia col puniceo rostro Vel ponete nel seno. A quanti alati

Godon l'erbe del par l'aere e i laghi Amabil sire è il cigno, e con l'impero Modesto delle grazie i suoi vassalli Regge, ed agli altri volator sorride

E lieto le sdegnose aquile ammira. Sovra l'omero suo guizzan securi Gli argentei pesci, ed ospite leale Il vagheggiano s'ei visita all'alba

Le lor ime correnti desioso Di più freschi lavacri, onde rifulga Sovra le piume sue nitido il sole. Fioritelo di gigli. Al vago rito

Donna l'invia che nella villa amena De' tigli (amabil pianta! e a' molli orezzi Propizia, e al santo conjugale Amore) Nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto

Lieto accorrea agitandole l'acque Sotto i lauri tranquille. O di clementi Virtù ornamento nella reggia Insubre! Finchè piacque agli Dei, o agl'infelici

Cara tutela, e di tre regie grazie Genitrice gentil; bella fra tutte Figlie di regi, e agl'immortali amica! Tutto il cielo t'udia quando al marito

Guerreggiante a impedir l'Elba a' nemici Pregavi lenta l'invisibil Parca Che accompagna gli Eroi vaticinando L'inno funereo e l'alto avello e l'armi

Più terse e giunti alla quadriga i bianchi Destrieri eterni a correre l'Eliso. Sdegnan chi a' fasti di fortuna applaude Le Dive mie, e sol fan bello il lauro

Quando Sventura ne corona i prenci. Ma più alle Dive mie piace quel carme Che d'egregia beltà l'alma e le forme Con la pittrice melodia ravviva;

Spesso per l'altre età se l'idioma D'Italia correrà puro a' nepoti (È vostro, e voi deh! lo servate, o Grazie!) Tentai ritrar ne' versi miei l'imago

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