E non che ornar di canto, e chi può tutte Ridir l'opre de' Numi? Impaziente Il vagante inno mio fugge ove incontri Graziose le menti ad ascoltarlo
Pur non so dirvi, o belle suore, addio, Sento piena di nuovi inni la mente. Ma e dove or io vi seguirò, se il Fato Ah da gran giorni omai profughe in terra
Alla Grecia vi tolse, e se l'Italia Che v'è patria seconda i doni vostri Misera ostenta e il vostro nume obblia? Pur molti ingenui de' suoi figli ancora
A voi tendon le palme. Io finchè viva Ombra daranno a Bellosguardo i lauri Ne farò tetto all'ara vostra, e offerta Di quanti pomi educa l'anno, e quante
Fragranze ama destar l'alba d'aprile. E il fonte e queste pure aure e i cipressi E secreto il mio pianto e la sdegnosa Lira, e i silenzi vi fien sacri e l'arti.
Fra l'arti io coronato e fra le muse Alla patria dirò come indulgenti Tornate ospiti a lei, sì che più grata In più splendida reggia, e con solenni
Pompe v'onori: udrà come redenta Fu due volte per voi, quando la Fiamma Pose Vesta sul Tebro, e poi Minerva Diede a Flora per voi l'attico Ulivo.
Venite o Dee, spirate Dee, spandete La Deità materna, e novamente Deriveranno l'armonia gl'ingegni Dall'Olimpo in Italia: e da voi solo
Nè dar premio potete altro più bello Sol da voi chiederem Grazie un sorriso.
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