<Non sono genii mentiti. Io dal mio poggio Quando tacciono i venti fra le torri Della vaga Firenze odo un Silvano Ospite ignoto a' taciti eremiti
Del vicino Oliveto: ei sul meriggio Fa sua casa un frascato, e a suon d'avena Le pecorelle sue chiama alla fonte. Chiama due brune giovani la sera
Nè piegar erba mi parean ballando. Esso mena la danza. N'eran molte Sotto l'alpe di Fiesole a una valle Che da sei montagnette ond'è ricinta
Scende a sembianza di teatro Acheo. Affrico allegro ruscelletto accorse A' lor prieghi dal monte, e fe' la valle Limpida d'un freschissimo laghetto.
Nulla per anco delle Ninfe inteso Avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto Novellando d'amori e cortesie Con le amiche sedeva, o s'immergea
Te, Amor, fuggendo; e forse la spiavi Dentro le cristalline onde più bella. Fur poi svelati in que' diporti i vaghi Misteri, e Dioneo re del drappello
Le Grazie afflisse. Perseguì i colombi Che stavan su le dense ali sospesi A guardia d'una grotta; invan gementi Sotto il flagel del mirto onde gl'incalza
Gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi Che non s'accosti; sanguinanti e inermi Sgombran con penne trepidanti al cielo. Della grotta i recessi empie la luna,
E fra un mucchio di gigli addormentata Svela a un Fauno confusa una Napéa. Gioì il protervo dell'esempio, e spera Allettarne Fiammetta; e pregò tutti
Allor d'aita i Satiri canuti E quante emule ninfe eran da' giochi E da' misteri escluse: e quegli arguti Oziando ogni notte a Dionèo
Di scherzi, e d'antri, e talami di fiori Ridissero novelle. Or vive il libro Dettato dagli Dei; ma sfortunata La damigella che mai tocchi il libro.
Tosto smarrita del natio pudore Avrà la rosa, nè il rossore ad arte Può innamorar chi sol le Grazie ha in core. >
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