Alto rombano i secoli Su rapidissim'ali, E dall'aere giù vibrano Dritti infiammati strali
Che additano agl'ingegni D'eterna gloria i segni: Ma qua! nebbia! qual livido Umor spargon dai vanni
Che in fetida caligine Attomban nomi ed anni, E rodono quel serto Che ombreggia un tenue morto!
O mio poeta, o altissimo Signor del sommo canto, Che con sublime celerà Per la casa del pianto
Girasti, e fra la gente, Che o gioisce, o si pente, Tu vivi etemo. — Gloria Di suo fulgor ti cinse,
Tuonò sua voce; un fulmine Fu per chi ti dipinse Tester stentato, oscuro Di carmi e stile impuro.
Pera! La lingua succida Costui nutra nel sangue, E per delfici lauri Gli accerchi invece un angue,
Sanie stillante infesta Dicesti: ed ecco stridono In suon ringhiante e forte Gli aspri tartarei cardini:
Della cappa di morte Infine a' pie vestute Ecco l'Ombre perdute. Io già le ascolto: eccheggiano
Per l'aer senza stelle Batter di man, bestemmie, Orribili favelle, Voci alte e fioche, accenti
D'ire in dolor furenti. Oh Padre! oh Vate! un giovane Cui l'estro ai cieli innalza Che pel genio, che l'agita
Fervidamente sbalza A inerudita cetra Canti spargendo all'etra A te si prostra: un'anima
Che in sé ognor si ravvolge, Che in ermi boschi tacita Fugge dall'atre bolge . Di cittadino tetto,
d'irraggia l'intelletto. Di Sapienza nettare Fra mie veglie delibo, E, meditante, ai spiriti
Porgo l'augusto cibo Che questa etade impura, Famelica, non cura. Muta di luce eterea
Alle peccata in grembo Fra cupo orror s'avvoltola L'Umanità: il suo lembo Spruzzi di sangue stilla,
Ed ella va in favilla. Ma ira di giustizia Lui che può ciò che vuole Ruggisce in cielo, e scaglia
Di spavento parole; Vennero i giorni alfine Di piaghe e di ruine. Vennero sì; ma sorgere,
Giganteggiando, i nostri Carmi vedransi, e liberi Calpestare que' mostri Che tumidi d'orgoglio
Siedono ingiusti in soglio.
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