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1778–1827

II.

Ugo Foscolo

Alto rombano i secoli Su rapidissim'ali, E dall'aere giù vibrano Dritti infiammati strali

Che additano agl'ingegni D'eterna gloria i segni: Ma qua! nebbia! qual livido Umor spargon dai vanni

Che in fetida caligine Attomban nomi ed anni, E rodono quel serto Che ombreggia un tenue morto!

O mio poeta, o altissimo Signor del sommo canto, Che con sublime celerà Per la casa del pianto

Girasti, e fra la gente, Che o gioisce, o si pente, Tu vivi etemo. — Gloria Di suo fulgor ti cinse,

Tuonò sua voce; un fulmine Fu per chi ti dipinse Tester stentato, oscuro Di carmi e stile impuro.

Pera! La lingua succida Costui nutra nel sangue, E per delfici lauri Gli accerchi invece un angue,

Sanie stillante infesta Dicesti: ed ecco stridono In suon ringhiante e forte Gli aspri tartarei cardini:

Della cappa di morte Infine a' pie vestute Ecco l'Ombre perdute. Io già le ascolto: eccheggiano

Per l'aer senza stelle Batter di man, bestemmie, Orribili favelle, Voci alte e fioche, accenti

D'ire in dolor furenti. Oh Padre! oh Vate! un giovane Cui l'estro ai cieli innalza Che pel genio, che l'agita

Fervidamente sbalza A inerudita cetra Canti spargendo all'etra A te si prostra: un'anima

Che in sé ognor si ravvolge, Che in ermi boschi tacita Fugge dall'atre bolge . Di cittadino tetto,

d'irraggia l'intelletto. Di Sapienza nettare Fra mie veglie delibo, E, meditante, ai spiriti

Porgo l'augusto cibo Che questa etade impura, Famelica, non cura. Muta di luce eterea

Alle peccata in grembo Fra cupo orror s'avvoltola L'Umanità: il suo lembo Spruzzi di sangue stilla,

Ed ella va in favilla. Ma ira di giustizia Lui che può ciò che vuole Ruggisce in cielo, e scaglia

Di spavento parole; Vennero i giorni alfine Di piaghe e di ruine. Vennero sì; ma sorgere,

Giganteggiando, i nostri Carmi vedransi, e liberi Calpestare que' mostri Che tumidi d'orgoglio

Siedono ingiusti in soglio.

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