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1778–1827

II.

Ugo Foscolo

E te, leggiadra Venere, Te canteremo ancora, O Dea, più fresca e rosea Della serena Aurora.

Te, cui le Grazie morbide Sieguon coi biondi amori, Te, che tra Giuno, e Pallade Avesti i primi onori. —

Ma non avrai di giubilo Canti, vezzosa Dea, Suoni giocosi ed ilari La cetra un dì spargea;

Or già non più: che scorsero Que' sì beati giorni Sacri ad amor purissimo Da mutua pace adorni.

Me di fanciulla istabile Arde l'incerta fede; Mal possono le lagrime Di cui le bagno il piede.

A te ricorro io supplice O tra le belle bella, Almen tu, piega l'anima Della mia rea donzella.

Te di Neera il tenero Cantor chiamar solea Quando fra voti flebili All'are tue sedea;

E con fragranti aromati Con fiori al suol diapersi Su la gemente cetera A te innalzava i versi.

L'aitasti o Dea? le lagrime Tergesti a lui pietosa? Tomo per te a quel misero La ninfa sua ritrosa?

Ah no! tu Diva idalia Che in ogni dove imperi Sull'infelice giovane Giravi i lumi alteri.

Ne Adon memorasti e i gemiti, E il ripercosso petto, Allor che in sé porgeati De' mali suoi l'aspetto.

Te pure Amor con l'aureo Dardo, te pur ferìo; Lo sa il tuo cor medesimo Quanto è tiran quel Dio.

Pianti d'amor sgorgarono Dal tuo beante ciglio, Eppur ch'il crede? piacquero Quei pianti al crudo figlio.

Pietà gran Dea: d'un misero Alleggia i tristi affanni, Che di sua età più florida Consacra a te i begli anni.

Pietà! — La mesta effigie Del volto mio tu mostra, Tra le sognate immagini A la fanciulla nostra.

Fa, che il suo cor le palpiti Con moto non più inteso, Fa, che di fiamma ingenua Sentasi il coro acceso;

Ah! se da quel di porpora Labbro suonar io sento, T'amo, per me nettareo Per me beato accento.

Sacerdotessa, o Venere, Sempre farò che sia Attenta ai tuoi misteri! Questa fanciulla mia.

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