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1778–1827

CARME TRIPARTITO

Ugo Foscolo

Dite o garzoni a chi mortale, e voi Donzelle dite a qual fanciulla un giorno Più di quel mel le Dee furon cortesi. N'ebbe primiero un cieco, e su lo scudo

Di Vulcano mirò moversi il mondo, E l'alto Ilio diruto, e per l'ignoto Pelago la solinga Itaca vela, E tutto Olimpo gli s'aprì alla mente,

E Cipria vide e delle Grazie il cinto. Ma quando quel sapor venne a Corinna Sul labbro, vinse tra l'Elee quadrighe Di Pindaro i destrier; benchè Elicona

Li dissetasse, e li pascea di foco Eolo, e prenunzia un'aquila correa, E de' suoi freni li adornava il Sole. Su' vaghi fiori onde cingea la lira

Anacreonte un'ape sacra un giorno S'assise; e tal n'uscia suon dalle fila Che da Cupido avea baci soavi Il vecchierello, nè ridar poi volle

La lira a Febo, e la recò all'Eliso. Di quel mel la fragranza errò improvvisa Sul talamo all'Eolia fanciulla E il cor dal petto le balzò e la lira

Ed aggiogando i passeri scendea Citerea dall'Olimpo e delle sue Ambrosie dita le tergeva il pianto. N'ebbe il cantor d'Aminta allor ch'errando

“Forsennato egli errò per le foreste “Sì che insieme movea pietate e riso “Nelle gentili ninfe e ne' pastori “Nè già cose scrivea degne di riso

“Sebben cose facea degne di riso.

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