Tacquero. Come quando esce un'Erinne
A gioir delle terre arse dal verno
Maligna; e lava le sue membra a' fonti
Dell'Islanda esecrati ove più tristi
Fuman sulfuree l'acque, o a' groelandi
Laghi lambiti di vampe
La teda alluma e al ciel sereno aspira.
Finge perfida pria roseo splendore
E lei deluse appellano col vago
Nome di Boreale alba le genti.
Quella scorre, e le nuvole in chimere
Orrende, e in imminenti armi contorce
Fiammeggianti; e calar senti per l'aura
Dal muto nembo l'aquile agitate
Che veggion nel lor regno angui, e sedenti
Leoni, e ulular l'ombre de' lupi.
Innondati di sangue errano al guardo
Delle città i pianeti, e van raggiando
Timidamente per l'aereo caos;
Tosto d'incendio la celeste volta
S'infiamma, e sotto quell'infausta luce
Rosseggia immensa l'iperborea terra.
Quinci l'invida dea gli inseminati
Campi mira, e dal gel tutto Oceano
A' nocchieri conteso; ed oggi forse
Per la Scizia calpesta armi, e vessilli,
E d'Itali guerrier corpi incompianti.