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1778–1827

CANTO PRIMO

Ugo Foscolo

Quando l'Eterno passeggiò col guardo Tutto il creato, diffondendo intomo Riso di pace, e fiammeggiar si vide Ne' cieli il Sole, e rotear le stelle

Dietro la dolce–radiante Luna Tra il fresco vel di solitària notte, E germogliò natura, e al grigio capo Degli altissimi monti alberi eccelsi

Pero corona, e. orrisonando udissi L'ampio padre Oceàn fremer da lungi: Sin da quel giorno d'aquilon sui vanni Scese Giustizia, e i fulmini guizzando

Al fianco le strideano, i dispersi Crini eran cinti d'abbaglianti lampi. In alto assisa vide ergersi il fumo D'innocuo sangue, che fraterna mano

Invida sparse, e dagli vacui abissi A tracannarlo, e tingersi le guance Morte ansante lanciossi: immerse allora La dea nel sangue il brando, e a far vendetta

Piombò sull'orbe, che tacque e crollò. Ma fra le colpe di natura infame, Brutta d'orrore la tremenda dea Si fé' nel viso, e '1 lagrimato manto

E le aggruppate chiome ad ogni scossa Grondavan sangue, e fra gemiti ed ululi S'udia l'inferno e la potenza eterna Bestemmiando invocati. — A un tratto sparve

Contaminata la Giustizia fera, E al sozzo pondo dell'umane colpe Le sue immense bilance cigolare; Balzò l'una alle sfere, e l'altra cadde

Inabissata nel tartareo centrò. L'Onnipossente dal più eccelso giro Della sua gloria, d'onde tutto move, Udì le strida del percosso mondo,

E al ciel lanciarsi la ministra eterna Vide: accennò la fronte, e le soavi Arpe angeliche tacquero; e la faccia Prostrare i cherubini, e '1 firmamento

Squassato s'incurvò. — Verrà quel giorno, Verrà quel giorno, disse Dio, che all'aere Ondeggeranno quasi lievi paglie L'audaci moli; le turrite cime,

D'un astro allo strisciar, cenere e fumo Saranno a un tratto; tentennar vedrassi Orrisonante la sferrata terra, Che stritolata piomberà nel lembo

D'antiqua notte, fra le cui tenèbre E Luna e Sol staran confusi e muti; Negro e sanguigno bollirà furente Lo spumante Oceàn, rigurgitando

Dall'imo ventre polve e fracid'ossa, Che al rintronar di rantolosa tuba Rivestiran lor salma, e quai giganti Vedransi passeggiar sulle mine

De' globi inabissati! E morte e nulla Tutto sarà: precederammi il foco, Fia mio soglio Giustizia, e fianmi ancelle, Armate il braccio ed infiammate il volto,

Ira e Paura! — Ma Pietà sul mondo Scenda sino a quel giorno, e di tremenda Giustizia fermi l'instancabil brando. Disse; e Pietà dei Serafin tra mille

Voci di gaudio, dell'Eterno al trono Le ginocchia piegò: stese la palma Il Re dei re su la chinata testa, E l'unse del suo amor. Udissi allora

Spontaneamente volteggiar po' cieli Inno sacro a Pietà: m'udite attenti E terra e mare; e canterò; m'udite, Che questo è un inno che dal ciel discende.

Candida al par di neve, e pura e bella Siccome raggio di lucente aurora, O del trono di Dio splendida ancella. E quanto il Sole l'universo indora,

Tanto col guardo tuo tu bèi Natura, Che da lungi ti sente, e che t'adora. Candida al par di neve, e dolce e pura Siccome raggio d'aspettata aurora,

Che il velo rompe della notte oscura. O dell'eterno amore eterna suora, Tua mano tutto colorisce e molce, E Dio intanto ti guarda, e s'innamora.

Candida al par di neve, e fresca e dolce Siccome raggio di novella aurora, Che drizza i fiori, li ravviva, e folce. Scendi tu rapida, scendi sul mondo,

Stendi pietosa le braccia, e a' miseri Tergi le lagrime col crine biondo. Scendi tu rapida, scendi sul mondo. All'arpeggiar di mille aurate cetre,

All'inneggiar di mille Angeli, e mille Spirti di Paradiso, erse la fronte Pietà, la bella fra le belle dive, Che sotto Paltò padiglion del Sole

Fanno sgabello dell'Immenso al trono; Erse la fronte, e su leggera nube, Cui fra colori candidi e rosati Trapelan raggi di beltà celeste,

Scese sul mondo: al suo passar di doppia Luce brillar le mattutine stelle, Al suo passar piobbero fiori intorno, E l'aer, che vide quel beato riso,

Con zeffiri giocondi le rispose. Girò lo sguardo, e di mortali eletti Vide uno stuolo; e il manto ampio di tergo Si scinse, e diello a quei che temprar sanno

Con pietade giustizia; indi rivolse, Poiché sorrise su la mesta terra, L'alata nube ver l'empireo volte, II suo ricovrator manto lasciando.

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