Signor Zanetto, io spasimo non forse I tanti fallimenti di quest'anno Avessero anche a voi munte le borse. Io non fo il mercatante, ed ho il malanno
De' fallimenti; e ci ho perduto tanto Che mi bastava a desinar mezz'anno. A gran sudori ho comperato un manto Di certo Sterne parroco inghilese,
Bizzarro arnese, e ne correa gran vanto. Gli diei la foggia del nostro paese, E a farlo grato a' Lombardi e a grammatici Venni tossendo e stando su le spese
In Camaldoli ov'abitan i pratici Sartori del parlare; e san cucirlo Ch'io ne disgrado e retori e prammatici. A noi non tocca, illustre amico, il dirlo;
Ma il sajo forastiero il feci tale Che ogni italiano a sè potrà vestirlo. Nè il De–Cesari o il Rossi, nè l'occhiale Di tutti i mastri sgrammaticatori
(Fuorchè un ciucco, un geometra e un giornale) Vi troveran di dentro nè di fuori Un punto solo non cucito in guisa Che non piaccia a' frullonici dottori.
E però l'ho venduto ad un che in Pisa . Il pubblicasse a rivenderlo altrui; Nè il guadagno o la spesa era divisa: Spese e guadagni andavan tutti a lui
Per dodici anni; e a me contar dovea Zecchini d'oro censessantadui. Già scadeva la rata; io mi godea Quasi de' miei sudori, allor che a un tratto
La calva cieca dispettosa Dea Diede a Molini e Landi scaccomatto; E' son falliti; e la cambiale è ita: Io del dieci sul cento mi ricatto
Con gli altri creditori, se pur vita M'avanzerà ch'io possa un dì vedere Specchiati i conti della trista dita. La mia sciagura m'ha posto in pensiere
De' fatti vostri: so che l'Operetta Fatta da me ad uso del , Che parecchi han Iodata e nessun letta, Sta da cinqu'amii in Brescia sotto i torchi;
Ben voi fate a non far le cose in fretta.
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