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1778–1827

Autografo Nazionale

Ugo Foscolo

Zanetti caro, io spasimo se mai I tanti fallimenti di quest'anno Hanno recato a voi novelli guai; Neppur io fo il mercante e sto in affanno

Pe' miei quattrini; e. ci ho perduto tanto Che mi bastava a desinar nell'anno. A gran sudori ho comperato un manto Di certo Sterne parroco inghilese,

Bizzarro vezzo e n'ebbi gioja e vanto; Gli diei la foggia del nostro paese, Venni a esser, men roso da grammatici Pagando i muli, e stando su le spese,

In Camaldoli venni, in mezzo a' i pratici Sarti dell'idioma, e san cucirlo Meglio degli accademici e prammatici. A noi non tocca o mio Zanetti il dirlo,

Ma il sajo forestiero il feci tale Che ogni italiano omai sapea vestirlo; Tanto s'addatta a ognuno; nè l'occhiale Di tutti i mastri sgrammaticatori,

Eccetto il poligrafico animale, Avrian trovato di dentro o di fuori Un solo punto, non cucito in guisa Da piacere a cruschevoli dottori.

Così l'ho rivenduto ad un che a Pisa Il pubblicava, a rivenderlo altrui, Nè il guadagno e la spesa era divisa Spesa e guadagno tutto era per lui

Per dodici anni, e a me contar dovea Zecchini d'oro censessantadui. Già la rata scadeva, ed io godea Quasi di quel danaro allor <che a un> tratto

La calva, cieca, impertinente Dea Diede e Molini. e Landi scacco matto E son falliti; la mia merce è ita, E del dieci pel cento io mi ricatto

Con gli altri creditori! se pur vita M'avanzerà ch'io possa un dì vedere Specchiati i conti della trista dita. La mia sciagura mi ha messo in pensiere

De' casi vostri, e so che un operetta Fatta da me ad uso del Corriere Che molti hanno lodata e nessun letta Sta da cinque anni in Brescia sotto i torchi,

Ben voi fate a non far le cose in fretta. Badate che il Bettoni non rimorchi A se il guadagno, e a voi chieda la spesa; I libri mastri suoi fur sempre sporchi.

Stampò contro di me certa pretesa, Poi sen disdisse, ed ho il suo scritto in mano; Ma ben s'accorse che il fidava in chiesa Perchè nè a lui che è bindolo sovrano

Nè a verun de' suoi pari, io darò mai Guerra con atto che abbia del villano. Nè le loro calunnie mi dan guai; Altera vita, e fama netta vuolsi

Ad accusarmi. Son già infami assai Gli arrabbiatelli mastinucci bolsi Che m'abbajano dietro; or non gl'intendo, Da che del vostro*consorzio mi sciolsi.

E grazie a voi, Messer Zanetto, rendo Che da vecchio più volte m'insegnaste Come i ranocchi gracchiano morendo Dentro il padule; e che l'orecchie vaste

Asinine profonde dan ricetto Alle censure che non siano caste. Vi do la buona notte e vado a letto Parlatemi de' vostri fallimenti

Statevi lieto e sano sior Zanetto. Mine ottocento e tredici, il dì venti Di Giugno, all'ore dieci della sera Da Bello–sguardo, regno alto de' venti

V'ho schiccherata questa tiritera. Poscritto: Spero che un dì o l'altro muoja Un fiorentin che al certo v'è fratello Perchè par proprio figliuol della noja.

Va' lento come mulo e somarello Carco d'anni, di cancheri, e di grasso Tal ch'io sbadiglio subito al cancello Della posta, ov'io scendo e senza spasso

Due miglia d'erta; e tosto ch'ei mi vede, Mi fa un inghino e guarda d'alto in basso Tutti i scafali, e cerca ma non vede Mai dove stan le lettere, le ha in mano,

Ma guarda con gli occhiali, e non le vede. Poi me le reca così piano piano Conta i danari e parla lemme lemme Che s'io non fossi punto buon cristiano

L'annaquerei di dodici biastemme. Ma gli perdono perchè .... altre piglia E dio perdoni, a cancheri e alle flemme. Frattanto s'egli muor nessuno piglia

I suoi braghieri, e n'ha di molti e belli Perchè al mondo non ha fuorche una figlia. Se voi volete da buoni fratelli Lasciarvi eredi a chi morisse prima,

Pregate quel buffone dell'Anelli Che faccia la procura, e non in rima, Perchè i suoi versi somigliano a questi; A nascer presti, ed a morir più presti.

Logorerebbe senza pro il rimario E il cervello e la cetera e la lima. Serbi tutti i suoi versi all'impresario Che li brama eleganti come q

Nessun più .... i suoi: non v'è divario; Perchè questi ed i suoi, muoiono presti. Serbi le rime e i versi all'impresario I sali del suo lago e la sua lima

E il suo poco cervello e il suo rimario. Da questi a' versi suoi non v'è divario Perchè. a farli ei mi presta la sua lima E il cervel che gli resta, e il suo rimario.

Piacciono i suoi se piace il canto e il suono, E se non è fischiato l'impresario. Io per .... gli scrivo e li dono; Per .... ei li canta e li ricanta

Per le piazze e ai cafè senza perdono e non in rima; e non in rima Da questa vi saria poco divario,

Perchè or mi giovo anch'io della sua lima; Ha inoltre accaparrati l'impresario I sali del suo lago, e il canto e il suono, E il cervel che gli resta, e il suo rimario.

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