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1778–1827

Autografi della Nazionale di Firenze

Ugo Foscolo

Allora era da porre Studio in guadagno, e quegli anni di certo Foco ajutar, e di tranquilla mensa Or vano premio a lunghe noje — errai

Orfano, e tanta d'orfani mi vinse Orfano errai, pietà mi vinse Pietà ch'io nè di casti abbracciamenti Nè delle cure d'amorosa moglie

Io non compiacqui mai l'animo mio: Grand'onta povertà, grand'onta è udire Vecchio che ami tu pria gli agi o il sepolcro ? Ugo a ricchezze e. a morte corri;

L'andar con molta salmodia sotterra Allora era da porre Studio in guadagni, e questi anni di certo Foco ajutar, e di tranquilla mensa.

Or vano premio a lunghe noje. Errai Orfano e tanta d'orfani mi vinse Pietà che nè di certi abbracciamenti Nè delle cure d'amorosa moglie

Io non compiacqui mai l'animo mio; Ma nè a me col mio sangue educo affanni Nè al tiranno più nerbo, e nuovi schiavi. Grand'onta è certo povertà, grand'onta!

È udir che ami tu pria gli agi e il sepolcro ? Queste carni e quest'ossa o madre terra Ma senza salmodie ti ritorrai. Talor la mente assente, e il cor ripudia;

Scioperi intanto e non riposi, il mulo Nota il fosso ove cadde, e dove i .... Del caduto ronzin fanno banchetto Notalo e torce; e attende al suo viaggio.

Tu brami .il bene, il mal paventi, .... Freni; O! se con l'ingegno avesse Giove Donata la parola al tuo cavallo Quel che tu non ti dici, ei ti diria.

N'è la notte alle spalle, e non avremo Sonno queto. — Or perchè sei teco in lite ? Chi di te amico se non tu ? Chi tuo Fidato avviso; e chi de' proprii falli

Specchio al presente oprar, più di te dato ? Ma il tuo Creonte è del rumor volgare La temenza: a Confucio il polso tendi Ei questa medicina egli ti porge.

Chi attende le parole indugia l'opra. Se in tavola dipinta avesse appeso Si–fatta favoletta a se dinanzi Gregorio, che nel cor la morte e l'ugne

Di Belzebu cornuto paventava Uom dotto delle rette e delle curve Maestro, e sì laudato, e sì perfetto Che di Dante l'allor diè a Bavio e a Mena

Ridea di Cristo; e non temea di Dio Nè sperava; e così per sessant'anni Di alma viril parve agli amici e a' savj — Ma non a se. — Beveano del polmone

Il viril suco l'ava e la nutrice = Nè tutto darsi al suo Cielo sapea Sol refrigerio a chi teme il gran vermo Il villico mercante

Tornava dalla fiera alla polenta Nè dal cor torsi l'ava e la nutrice Lucrezio in volto, e in cor donna Giudea Ridea di Cristo e non temea di dio

Nè sperava: così per sessant'anni Spirto viril parve agli amici e a' savj Non a se:.Ma al suo ciel non sapea darsi Sol refrigerio a chi teme il gran vermo,

Nè sbarbicar dal cor la balia e l'ava. Si cacciò sotto, e alfin maladicendo. Spie gli amici, venduta la fantesca, Empj i fratelli, e il figliuol suo non suo

E tremando del boja, ed adorando Del capuccino confessor la barba Morì il servo di Dio da Toreneto Plaudendo agli Atei il dì, la notte al papa.

ode il mugnajo Il cigolar delle stanghe e la zampa Del suo ronzin, adatta il sacco e dorme Così troverà omai freno ....

ode il mugnajo La ruota, il cigolar, la stanga, l'unghia Del suo ronzin, l'opra s'attende; ei dorme. Stoico, ben parli; ma se Strofio arguto

Nerbo de' rostri e ubbia jer l'altro al papa, E l'altro cui il sagrista, e la gazzetta E i merghi di Romagna Eaco alle Muse Educaro, e Petecchio a cui diè l'ape

I favi, il pungiglione, ed il ronzio Se fama e premio han di poeta, e il volgo Ed il palagio al lor .... risponde Come il corno al Belloli, io starò inerme

S'ei contro al nostro Appollo o all'amico Incorrano notturni ? — Arme, poeta ? O se' tu stesso acciajo fine, e vano Peso fien l'armi, o al par di lor sei polpa

Ed avran commissione ...... Feriti noi non Strofio ed il Petecchio — Agamennone odiò Calcante; e crudo Altero ingegno a bassa alma è compagno

Odiano i regi il vero, e chi alle tarde Età li manda senza il FORTE E il PIO. Pur di fama li rode ulcera; e Giove Che li fe' capitani ai manigoldi

Discerner quanto v'ha da Gianni a Dante San da loro; se irato o pio non dico Diuturno freno Lieve immorsa a' nostri Arconti l'altra

Più grave schiera, — di se poco parla Nulla de' sommi a' quai l'orco non anco Con più dolce morso Ma diuturno i nostri Arconti imbriglia

L'altra schiera. — di sè poco; male D'ognun; de sommi a quai l'orco non anco Diè il privilegio della gloria, nulla. Parlan bensì dei dogmi aurei di Bembo

Aurei di Flacco; di Virgilio il divo Nome (o d'Omero, se il dottor sa d'alfa) Crede pupilli senza Brunck, Spevghaser Jablonski, Walkenaer irte parole:

Vedono libri assai; piangono il guasto Moderno delle Muse abbigliamento; Numero e' son d'Arcadie e Accademie E tra costor Valerio, alto intelletto

Profondo sì che mai occhio nol tenta Ognun lo estima. Ma Strofio e l'altro senno or grecizzando Dottamente, ora l'E muta rimando

Palpano Atride, ei l'ulcera si palpa E crede – e paga, il professor che teme Della catedra plaude, e il Sommo, e l'Imo Ubbidiente a' tripodi di Brera

Plaude. — Vittorio disdegnando vola . Nè fa motto al boar d'Aulo, e di Delci Tutti invidian Vittorio, ei nullo invidia Quindi non fere. — Ei son di due Genie

Dotti; Mena di cenci uscì Come cinta di folgori e di Su l'alpi altere Libertà E' son di due genie

Oggi in Milano Salomoni; ha intero Ma breve regno su quei cor castrati L'una. Mena di cenci uscì cantando Come cinta di folgori e di tuoni

Su l'alpi altere Libertà mostrosse, E fu per affogar dalla gran voga Lo stampator — oggi fallì col Vate — Al verde è Riccio e chi tentò le corna

Al Davanzati Poichè han di fedeltà specchio nel Tempo.— Se propizio ti sia sempre il dilemma Contro agli atomi ciechi, e i cirenei

Lasciami — perchè incominci all'orbo Prometti un soldo, e. perchè cessi mille — E' son di due Genie

Oggi iti Milano Salomoni — Intero Ma breve ha regno su quei cor castrati L'una: Mena di cenci uscì cantando Come cinta di folgori e di tuoni

su l'alpi altere Libertà mostrosse E fu per affogar dalla gran voga Lo stampatore: oggi fallì col vate. Al verde è Riccio; chi tentò se cozza

Il Davanzati accusa or gli sleali Laudator che il serrato chiavistello Ed il pavoneggiante occhio e i polmoni Non temon più. Con più dolce morso

Ma diuturno i nostri arconti imbriglia L'altra schiera. Di sè poco; male D'ogn'uom; De' sommi a' quai l'orco non anco Diè il privilegio della gloria, nulla;

Parlan bensì de' dogmi aurei di Bembo Aurei di Flacco; di Virgilio il divo Nome, o d'Omero se il dottor sa d'alfa, Credon pupilli senza Brunck Spewgaser

Jablonski Walkenaer irti tutori! Numero ei son d'arcadie e accademie; Vedono libri assai; piangono il guasto Moderno delle Muse abbigliamento

E fra costor Valerio alto intelletto Profondo sì che umano occhio nol tenta E ogn'uom lo estima; e il loda anche quel sofo Che dagli estensi ghetti uscì magnate —

Valerio tace ove ognun parla, o ghigna, Per che non sai; ove ognun tace ei tace Ma sparuta ha la faccia, e le vesti a Bardosso, e va come corpo senz'alma.

Ti dice Cristo, e il modo oggi t'insegna Riccio: chi vuol scienza apra a me dotto Chi ride chi l'ha in ira e chi il ricetta Se il can percuoti e' torria e ti vezzeggia;

Petecchio aguata Ma tanta è del bussar varia la via Quanta de' vermi varia è la famiglia Ed io ? La giubba ho monda a forza: Bussa

Ti disse Cristo; attendi a Riccio; e' bussa; Tu impara: Aprite a me nobile, e ricco, A me bello, a me dotto, e sapiente. Chi ride, chi l'ha in ira, e chi il ricetta.

Se alcun lo caccia, il can torna e vezzeggia. o di molto oro compiaci Il grave per ferini aliti inglese S'oltre il oceano e le ....

Ardue ...., ti manda araba stirpe Di scodato destrier, che al corso passi (?) Sospiro del P.... e de' leggera (?) Togli il saver se l'apparenze togli.

Così i gigli e il coral che dal sembiante Sempre–velato d'Artemisia bionda Tralucono soavi, in cocchio passa E gli occhi aguzza la rival contessa

Perplessa dell'invidia:. al di' seguente Contro que' fiori van gli aerei lini E i pizzi ad implorar la lavandaja — Pur quelle rose fur di naviganti

Industria e di botteghe, e mattutina Noja d'arcano specchio e dell'ancelle, E fur sospiro di cotanti proci. — Stoico, non vedi in questa ebbri e danzanti

Venere e Febo fra le schiere tue ? Ed io ? — Grama ho la giubba e monda a forza — Bussa ti dice il Nazzareno; or bussa Tu come Riccio; aprite a me nobile, dotto,

A me bello, a me ricco e sapiente. Fama di dotto fe propizio a Luigi Mecenate: — Cadean le penne, e il Ricco Pascea più lauto la cornacchia. Augusto

Ha più d'uopo di spie, che di sapienti. E tanto Appollo l'accecò ch'ei tiene Anteo mastro in pittura, in virtù Meo; L'uno di mille ruspi orna, ed a questo

Tanto poltron quanto Gherardio cozza Orrevole procaccia abito e sede; E tu li avrai: Gloria li fiuta e passa. La qual s'ammoglia

Maestro, e tu non vedi or come danza Fra nude putte o come in chia.... poltre R loro Genio ? a lui servi e cavalli Ed io ? — La giuba ho monda a forza — Bussa

Ti disse Cristo, ed or l'insegna Riccio Il come Aprite a me beato Che fo di sapienza ogn'uom beato Maestro, ei son fra i nappi e i mirti, e l'oro

Ed io ? Maestro, ei son fra nappi e i mirti, e l'oro Ed io ? La giuba ho monda a forza — Bussa T'insegnò il Nazzareno — Or Riccio

Tu bussa La qual s'ammoglia a chi libero e caldo E tenace nell'opra, al suo natale Genio, ed al ver

Ode il mugnajo La ruota, il cigolio, la stanga, l'unghia Ferrata, ei sferza la cavalla e dorme. Nel mondo viaggiò come cometa

Se in giardino ove sien donne amorose E vecchie pudibonde a caso salti Leggiadramente ed hai plauso d'uom destro — Sì che fida al tuo salto la stringa

Privi legge le brache; e pria che il fianco Lascino invereconde a lei che innanzi Ti sta, primiera volti il dosso e preghi Deh giovinetta allaccia le slacciate

Stringhe — e la ingenua le rallaccia e ride — E poi chiedi al dio zoppo un cannocchiale Temprato sì che spii netta la bile E le cervella. In core alle fanciulle

Tu leggeresti allor queste parole Con troppa fretta rallacciò le stringhe. Ma l'acuta matrona, ottavo Saggio, Ricorda tosto che nel dolce tempo

Dell'età che fuggi, quando non rotto Laccio, non amo di scendenti brache, Ma di pudico amore idoli, e segni Tutti vestiti virtuosamente

Lei di recente sposa e marchesana Fer letterata ed. abbatessa; ond'ella Queste al tuo cannocchial daria parole; Dotte stringhe ! Titilla il seduttore

Così la ninfa alla colomba mia E seduttor t'adorna e ti commette In chiesa e in palco al femi....j orecchio Delle altre marchesane a Dio fedeli

Poichè infedeli a lor fu il tempo e il mondo. Se dopo anni tremila han certa fossa L'ossa tue, e se prece umana giova A' simolacri di color che furo =

Abbiti pace, e il diavolo sia pio — A te che queste a' greci auree parole Vecchio cantavi; È all'uomo unica gioja Bella donna e pudica. In mar si anneghi

Con la vergogna sua l'uom indigente.— Piova Giove o non piova avvi chi duolsi — Donna bella e pudica è rara cosa O vecchio, ed uom che fortemente eluda

La sua sventura, e i rigidi mortali Non mi par frutto de' miei vili tempi — Ma s'io mal opro ha chi mi loda, e morde E s'io ben opro ha chi mi loda, e morde.

Però siccome ad evangelo io giuro Alle parole della tua sentenza. Tornava come suole al suo villaggio Dopo la fiera il rustico mercante

E la turba ridea che il padre, e figlio Seguisser tardi l'asinello vuoto — Cavalca il padre — Ahi snaturato grida La turba per pietà del fanciulletto —

Smonta il villano, e il basto al figlio cede. Quel figlio temerai che or quasi servo Tu segui a piedi malaccorto padre. — Grida la turba = ed il villan s'inforca

Anch'egli in groppa, e urlar ode la turba Commiserando l'asinello oppresso. Donna bella e pudica è terno al lotto O vecchio, ed io rinnego or la fortuna

Beati Aurelio e tu beato Aresi E voi di Carlo Magno altri incrementi Che per oneste le mogliere avete; Sebben di vario pel portino anelli

E dal capo alle piante infranciosate. Tornava come suole al suo villaggio . Dopo la fiera il villico mercante E la turba ridea che il padre e il figlio

Seguisser tardi l'asinello voto: Cavalca il padre — ahi snaturato grida La turba; ond'egli il basto al figlio cede Or vedi Padre che al figliuolo è servo

Grida la turba, onde il villan s'inforca Anch'egli in groppa e urlar ode la turba Commiserando l'asinello oppresso Và del sapiente imperador compagno

Ed io di Giove. Uom che altamente eluda La sua fortuna, e il soghignar pietoso Non mi par frutto de' miei molli tempi. Negra è l'acqua versata in bicchier negro —

Lascia la cella, e meco odi Zenone. Poeti siam, o bene o mal poeti — So — dentro noi cotal demone ha stanza Che s'ei non esce a mercar laude, addenta

L'anima; a se virtù sola non basta. — Concedo — Il demon esce, e dove trova Medici, vati, e l'altra di Minerva Ciurma e di Febo, addenta or come Lambro

Recitando l'amico ed il pietoso O come un certo E se di gloria amor non nieghi Che non permetti o della stoa maestro

Il timor dell'infamia ? — Pur quelle rose fur di naviganti Industria e di botteghe, e matuttina Cura del conscio specchio e dell'ancelle,

E fur sospiro di cotanti proci — Come i gigli e il coral che dal sembiante Sempre–velato d'Artemisia bionda Tralucono soavi: in cocchio passa

E gli occhi aguzza la rival contessa Perplessa dell'invidia — al dì seguente Contro quei fiori van gli aerei lini E i pizzi ad implorar la lavandaja.

Pur quelle rose fur di naviganti Industria e di botteghe, e mattutino Studio Delle conscie fantesche impazienti

Delle maligne ancelle impazienti E fur sospiro di cotanti proci Caldo petto, acre ingegno, alma .... A allor tutte consenti al tuo concetto

L'ale —. Falsus honor juvat, et mendax infamia terret Quem nisi mendosum et mendacem? Ch'altri m'accusi, Ugo Brunetti, è giusto;

Giusto e conforme alla natura antica Della stirpe d'Adamo. Erano quattro I primi della terra abitatori; Mancava il ferro:l'avarizia e l'ira

E l'invidia versuta erano allora Come son oggi artefici e maestre Di tradimento e di fraterne stragi. Il pianto d'Eva si mesceva al sangue

Del trafitto figliuolo; e il fratricida Andò poi raccogliendo a certe sedi Gli uomini erranti, e fondò leggi e riti. Storie son forse o allegorie ?

O Sapienti che aguzzaste gli occhi Nell'umano animale e che l'ornaste Di tanti vizj e di virtù cotante Per definirlo ?

Ch'altri m'accusi, Ugo Brunetti, è giusto; Giusto e conforme alla natura antica Della stirpe d'Adamo. Erano quattro I primi della terra abitatori

E il pianto d'Eva si mesceva al sangue Del trafitto figliuolo. Il fratricida Andò poi raccogliendo a certe sedi Gli uomini erranti, e fondò leggi e riti.

Storie son forse o allegorie ? Consunta Molta lucerna ho sui volumi ond'hanno Tanti dotti mortali illuminate Le carte ebree: — ov'era dubbio, è bujo.

Mancano l'armi ? arme più cauta e certa È la parola: Vede il giudice e il boja — Mancano l'armi ? arme più cauta e certa

Non è forse la lingua ? Il masnadiere Chiede l'oro o la vita; e la sua vita Commette intanto al tuo valore, e al boja. Ma chi t'impiaga con parole; ha seco

Il maligno che ride, ed il ciarliere Che lo ripete, e il popolo che crede. — Se tu affronti il nemico, egli ti fugge, O ricusa, o si scusa: abbietta razza

E invereconda. Nel viaggio della vita queste sono le Tre scorte Voi nel viaggio della vita sole

Fidate scorte nel mortal viaggio Son queste doti: Conosci l'uom, o che le glebe irrighi Del suo suddore

Tanto conoscer l'uom quanto ti basti Nè a disprezzarlo se le glebe irriga De' suoi sudor; nè ad ammirarlo in trono: Educar l'alma a non curar l'incerto

Rumor del mondo; e compatir l'umana Natui'a al creder e al mentir propensa. Chi fere più ? Chi le ferite teme. E tal del brando di virtù fa stragi

Che non porria schermirsi. E tu che detti, O Poeta che fai ? Satire scrivo Satire; e forse mi do piè colla scure .... confesso reo, satire scrivo.

Ma s'io non scrivo il ver perchè non ridi O se me mordi a che mi lodi: o piace il mio vero gli esempi; Vedi se le lodi de' cattivi ch'io davo

Servono d'esempio alla tua cità (?) .... a .... nè ad amare .... I tuo (?) cari; e la poesia; a non vendere le muse a servire la poesia e le muse tranquilamente, (?) a

ridersi appunto di tutti e di me anche per non distorti (?) dala (?) via che ti sei fatta, e per aiuto (?) al tuo viaggio, l'unica virtù (?) e la coscienza (?) e seguo

anche io le mie passioni ? Le mie opinioni; vedi poi che le applico; non le cose ( ?), ma ciò che se ne fa sono gli esempi (?) — fu gia in Atene, e Senofonte. —

Vedi .prima s'io i difetti, o le colpe, e questi colpel con quelle dell'uomo (?) .... e che io perdono (?) alla ...., all' ...., e a' ceppi.

Ma quelle de' .... e degli impostori, e a che

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