Ch'altri m'accusi, Ugo Brunetti, è giusto; Giusto, e conforme alla natura antica Della stirpe d'Adamo. Erano quattro I primi della terra abitatori
E il primo capo che coprì la terra Fu un innocente trucidato: il primo Mortal che ramingando accolse a certe Sedi gli uomini erranti era Caino
Fratricida Storie son queste o allegorie ? Consunta Molta lucerna ho nei volumi ond'hanno Tanti dotti mortali illuminate
Le carte ebree Mancano l'armi ? Arme più cauta e certa Non è forse la lingua ? Il masnadiere Chiede l'oro o la vita, e la sua vita
Commette intanto al tuo valore e al boja Ma chi t'impiaga con parole, ha seco Il maligno che ride, ed il ciarliere Che lo ripete, e il popolo che crede.
Se tu affronti il nemico, egli ti fugge, O ricusa o si scusa. Abbietta razza E invereconda O sapienti che aguzzaste gli occhi
Nell'umano animale e che l'ornaste Di tanti vizi e di virtù costante Per definirlo Se dopo anni tremila han certo letto
L'ossa tue, e se prece umana giunge A' simulacri di color che furo Abbi pace.... O tu che queste a' Greci auree parole
Vecchio cantavi: All'uomo unica gioja Bella donna e pudica Donna bella e pudica è cara cosa O vecchio: ed uom che fortemente eluda
La sua sventura e i vizj de' mortali Non mi par frutto de' miei vili tempi Ma s'io ben opro ho chi mi loda e morde Piova Giove o non piova avrà chi duolsi
Però siccome ad Evangelio io giuro Nelle parole deRa tua sentenza Tornava come suole al suo villaggio Dopo la fiera il villico mercante
E la turba ridea che il padre e 'l figlio Seguisser tardi l'asinello vuoto. Cavalcava il .padre. Ahi sventurato! grida La turba per pietà del fanciulletto.
Scende il villano, e il basto al fìglio cede. Or vedi padre che al figliuolo è servo! Grida la turba: Ed il villan s'inforca Anch'egli in groppa, e vanno. Onde la turba
Commiserando l'asinello oppresso Beato Aurelio, e tu beato Aversi, E voi di Carlo Magno alti incrementi, Che per oneste le mogliere avete
Sebben di vario pel portin capelli E dal capo alle piante infranciosate Deh! giovinetta, allaccia le slacciate Stringhe. E la ingenua le rallaccia e ride.
E poi chiede al Dio zoppo un cannocchiale Temprato sì, che spii tutta la bile, E le cervella. In capo alla fanciulla Tu leggeresti allor queste parole:
Con troppa fretta ranacciò le stringhe. Ma l'acuta matrona, ottavo saggio, Ricorda tosto che nel dolce tempo Dell'età che fuggì, quando non rotto
Laccio, non amo di pendenti brache Ma di pudico amore idoli.... Tutti vestiti virtüosamente Lei di recente sposa e marchesana
Fer letterata E seduttor t'additi, e ti commetta In chiesa e in palco al femminile orecchio Dell'altre marchesane a Dio fedeli,
Poi che infedele a lor fu il tempo e 'l mondo Allora era da porre Studio in guadagno, e questi anni di certo Foco ajutar, e di tranquilla mensa.
Orfano errai; di me pietà mi vinse; Pietà, che nè di certi abbracciamenti, Nèr delle cure d'amorosa moglie Io non compiacqui mai l'animo mio:
Chè nè a me col mio sangue educo affanni, Nè al tiranno più nerbo e nuovi schiavi. Il Merlo Nota il passo ove cadde e dove i cani
Del caduto..... fanno banchetto; Notalo, e torce, e attende al suo viaggio. Tu brami il bene, il mal paventi, e sprezzi Freni. O se con l'ingegno avesse Giove
Donato la parola al tuo cavallo, Quel che tu non ti dici, ei ti diria: N'è la notte aRe spalle, e non avremo Sonno queto. Or perchè sei teco in lite?
Chi di te amico, se non tu ? chi tuo Fidato avviso, e chi de' proprii fani, Specchio al presente oprar, più di sè dotèo? Ma il tuo Creonte è del rumor volgare
La temenza Chi attende le parole, indugia l'opre. Talor la mente assente e il cor ripudia: Scioperi. intanto, e non riposi.
O se tu stesso acciajo fino, e vano Peso fien l'arme; o al par di lor sei polpa Ed avran commessure Negra è l'acqua versata in bicchier negro.
Lascia la celia, e meco odi, o .Zenone. Poeti siamo: o bene o mal poeti. So: dentro a noi cotal demone ha stanza Che, se non esce a cercar laude, addenta
L'anima. A sè virtù sola non basta; Concedo. Il demon esce, e dove trova Medici, vati, e l'altra di Minerva Turba e di Febo, addenta
Togli il saver se l'apparenze .togli. Così i gigli e 'I coral che dal sembiante Sempre velato d'Artemisia bionda Tralucono soavi (in cocchio passa
E gli occhi aguzza la rival contessa) Pur quelle rose fur di naviganti Industria, e di botteghe, e mattutina Cura del conscio specchio e dell'ancelle.
E tra costor Valerio, alto intelletto, Uom dotto delle rette e delle curve, Maestro sì laudato e sì perfetto Che di Dante l'allor diè a Bavio e a Mena.
Alto intelletto, Profondo sì che umano occhio nol tasta;. E ogni uom l'estima, e il loda anche quel sofo Che degli estensi ghetti uscì magnate.
Valerio tace ove ognun parla, e ghigna Perchè, non sai. Ove ognun tace ei tace, Ma sparuta ha la faccia, e e va come corpo senz'alma
Discerner quanto v'ha da Gianni a Dante; e Petecchio a cui diè l'ape I favi, il pungiglione ed il ronzio, Già fama e premio han di poeta, e il volgo
Ed il palagio al lor cantar risponde Ma Cencio e l'altro senno, or grecizzando Dottamente, tra l'e muta rimando, Palpano Atride
E crede e paga. Il professor che teme, Dalla cattedra plaude, e il sommo e l'imo, Ubbidiente al tripode di Brera Plaude: Vittorio disdegnando vola,
Nè fa molto al boar d'Aulo e di D'Elci. Tutti invidian Vittorio: ei nullo invidia; Quindi non fere. Ei son di due genie Dotti: l'un da' cerchi uscì cantando
Come, cinta di folgori e di tuoni, Sull'Alpi altera libertà mostrosse; E fu per affogar della gran foga Lo stampatore,
Lo stampator oggi fallì col vate: Al verde è Riccio; e chi tentò le corna Al Davanzati accusa or gli sleali Laudator che il serrato chiavistello
Ed il pavoneggiante occhio, e i polmoni Non temon più Di se poco parla, D'ognun de' sommi a' quai l'Orco non anco
Diè il privilegio della gloria, nulla Parla bensì de' dommi aurei di Bembo, Aurei di Flacco; di Virgilio il divo Nome e d'Omero, se il dottor sa d'Alfa
Credon pupilli senza Brunck, Schweighaeuser Jablonski, Wahkenaer, irte parole Numero ei son d'Arcadia e Accademie, Vedono libri assai, piangono il guasto
Moderno delle Muse abbigliamento. Perchè incominci, all'orbo Prometti un soldo, e perchè lasci, mine. Ed io ? La giubba ho monda a forza. Busca,
Ti disse Cristo. Impara o Poiccio, e busca. Tu impara aprite a me nobile e ricco, A me bello, a me dotto, e sapïente. — Chi ride, chi l'ha in ira, e chi 'I ricetta.
Se il can percuoti, e' trema e ti vezzeggia. Altero ingegno a bassa alma è compagno. Odiano i regi il vero, e chi alle tarde Età lo manda senza il Forte e il Pio.
Pur di fama li rode ulcera; e Giove Che li fe' Capitani ai manigoldi Augusto Ha più d'uopo di spie che di sapienti
E tanto Apollo l'accecò, ch'ei tiene Anzio mastro in pittura, in virtù Iro. Gloria li fiuta e pesca.
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