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1778–1827

ALLA AMICA RISANATA

Ugo Foscolo

Qual dagli antri marini L'astro più caro a Venere Co' rugiadosi crini Fra le fuggenti tenebre

Appare, e il suo viaggio Orna col lume dell'eterno raggio, Sorgon così tue dive membra dall'egro talamo,

E in te beltà rivive, L'aurea beltate ond'ebbero Ristoro unico a' mali Le nate a vaneggiar menti mortali.

Fiorir sul caro viso Veggo la rosa, tornano I grandi occhi al sorriso Insidiando; e vegliano

Per te in novelli pianti Trepide madri, e sospettose amanti. Le Ore che dianzi meste Ministre eran de' farmachi,

Oggi l'indica veste, E i monili cui gemmano Effigiati Dei Inclito studio di scalpelli achei,

E i candidi coturni E gli amuleti recano Onde a' cori notturni Te, Dea, mirando obbliano

I garzoni le danze, Te principio d'affanni e di speranze. O quando l'arpa adorni E co' novelli numeri

E co' molli contorni Delle forme che facile Bisso seconda, e intanto Fra il basso sospirar vola il tuo canto

Più periglioso; o quando Balli disegni, e l'agile Corpo all'aure fidando Ignoti vezzi sfuggono

Dai manti, e dal negletto Velo scomposto sul sommosso petto. All'agitarti, lente Cascan le trecce, nitide

Per ambrosia recente, mal fide all'aureo pettine E alla rosea ghirlanda Che or con l'alma salute april ti manda.

Così ancelle d'Amore A te d'intorno volano Invidiate l'Ore, Meste le Grazie mirino

Chi la beltà fugace Ti membra, e il giorno dell'eterna pace. Mortale guidatrice D'oceanine vergini

La Parrasia pendice Tenea la casta Artemide E fea terror di cervi Lungi fischiar d'arco cidonio i nervi.

Lei predicò la fama Olimpia prole; pavido Diva il mondo la chiama, E le sacrò l'Elisio

Soglio, ed il certo telo, E i monti, e il carro della luna in cielo. Are così a Bellona, Un tempo invitta amazzone,

Die' il vocale Elicona; Ella il cimiero e l'egida Or contro l'Anglia avara E le cavalle ed il furor prepara.

E quella a cui di sacro Mirto te veggo cingere Devota il simolacro, Che presiede maromoreo

Agli arcani tuoi lari Ove a me sol sacerdotessa appari Regina fu, Citera E Cipro ove perpetua

Odora primavera Regnò beata, e l'isole Che col selvoso dorso Rompono agli euri e al grande Ionio il corso.

Ebbi in quel mar la culla, Ivi erra ignudo spirito Di Faon la fanciulla, E se il notturno zeffiro

Blando sui flutti spira Suonano i liti un lamentar di lira: Ond'io, pien del nativo Aer sacro, su l'Itala

Grave cetra derivo Per te le corde eolie, E avrai divina i voti Fra gl'inni miei delle insubri nepoti.

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