Skip to content
1778–1827

1.

Ugo Foscolo

Perché, o mie luci, l'angoscioso pianto Voi non cessate? et al suo cupo affanno Non vi piace lasciar l'anima mesta? Troppo voi siete a quella doglia inganno

Che m'è cara soffrir finché sia infranto Lo stame a cui s'attien mia vita infesta, Ben innanzi accadrà che si rivesta Di verde e fiori il prato a mezzo verno

Pria che m'incresca di mie vive doglie, E se il destin mi toglie Chi era de giorni miei pace, e governo, Almeno alle sue spoglie

Che ornai sotterra son cenere frale Si dica sospirando un caldo vale. L'Amico il Padre è morto: or qual mai speme Fia che più resti alle mie brame afflitte

Sennon che la pietà m'apra la fossa? Proffondamente nel mio sen stan scritte Le sante dolci sue parole estreme Onde sovente quest'anima è scossa.

Mi traggon elle a visitar quest'ossa Sparger miei voti, e forse al sordo vento; Ah ! che mai dissi? dall'Eterea sede Ove beato ei siede

Non ode il suon del mio triste lamento? E del dolor non vede L'alta ferita? ah s'egli è ver cessate Lugubri voci, ne più duol gli date.

Troppo ei mi amava in terra, e troppo forse Se doglia provan de' beati i spirti Ei s'addolora alla mia intensa pena. Dunque spargiam sulla sua tomba mirti

E se fosca per lui mia vita scorse Per lui ritorni ancor queta e serena. Ben troncherassi un dì questa catena Grave al mio spirto e goderò di lui

Ove luce di Dio su ognun si spande. Ivi fia che domande De' frati miei, de' dolci figli sui, O lieto istante, o grande

Istante, a che ver me ratto non voli Onde in braccio al mio Padre io mi consoli? Perché m'adduci mai, folle desio, A vaneggiar con tai speranze audaci

Credi che al mio buon Padre io m'assomigli? Ivi egli posa in grembo a liete paci Perché con sua saviezza il nembo rio Seppe fuggir e del mondo i perigli.

Fuggir forse sapranli i lassi figli Che nel mondo imboscati a mezza notte Soli e confusi ad erme piagge ed erte Volgon lor piante incerte

Ahi troppo giovanili, e troppo indotte? Ma se fia che si morte Un giusto grazie, ah! dal Signor dell'Etra Consiglio e Grazie a tuoi pupilli impetra.

Luce chieggiam e chi l'accenda, o Padre, Forse non v'è, forse non v'è chi porga Acqua di chiaro fonte a nostra sete. Se per te dunque un rio puro non sgorga

Se non diradi a noi quest'ombre sì adre Chi fia che ci rischiari, e ci dissete? Egra già fora in grembo a tua quiete Ella che a noi fu Madre, a te fu Sposa;

Sennon che, lassa! ancor viver si vuole Per sua tenera prole, Ma del suo lacrimar unqua riposa Anzi meco si duole

Dicendo o figlio, a te chiedo conforto Poiché il mio Sposo il mio buon Sposo è morto. E qual da me conforto? e quale io posso, Padre, se il terzo lustro appena io varco,

Prestar sollievo a sua doglia cotanta? Ahi che mal so di quel soave incarco Gravar per anco il mio debile dosso Che il tuo gravò per quasi anni quaranta.

Sol suonan pianto e muto orrore ammanta Que' dolci lochi ov'io ti vidi un giorno Porger a' tuoi figliuoli e baci e pane, E in fogge care e strane

Saltellar essi a tue ginocchia intorno. Ed or, ahi! che rimane Altro che aver in grembo gli orfanelli E alle lor grida lacrimar con elli?

O cupa notte! o tenebroso istante! O tetra bara o feretro funebre Ove il padre vidd'io la volta estrema! Dal duolo avvolti e da vostre tenebre

Venite agli infelici ora d'innante Onde ognun sopra voi sospiri e gema. Qui mia suora innocente e guarda e trema L'istupidita genitrice nostra

Ohe fitti ha gli occhi al suoi ne fiato manda; Qui il fanciul che addomanda «Che fu? che avvenne?» — e mesto indi si prostra E al padre raccomanda

Quinci il ritorno; e un altro che col dito Tergesi i lumi, e fa al suo pianto invito. E a squallor tanto in mezzo io con la fronte Dalle man sostennuta, i miei sospiri

Traggo più ardenti, e li rattengo invano. Par che d'intorno a me l'ombra s'aggiri E delle smorte luci il caldo fonte Egli m'asciughi in atto dolce umano:

Rammento allora qual diemmi la mano Qual me la strinse e qual mi benedisse Coi sguardi ove manca vangli gli accenti! Qual «miei figli innocenti»

Disse, «ti raccomando», e più non disse, Qual di Angeli fulgenti Sull'ale io vidi sgombra del suo velo L'alma rapita a innamorare il Cielo.

Canzon tu oscura, dolorosa, e sola Ove altri orfani stanno in pianto e in duolo Drizza gemendo il volo Et una amante vedova consola;

E siegui un figlio che alla mesta notte E alla tacita luna Fra lagrime dirotte Narra le tempre di sua rea fortuna:

Ivi per l'aria bruna T'innoltra, e digli in suon d'aura notturna; Solo non piangi del tuo Padre all'urna.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
1. · Ugo Foscolo · Poetry Cove