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1510–1556

Untitled

Tullia d'Aragona

L'erboso prato e i verdeggianti allori, l'aura soave e 'l bel rivo corrente, m'invitan teco a far lieto soggiorno e ragionar del mio soave foco.

Muse, Muse, mentr'io di lei favello, avvolgetemi alcun di questi rami intorno al crine, e non mi siate avare del favor vostro: i' canto il vostro onore.

E tu, iro mio, mentr'io ricorro quel che mi detta Amor, le mie parole va ricogliendo, e 'n quel sorgente tronco le ripon di tua man; col tronco insieme

surgeranno il suo nome e i nostri amori. Dunque avrò da lodar la mia fortuna, che qui a quest'ora ha volto il mio camino; che, se brami Dameta ch'el suo nome

per le piante si legga, non ti dee noiar che Tirse, tuo fedele amico, l'oda sonar ancor per la tua lingua. Tu se' qui Tirse? Anzi a me è caro assai

che tu ci sia, che con la tua zampogna porger potrai soccorso a le mie note Ciò ch'a te piace. Ma saper disìo qual sia quella beata a cui tu intendi

d'acquistar lode con tue eterne rime. Anzi sarian beate le mie rime se pareggiasser le sue eterne lode. Di Tirrenia cantar è 'l mio pensiero.

Di Tirrenia? Ho più volte in queste selve il bel nome seno; ma di lei non ho particolare altra contezza. Gran danno a lei, ch'un sì gentile spirto

non le sia in tempo alcun stato soggetto: a te, che del suo chiaro e vivo lume ancor non t' hai sena l'alma accesa. Nova querela, udir ch'altri si doglia

ch'altri non arda del medesmo foco. Da diverse cagion diversi effetti nascon, mio Tirse, e altramente s'ama cosa pura mortale, altri disiri

son quei che movon da cose divine. Come, perché dal sole il lume prenda una copia infinita d'animanti non perciò il suo splendore alcuno è scemo;

così qual uom si sente l'alma piena de' diletti de l'alma, non si sente scemar il ben perch'altri ancor ne goda. Anzi gode quel cor, ch'oggetto eterno

ha in sé scolpito, che per molti cori cresca la gloria del superno raggio. E di quel ch'io ti dico, chiara luce di Tirrenia ne porge il divo lume.

Bramo di quel che di' saperne il come. Tirse, non ha veduto il secol nostro pastor ch'io creda alcun, che d'alcun pregio abbia colto ghirlanda in Elicona,

che s'ha lei vista, e se gli accenti suoi ha ne l'alma raccolti, tale ardore non abbia conceputo, che 'l suo ingegno n'ha poi fuor dimostrati ardenti lampi.

Né tra color giammai si vide o udìo che ne nascesse invidia o gelosia; anzi di lodar lei fa ognuno a gara, e ne l'udir di lei ciascun si gode

de le sue laudi, e l'un l'altro n'invita a dir del bel suggetto. E 'n lei n'avviene quel ch'avvien de le cose rare e nove e ch'avverrìa se sopra l'orizzonte

cominciasse a scoprirsi un nuovo sole a gli occhi nostri: che com'altri scorto prima l'avesse, così immantenente si volgerebbe a dimostrarlo altrui.

E ciò n'avvien peroché al suo focile non s'accende altro che gentil disire. Nuovo ben, nuove grazie e santi amori. Ma bram'io da te, se non t'annoia,

Dameta mio, che tu mi scopri ancora que' pastor onorati che pur dianzi hai detto c'han per lei cantato e arso. E questo, Tirse, ancor farò di grado,

né penso ch'altri altra più chiara fede possa altrui far del suo valor soprano che con sì gloriosi testimoni. Dirò di loro, e dirò con tal legge,

che senza servar legge, di quel prima ch'a la mia mente pria farà ritorno, m'udirai favellar. Né creder dei ch'io sia per ricordargli tutti a pieno;

che lungo fora, e poi non m'assicuro di tutti aver memoria o conoscenza. Com'a te aggrada: io ad ascoltare intendo. Fra i primi che cantaro in riva al Tebro

de la bella Tirrenia fu un pastore d'antico sangue e di gente Latina, e nel cui nome suona la sua gente e del cui canto ancor, e del cui suono,

suonan le trionfali e altere sponde. Arse colui per lei lunga stagione: e ancor dolcemente se sospira. E per lei sospirò quel chiaro spirto

che morendo lasciò dubbiosi i boschi tra le Muse di Lazio e di Toscana quali al suo dir sian state più benigne. Dico di quel che per li sette colli

abbandonò le piaggie di Panara. E un altro di patria a lui vicino per li paschi del Po ne 'l bel soggetto affaticò sovente le sue canne.

Tirinto dico, a costui 'l nostro Reno dié 'l patrio albergo; e poi, come 'l ciel volse, fu costretto a lasciare i dolci gioghi e pascer le sue gregge per le valli

che 'l fiume, che detto ho, parte e abbraccia. Che dirò del pastor che l'Arbia onora? Di quel dotto pastore i cui vestigi van seguitando e pastorelli e ninfe,

non altramente che lasciva greggia la lanuta sua guida? Ei le sue rime del bel nome ch'io canto ha fatte adorne. Tu di', s'io non m'inganno, di colui

ch'un tempo parlar feo le nostre Muse con quelle leggi e con quelle misure, che già servò 'l Permesso, il Mincio e 'l Tebro. Di' pur che dir di lui mia lingua intese.

E di lei cantò ancor un'altro Tosco, un giovin pastor, ch'in riva d'Arno mentre ch'a lui spargeano il novo fiore le molli guance, con sì dolci note

tenne le ninfe, i satiri e i silvani, de le donne cantando i pregi eterni, che ne parlano ancor per questi poggi le quercie e gli olmi; e se da morte acerba

non era tolto, a lui nel secol nostro si convenia l'onor de i primi allori. Né ci mancano ancor tra queste rive di quei che van segnando il chiaro nome

in piante e in sassi. E sopra gli altri s'ode risonar Batto: Batto, che per l'erta del sacro monte sale a' sì gran varchi, che fatica è notar le sue pedate.

Ei d'or in or a lei volgendo gli occhi prende virtute a gli alti e bei suggetti. Per lei fatto anco ha risonare i boschi colui, che sceso da gli alpestri gioghi

onde discendon l'acque a i lieti paschi, de' pastor d'Insubria, in su le sponde del Re de' fiumi fe' 'l suo nome chiaro cantando a l'ombra d'un gentil ginebro.

Fu cantata costei da l'aurea cetra d'un ben dotto pastore, a cui Parnaso concedette non sol tener le Ninfe al dolce suon de le palustri canne,

ma gli mostrò i secreti di natura, e render la salute a i membri infermi. Forse di lui vuoi dir, che già discese dal chiaro sangue di quel gran bifolco,

che fuggendo l'incendio e la ruina de la sua patria, penetrando i seni de l'aspra Illiria e di Liburni e d'Istri, non lunge d'Adria pose la sua mandra?

Di lui dir volli. E dir ti voglio ancora che 'l ricordar de gl'Istri a la mia mente tornato ha Mopso; Mopso, in cui contende il favor de le Muse e lo intelletto

del terminar le sanguinose liti de' più audaci pastor. Or quanto e dove ei sia per Tirrenia arso e quanto egli arda, e quanto abbia per lei cantato e canti,

fan chiara fede il Po, il Ticino e l'Arno che mille piante han di sue rime impresse. Ma dove lascio, lasso, il buono Iola, Iola che col dotto e nuovo suono

de ben temprati calami, a' pastori solea far corto e agevole sentiero di gir al fonte che fa i nomi eterni? Questi venuto da gli aperti campi

che bagna l'uno e l'altro Tagliamento, sé di gloria colmò, d'invidia altrui. Ei col vivace lume del suo ingegno solea in Tirrenia, come aquila in sole,

gli occhi affissare e da' suoi chiari raggi formar lo stile, e le parole, e 'l canto. Morte pose silenzio a le sue note. Invida morte, a lei rapisti ancora

e al mondo insieme un'altra chiara luce d'un gran pastor, che nato in queste piagge fu cultor del giardin de' pomi d'oro. Poi trapassando a le ricche pasture

e a gli orti di Celio e d'Aventino, si trovò non pur d'edere e di mirti, ma di purpurei fior cinte le tempie. Fior di gloria mortal com'è caduco!

Ne sospirano ancor i sette colli del caso acerbo; e Virbio nei sospiri suona d'intorno. Virbio almo pastore e poeta e materia de' poeti;

viverà in mille versi il pastor sacro e 'l pregio di Tirrenia ne' suoi versi. Non patisce la gloria di costui ch'altri d'altro pastor, d'altro poeta,

faccia memoria: e a te bastar ben puote d'aver seno come tali e tanti, e poeti, e pastori, i loro ingegni abbian stancati intorno al caro oggetto.

Come sollecita ape per li prati suol la novella state errando intorno di fior in fior gustare il dolce succo: o come innamorata pastorella

di varii fiori al suo diletto amante trecciar si vede una ghirlanda fresca, così visto ho Dameta la tua lingua andar cogliendo il fior de i chiari spirti,

onde composto è 'l mel di quelle lode, che rese ha 'l mondo a la tua cara amata, e coronata d'immortal corona. Ma non men gloriosa è la corona

ch'ella tesse a sé stessa: ch'oltra quelle rime che d'ella col favor suo ispira a chi del suo amor arde, che da lei non men provengon che da l'altre Muse

le rime e i versi de gli altri poeti. Ella suol d'or in or con le sue rime destare i boschi intorno; e ad ora ad ora, co' i più rari pastor cantando a prova

tiene intenti al suo dir Fauni e Napee. Già sono impressi in più ch'in una pianta gli alti suoi amori; e la virtù d'amore quanto sia grande e come sia infinita,

si legge da lei scritta in nuove scorze: e suggetti altri, che felicemente viveran col suo nome chiari e eterni. Ragion è adunque che sì altero spirto

cantato sia da gli spirti più chiari. Tirse, non vo' lasciare ancor di dirti che se di lei scorgessi il divo aspetto, e le dolci maniere e i bei sembianti:

s'udissi il suon de l'alte sue parole, e le sentenze de' profondi detti, , protesti dir, non quel che di Medusa si favoleggia che sua fiera vista

altrui mutava in insensibil pietra; ma c'ha virtute a l'insensibil pietre d'ispirar sentimento e intelletto. O s'udissi talor quando accompagna

la voce al suon de la soave cetra: o quando assisa tra Ninfe e Pastori move tra lor la lingua a dolci note: s'udissi, dico, come in nuovi accenti,

e come in suavissimi sospiri l'aria intorno addolcisca, e i vaghi augelli tra le frondi si stiano intenti e muti, e come i colli, e gli alberi, e le grotte

mandin cantando al ciel novelle voci, so che non chiederiano i tuoi disiri altre Muse, altro Apollo, altro Elicona. Grazie son queste così belle e care,

ch'in lei racconti, che fan dubbio altrui se sia da dir ch'essa sia rara, o sola. Ma perché spesso avvien ai nostri cori che da l'un bel disio l'altro risorge,

poi che m'hai di Tirrenia il gran valore fatto sì aperto, ancor saper disio qual sia di lei la stirpe e 'l patrio suolo; salvo se del parlar già non se' stanco.

Di ragionar di lei sazio né stanco esser non poss'io mai; poi vizio fora non sodisfare a sì giusti disiri. Or porgi orecchie al chiaro nascimento.

In quelle parti ove si corca il sole, si stende un'onorato ampio paese, lo qual da l'oceano e dal mar nostro è cinto d'ogni intorno, se non quanto

lunga costa di gioghi s'attraversa: e questi son chiamati i Pirenei. Da questi monti un gran fiume discende, il qual porta tributo al sale interno,

e Ibero è 'l suo nome: or quanto serra il giogo, e l'acque dolci, e l'acque salse, vien nomato Aragon. In quel paese già sorse un'onorata e chiara stirpe

ch'in tutti que' confin co 'l suo vincastro diede legge a' pastori ed a' bifolchi; e questa dal paese il nome tolse. Poi co 'l girar del ciel volgendo gli anni

passò l'alto legnaggio a i nostri liti, a gl'italici liti; e s'alcun nome ci fu mai chiaro o altero, sopra gli altri questo gran tempo risonar s'udìo.

Che donde di là in Adria il fiume Aterno, e di quà passa il Liri al gran Tirreno, quanto circonda 'l mar fin là ove frange l'orribil Scilla i legni a i duri scogli,

e quanto ara Peloro e Lilibeo solea già tutto a la famosa verga del generoso sangue esser soggetto. Or fra molti altri uscìo del chiaro sangue

un gran pastor, che di purpuree bende ornato il crine e la sacrata fronte, com'amor volle, un giorno per le rive del vago Tebro errando, a gli occhi suoi

corse l'aspetto grazioso e novo de la bella Iole. Questa tra le sponde nata del Re de' fiumi, ove si parte l'acqua del suo gran fiume in molti fiumi,

avea cangiato 'l Po coi sette poggi; e di questa 'l pastor, di ch'io ragiono, caldo di dolce amore fe' 'l grande acquisto di lei, ch'or m'arde il cor d'eterno amore.

Già son si convenìa men chiaro seme per dare al mondo pianta sì gentile. E non si convenìa men chiaro loco al gran concetto e al glorioso parto

che l'onorate piaggie trionfali de l'almo Tebro, il quale andar si vede non men superbo che tra le sue arene sia germogliata pianta sì felice,

che di solenne alcun altro trionfo. Dunque felice il luogo, e 'l seme, e 'l ventre onde frutto sì eletto al mondo nacque: e più felice a cui dal cielo è dato

gli occhi affissar nel lume de' begl'occhi, ai dolci accenti aver l'orecchie intente, e aver de gli occhi e de gli orecchi aperte le porte a l'alma e aver l'alma rivolta

a la beltà del doppio eterno oggetto da salir sopra 'l cielo. E sopra ogn'altro felicissima lei, ch' 'l gran legnaggio e l'alto onor del bel nido natìo

vinto ha col pregio del valore interno. Ma mentre abbiam la lingua e 'l cor rivolti al tuo bel Sole, è gia 'l celeste sole presso che giunto a l'ultimo orizzonte:

perché buon sia che diam luogo a la sera. Vanne felice. Io pria che 'l vago piede rivolga altrove, questa bella pianta sacrare intendo a lei, cui 'l petto ho sacro,

con la memoria de l'amato nome.

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