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1510–1556

LIII.

Tullia d'Aragona

Signor nel cui divino alto valore tanto si gloria l'una Gallia altera, e l'altra tutta mesta e afflitta spera por fin a l'aspro suo grave dolore,

poscia che voi tornando, il suo splendore torna e fa bella Roma: ecco la sparsa chioma, ella v'accoglie lieta, e manda fore,

voci gioconde a asciuga gli occhi molli, e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli. La pace, la letizia, a la sublime schiera de le virtù sacre, ch'a noi

spariro al partir vostro, ora con voi riedono, e fan contesa al tornar prime le Muse a celebrarvi in versi e in rime; destano i chiari spirti,

ond'or s'ergano i mirti, e i lauri spargon l'onorate cime, e prima de l'usato il mondo infiora, e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.

Fra tanto almo gioir, fra tanta festa, ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente, anch'io la speme, e la letizia spente poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta,

se mirate, Signor, quel che m'infesta noioso e aspro duolo che voi potete solo ridurmi in porto da crudel tempesta,

e volgendo ver me pietoso il ciglio trar mia vita di doglia e di periglio. Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi, che dee chiuder di Giano il tempio aperto,

benché nulla è 'l mio merto pregal, che sola non mi lasci in guerra poi che per lui si spera pace in terra.

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