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1568–1639

86

Tommaso Campanella

La terra nostra di far giuoco e festa nullo tempo si resta - al sommo Dio; da che l'unìo - l'amor, pésola in mezzo, gioisce al rezzo.

Gioisce al rezzo, e 'l circondante caldo schifando, viver saldo - e freddo gode; rendendo lode - all'Eterno, eternarsi vuol, non disfarsi.

Vuol non disfarsi; e 'l sol vorria disfarla non per odio; per farla - mole amica, seco l'intrica, - e con focose braccia cinge ed abbraccia.

Cinge ed abbraccia anch'ella lui nel seno: ché, schifandolo, pieno - pur se 'l vede di calor: fede, - che al destin più incorre chi più l'abborre.

Chi più l'abborre, poscia più l'aggrada; che sua fuga sia strada - a quel s'ammira. Ch'alla sua mira - e gloria gli rivolge chi il mondo volge.

Chi il mondo volge così fece madre la terra, e 'l sole padre - d'infinita prole, ch'addita - del Primero Ingegno l'arte e 'l disegno.

L'arte e 'l disegno su esaltate, o monti, della gran madre pronti - alle difese, ossa distese, - e fini a' regni nostri: stanza a' gran mostri.

Stanze a' gran mostri e piccioli prestate, acque, che circondate - il nostro suolo: voi date il volo - a' pesci ed alle navi, sì in terra gravi.

La terra aggravi, e pur non la sommergi, tu, ocean, che t'ergi - sì superbo. Per divin verbo - dal suo ventre uscisti, e 'l mondo unisti.

Tu 'l mondo unisti, ch'è il primo animale. Tra l'etra spiritale - e 'l terren grosso sangue ti posso - dir, che nutre, e viene, va tra le vene.

Va tra le vene e per li fonti spiccia, dove la terra arsiccia - ha più bevuto; indi il perduto - alle campagne rende; poi in alto ascende.

In alto ascende a far giuoco al Signore col terrestre vapore - insieme misto; or stella è visto, - ed or, come bombarde, rimbomba ed arde.

Rimbomba ed arde ed atterrisce gli empii. Non perdona agli tempii, - o vivi o morti. Tu, Dio, n'esorti - a be' celesti nidi con questi gridi.

Con questi gridi gli animai richiami, perché non restin grami - alle tempeste. Gioconde feste - agli angeli, a' demòni fatiche doni.

Fatiche doni con saper immenso sotterra al fuoco accenso, - che fracassa, cuoce e relassa, - e dentro fa i metalli, fuor monti e valli.

Co' monti e valli, e fiumi e mar, distingui i paesi: altri impingui, - altri fai macri, e dolci ed acri - agli abitanti vari più necessari;

più necessari e più capaci ancora di vite, che si fôra - ugual per tutto; e perché tutto - pur le cose stesse non producesse;

ma producesse biade la campagna, s'alzasse alla montagna - il fummo e l'onda: arte profonda - di doppi lambicchi per farci ricchi.

Per farci ricchi altrove oro ed argento nasce; altrove frumento, - augelli e fiere, rivi e peschiere, - macchie, salti e boschi, perch'io 'l conoschi.

Perch'io conoschi, l'alta Cagion Prima fa mancar al mio clima - molte cose. Commerzio puose, - amor e conoscenza tal Providenza.

Tal Providenza in due quadranti opposti fa che in su il mar s'accosti: - in uno bolle, l'altro s'estolle - per l'acque pendenti, là concorrenti.

Son concorrenti di diversi fianchi in cui avvien che manchi: - e in tutti lidi sei ore vidi - alzarsi e sei abbassarsi, per più avvivarsi.

Per più avvivarsi fa il medesmo l'aria, e pur qual mar si varia, - dove accolti son vapor molti, - che capir non ponno, e spazio vonno.

E spazio vonno, e spazio van cercando, purgando, ventilando, - trasferendo e convertendo - il fummo in util pioggia: stupenda foggia!

Stupenda foggia, ch'a più parti giove. Fiere ed augelli altrove - e pesci porta: le navi esorta - al corso, noi a consulta; altri sepulta.

Altri sepulta in sonno ed altri in sabbia; svelle arbori con rabbia - e gran citati. Son fecondati - i campi, ove dolce aura il verde innaura.

Fa verdi, innaura e purpuree le nubbi il sol, perch'io non dubbi - or, che più pèra la nostra sfera - in mare: in suo ben vale ciò che in su sale.

Quando in su sale, in grandini s'ingroppa grosso vapor, che scoppia - in caldo loco; ma non a poco a poco, - qual la neve, che il freddo beve.

Il freddo beve, e si congela in brina quel ch'aura mattutina - o sera agguaglia, come si quaglia - in pioggia il fummo, e cade dolce alle biade.

Per far le biade e' manca nell'Egitto, onde il Nil fu prescritto - che inondasse, che Assur fruttasse - e l'India in questa guisa, che Dio n'avvisa.

Dio pur n'avvisa, che l'Arabia ottenne solo rugiada, e fenne - incenso e manna, nettarea canna, - e ragia, di che degni fûr i miei regni.

Tutti anche i regni han piani, balze e selve, pasto e casa di belve. - Oh, maraviglia! quanta famiglia - per te, Signor, nasce, si cresce e pasce.

Si cresce e pasce di liquor terrestre il ferro, il sasso alpestre; - un grasso e molle l'erbe satolle, - immobili animali. Fa' a que' c'han l'ali,

a que' c'han l'ali, a chi serpe, a chi anda foglie, radici, ghianda, - grani e pomi; altri ne domi, - altri armi, altri fai inermi, né senza schermi.

Hanno per schermi i ricci e gli arboscelli spine contra gli augelli, - asini e bovi; altura trovi - in querce, abbeti e faggi per tali oltraggi.

Per tali oltraggi han le quaquiglie e i pini guscio; e vesti d'uncini - contra i colpi, che ghiro non le spolpi, - han le castagne; ma pur le fragne.

Però le fragne, ché Dio ha destinato ch'ogni ente non sol nato - sia d'ogn'altro, ma l'uno all'altro - sia cibo ed avello, or questo, or quello.

Ma questo e quello, resistendo, addita godersi in ogni vita, - che Dio dona: e, perch'è buona - ogn'altra viva norma, pur si trasforma.

Chi la trasforma con tanta sua laude, che sieno molti gaude - gl'innocenti: pochi possenti - orsi e leon vedrai, pecore assai.

Pecore assai, che dal caldo e dal gelo solo difende il pelo. - Frutti e fiori, tu, fronda, onori: - a' timidi è soccorso la tana e 'l corso.

Le tane e 'l corso ha il cervo, il lepre, il capro: corna il bue: sanne l'apro: - onghie il cavallo: vivezza il gallo, - ch'al fiero leone spavento pone.

Spavento pone all'elefante il drago. Oh, spettacolo vago - di lor gesti! Falcon, tu avesti - rostro, e duro artiglio l'aquila e 'l niglio.

L'aquila e 'l niglio han pur la vista acuta, come il can lunge fiuta - la sua preda; perché provveda - ode lontano il lupo al ventre cupo.

Pel ventre cupo ha forza la balena, molta astuzia ha la iena, - industria l'ape. Oh, come sape - politìa e governo, d'està e d'inverno!

D'està e d'inverno han città le formiche; stanze altri sempre apriche - si procaccia; va il ragno a caccia, - e si fa rete e stanza di sua sostanza.

Di sua sostanza si circonda e cova, prende l'ali, e fa uova - quindi uscendo, varie vivendo - vite un verme: ahi lasso! Oltre io non passo.

Oltre io non passo, non posso; assai ignoro l'anatomia, il lavoro, - fraudi ed ire, gioie e martìre - di quanti il mar serra, l'aria e la terra.

O aria, o terra, o mar, mirar potrei ne' vostri colisei - ta' giuochi io sciolto! Ma chi è sepolto - in corpo, sol s'accorge che poco scorge.

Se poco scorge, potrà dirne meno. Ma il sermon vostro appieno - a tutti è aperto; non è coperto - a nazione alcuna sotto la luna.

Sotto la luna il nostro dir trascenda al Re della tremenda - maestate. Transumanate - menti, voci e note: ite al Signor, che tutto sape e puote.

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