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1544–1595

XVIII

Torquato Tasso

Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno, chinar Madonna il collo al giogo altrui: anzi ogni tua ragion da te si cede. Lasso, se 'l bel tesoro, ond' io già fui

sì vago, altri s' ha tolto, or qual può degno premio il merto adeguar de la mia fede? Qual più sperar ne lice ampia mercede da la tua ingiusta man, se 'n un sol punto

hai le ricchezze tue diffuse e sparte? Anzi, pur chiuse in parte ov' un sol gode ogni tuo ben congiunto. Ben folle è chi non parte

omai lunge da te, ché tu non puoi pascer, se non di furto, i servi tuoi. Ecco, io già dal tuo Regno il piè rivolgo, Regno crudo e 'nfelice; ecco, io già lasso

qui le ceneri sparte e 'l foco spento; ma tu mi segui e mi raggiungi, ahi lasso, mentre del mal sofferto in van mi dolgo, ch' ogni corso al tuo volo è pigro e lento;

già via più calde in sen le fiamme sento e via più gravi al piè lacci e ritegni; e com' a servo fuggitivo e 'ngrato qui sotto il manco lato

d' ardenti note il cor m' imprimi, e 'l segni del nome a forza amato; e perch' arroge al duol ch' è in me sì forte formi al pensier ciò che più noia apporte.

Ch' io scorgo in riva al Po Letizia e Pace scherzar con Imeneo dov' alto suono chiama la turba a' suoi diletti intesa; liete danze veggio io, che per me sono

funebri pompe, et una istessa face ne l' altrui nozze e nel mio rogo accesa, e quasi Aurora in Oriente ascesa donna apparir, che vergognosa in atto

i rai de' suoi begli occhi a sé raccoglia, e ch' altri un bacio toglia, pegno gentil del suo bel viso intatto; e i primi fior ne coglia,

que' che già cinti d' amorose spine crebber vermigli in fra le molli brine. Tu ch' a que' fiori, Amor, d' intorno voli qual ape industre, e 'n lor ti pasci e cibi,

e ne sei così vago e così parco, deh, come puoi soffri ch' altri delibi umor sì dolce e 'l caro mel t' involi? Non hai tu da ferir saette ed arco?

Ben fosti pronto in saettarmi al varco, all' or che per vaghezza incauto venni là 've spirar tra le purpuree rose sentii l' aure amorose;

e ben piaghe da te gravi io sostenni, ch' aperte e sanguinose ancor dimostro a chi le stagni e chiuda, ma trovo chi l' inaspra ognor più cruda.

Lasso, il pensier ciò che dispiace e duole a l' alma inferma di ritrar fa prova, e più s' interna ne l' acerbe pene; ecco, la bella donna in cui sol trova

sostegno il core, or come vite suole che per sé stessa caggia, altrui s' attiene; quale edera negletta or la mia spene giacer vedrassi, s' egli pur non lice

ch' a lei s' appoggi, ch' ad altrui s' abbraccia; ma tu ne le cui braccia cresce vite sì bella, arbor felice, poggia pur, né ti spiaccia

ch' augel canoro intorno a' vostri rami l' ombra sol goda, e più non speri o brami. Né la mia donna, perché scaldi il petto di novo Amore, il nodo antico sprezzi,

che di vedermi al cor già non le 'ncrebbe, od essa che l' avinse, essa lo spezzi, ché sciorlo omai, così è intricato e stretto, né la man stessa che l' ordio potrebbe;

e se pur anco occultamente crebbe il suo bel nome ne' miei versi accolto, quasi in fertil terreno arbor gentile, or segua in ciò suo stile:

non prenda a sdegno esser cantato e colto da la mia penna umile, ché d' Apollo ogni dono in me fia sparso se pur de le sue grazie Amor fu scarso.

Canzon, sì l' alma è ne' tormenti avezza che, se ciò l' è concesso, ella confida paga restar ne le miserie estreme; ma se di questa speme

avien che 'l debil filo alcun recida, deh, tronchi un colpo insieme, ch' io il bramo e 'l chiedo, al viver mio lo stame e l' amoroso mio duro legame.

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