Siede su ’l lago e imperioso i mari vagheggia e i monti ampio palagio adorno; tramutar vede le stagioni e in vari volti sotto apparir la notte e ’l giorno.
Egli è in stabil riposom e da’ contrari sì gioia accresce al suo dolce soggiorno come è soave il rimirar da terra nave che ’n mar cruccioso aggira ed erra.
Non hanno (sì il desio gli affretta e punge) essi a tante vaghezze alcun riguardo, poi che ’l mostro custode appar da lunge su la gran porta in minaccievol guardo.
D’uomo è in lui quel di sopra, a cui congiunge poscia da’ fianchi in giù membra di pardo, salvo che serpentina orribil coda nel deretano suo ripiega e snoda.
Con quella fère impetuoso e crudo sì che ne fende e f¢ra il ferro e i marmi. Elmo non ha, non ha corazza o scudo che ne la pugna l’assecuri e l’armi,
ma la velocitate al corpo ignudo e la destrezza sua vaglion per armi: tre dardi ha ne la destra, e la ritorta spada di fina tempra al fianco porta.
Contra gli armati duo sol con sì fatte difese vien, né l’orme in terra imprime; e correria sovra le spighe, intatte lasciando lor le tremolanti cime,
e porteria per mezzo ’l mar le ratte piante su l’onde tumide sublime, senza punto bagnarle. Or come fue vicin, lanciò l’armi volanti sue.
E di tre colpi i duo guerrier con esse percosse: piagò Ubaldo a mezzo ’l petto, Carlo non piagò già, però che resse due punte, onde fu colto, il forte elmetto.
Quinci d’intorno a lor tesse e ritesse suoi corsi in giro, e fende a suo diletto; e sono spesso anco colpiti a un punto, ché l’un la coda e l’altro il ferro ha giunto.
Non se fosser tra mille in mezzo accolti fòran sì lor battuti i petti e i fianchi, le cave tempie, i larghi omeri e i volti, come un sol gli combatte e gli ha già stanchi.
Essi, non mai cogliendo e sempre colti, temon che indarno sparso il vigor manchi; giunger le spalle e far costretti furo ciascun co ’l petto e il tergo altrui securo.
Con tutto ciò per sì diverse strade or l’uno or l’altro assale e sì repente, e in lor de’ colpi la tempesta cade de le doppie armi sì grave e frequente,
c’hanno al parar più ch’al ferir le spade con tutte l’arti de lo schermo intente; e se nulla temenza han di morire, n’han dubbio almen, né scema il dubbio ardire.
Ubaldo al fine argomentò con arte nova vincer la dubbia aspra contesa: il rotto scudo suo gitta in disparte sì ch’abbia la sinistra atta a far presa;
quando la coda poi ch’incide e parte le dure piastre è sovra lui discesa, l’afferra sì che ’l mostro a sé non puote ritrarla, e ferma le veloci rote.
L’una stringe la coda e l’altra mano difende ambi duo lor da le percosse; ché tentò il mostro di troncar, ma in vano, or l’una or l’altra; in van si torse e scosse:
rotar non può, non gir da lor lontano, né da far resistenza have armi o posse, talché senza contrasti e senza schermi fesse e trafitte son le membra inermi.
Carlo tre volte a lui la spada immerse dove l’umano era al ferin consorte, ed altrettante il capo e più gli aperse, e bastava assai meno a la sua morte.
Poi co ’l compagno suo l’orme converse, già curata sua piaga, invèr le porte; e quando presso fur, lucido e vago trasse allettando a sé lor vista il lago.
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