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1544–1595

XLI

Torquato Tasso

Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno, chinar madonna il collo al giogo altrui: anzi, ogni tua ragion da te si cede. Lasso, se 'l bel tesoro, ond' io già fui

sì vago, altri s' ha tolto, or qual può degno premio il merto adeguar de la mia fede? Qual più sperar ne lice ampia mercede da la tua ingiusta man, se 'n un sol punto

hai le ricchezze tue diffuse e sparte? Anzi pur chiuse in parte, ov' un sol gode ogni tuo ben congiunto. Ben folle è chi non parte

omai lungi da te, ché tu non puoi pascer se non di furto i servi tuoi. Ecco ch' io dal tuo regno il piè rivolgo, regno crudo infelice: ecco ch' io lasso

qui le ceneri sparte e 'l foco spento. Ma tu mi segui e mi raggiungi, ahi lasso, e per fuggirti indarno il nodo i' sciolgo: ch' ogni corso al tuo volo è pigro e lento.

Già via più calde in sen le fiamme sento, e via più gravi al piè lacci e ritegni, e come a servo fuggitivo ingrato qui sotto 'l manco lato

d' ardenti note il cor m' imprimi, e 'l segni del nome a forza amato: e perch' arroge al duol, ch' è in me sì forte, formi al pensier ciò che più noia apporte.

Ch' io scorgo in riva al Po Letizia e Pace scherzar con Imeneo, che 'n chiaro suono chiama la turba a' suoi diletti intesa. Liete danze vegg' io, che per me sono

funebri pompe, ed un' istessa face ne l' altrui nozze e nel mio rogo accesa; e quasi Aurora in oriente ascesa donna apparir, che vergognosa in atto

i rai de' suoi begli occhi a sé raccoglia, e ch' altri un bacio toglia, pegno gentil, dal suo bel viso intatto, e i primi fior ne coglia:

quei che già cinti d' amorose spine crebber vermigli infra le molli brine. Tu ch' a que' fiori, Amor, d' intorno voli qual ape industre, e 'n lor ti pasci e cibi

schivo omai di tutt' altre esche mortali, deh come puoi soffrir ch' altri delibi umor sì dolce, e 'l tuo nettar t' involi? non hai tu da ferir gli usati strali?

Lasso, e ben fosti allor pronto a' miei mali, che da vaghezza tratto incauto i' venni là 've spirar tra le purpuree rose sentii l' aure amorose,

e ben piaghe da te gravi sostenni, ch' aperte e sanguinose ancor dimostro a chi le stagni e chiuda: ma trovo chi le inaspra ognor più cruda.

Ohimè ché 'l mio pensier ciò che più duole a l' alma inferma or di ritrar fa prova, e più s' interna ognor ne le sue pene. Ecco che la mia donna, in cui sol trova

sostegno il core, or come vite suole, che per se stessa caggia, altrui s' attiene; qual edera negletta or la mia spene giacer vedrassi, s' egli pur non lice

che la sostegna chi ad altrui s' abbraccia. Ma tu, ne le cui braccia sorge vite sì bella, arbor felice, poggia pur, né ti spiaccia

ch' augel canoro intorno a' vostri rami goda sol l' ombra, e più non speri o brami. Né la mia donna, perch' or cinga il petto di novo laccio, il laccio antico sprezzi

che di vedermi al cor già non le increbbe, od ella, che l' avinse, ella lo spezzi; ché sciorlo omai, così è 'ntricato e stretto, né la man stessa che l' ordio potrebbe.

E se pur anco occultamente crebbe il suo bel nome ne' miei versi accolto, quasi in fertil terreno arbor gentile, or segua in ciò suo stile,

né prenda a sdegno esser cantato e colto da la mia penna umile: ché forse Apollo in me le grazie sue verserà, dove scarso Amor mi fue.

Canzon, sì l' alma è ne' tormenti avezza, che, se ciò gli è concesso, ancor confida paga restar ne le miserie estreme: ma se di questa speme

avien che 'l debil filo altri recida, deh tronchi a un colpo insieme (ch' io 'l bramo e 'l cheggio) al viver mio lo stame, e l' amoroso mio duro legame.

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