Fatale è qui Rinaldo. Ite e lustrate
le terre intorno e i più riposti mari,
ove sotto altri segni il sol la state
reca, e le brume, e i dì torbidi e chiari.
Qui, qui (Dio qui lui chiede) il rimenate:
invitti senza lui son gli aversari. –
Così ragiona, e ciascun altro insieme
suoi detti approva e in suon concorde freme.
Sol tace il pio Goffredo; e non che spiaccia
a lui che si richiami il cavaliero,
ma volge a i modi, e come ciò si faccia
con maggior dignità, dubbio il pensiero.
Sorge intanto la notte, e su la faccia
de la terra distende il velo nero.
Vansene gli altri e dan le membra al sonno,
ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno.
Al fin quando si specchia a la marina
l’alba sorgente e sparge il dolce gielo,
e che l’anima vaga e peregrina
è meno affissa al suo terrestre velo,
Goffredo ormai dormendo i lumi inchina
e con l’ali d’un sogno è alzato al cielo.
Pargli in un puro e candido sereno
starsi di stelle e d’or cosparso e pieno.