– Vanne pur lieta ov’io t’invito e prendi
per iscorta il mio nume e ’l tuo desio,
ché l’alme leggi di natura offendi,
non pur me, se repugni al voler mio;
quivi di mansueto amante attendi
care accoglienze e parlar dolce e pio.
Ciò ti prometto, e ti prometto insieme
beatissimo fin d’ogni tua speme. –
O d’Amor eloquenza! al fin dispone
costei partirsi come il ciel s’annera,
ché le piaghe sanar del gran campione
con l’arte ond’è sì dotta in breve spera.
Né men poscia confida esser cagione
che si disturbi la battaglia fera
rivelando ch’a l’ultima ruina
è la gente assediata assai vicina,
perché le manca il cibo, onde morire
o di ferro o di fame a lei conviene,
o pur d’indegna servitù soffrire
l’inusitato giogo e le catene;
sì ch’è follia, non generoso ardire,
s’egli co’ disperati in guerra viene,
che, poi che ’n pregio il viver più non hanno,
cambiar vorrian ciò che di perder sanno.