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1544–1595

VI1

Torquato Tasso

Ma via più miserabile è lo stato di quei che son rinchiusi entro le mura: veggion machine farsi in più d’un lato e d’altezza tremenda e di figura;

e poi ch’ a molti il cibo è già mancato ch’è più caro per uso e per natura, cerca la fame insolite vivande e faria saporose anco le ghiande.

Però che quando in que’ confini apparse il vincitore essercito cristiano, non potette alcun frutto anco ritrarse da le biade immature e culte in vano,

e furon l’anno inanzi avare e scarse le terre e misto dièr con loglio il grano. Ben il re vettovaglia avea raccolta quanta averne poté, ma non fu molta;

e quel che ne raccolse egli comparte a i soldati e al popolo robusto, che le vigilie e l’opere di Marte sostener possa e gir di ferro onusto.

Al debil veglio o poca o nulla parte fa l’inclemenza del tiranno ingiusto; né men consente (come è stil di guerra) ch’escano fuor de l’assediata terra.

E dice anzi voler che l’innocente plebe l’inutil alma essali e spire che dar notizia a la nemica gente di lor difetto, ond’ella prenda ardire.

Ad or ad or l’imagine dolente di morte uom vede ovunque gli occhi gire, ed ode un mormorio flebile e cheto accusar quell’iniquo empio decreto.

Dimostra alcun pallida faccia e scema, occhi cavi ed oscuri, essangui vene; la man langue e la voce, e ’l capo trema, e mal le gravi membra il piè sostiene.

Ma più d’ogn’altra la vecchiezza estrema e l’acerbetta etade a patir viene, onde tal volta in su le nude strade (miserabile corpo), alcun ne cade.

Un fatale spavento entra nel core di chi ciò mira, e un giel corre per l’ossa; ma raro è quel che l’altrui morte onore d’alquante amiche lacrime e di fossa.

La pietà superata è dal timore, l’umanità da’ petti umani è scossa; così stando le cose, intollerante al re se ’n venne e disse il fero Argante:

– E insin a quando sosterrem noi questa vergogna di sì lento e vile assedio? Mancherà tosto il cibo, e non ci resta fuor che ’l ferro e l’ardire alcun rimedio,

e tu pur ci tien chiusi in sì molesta dimora, ove il digiun n’uccida e ’l tedio, e pèra con la vita il nostro onore, ch’uom morendo di fame infame more.

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