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1544–1595

Untitled

Torquato Tasso

Io qui, signor, ne vegno, non già perché a le leggi soggetta io sia de l' amoroso regno, ma perché tu, che puoi,

costringa questo menzogner fallace a serbar sua promessa e quella fede, che sovente ei mi diede, per l' arco tuo giurando e per la face.

E ben dinanzi a lei, che di nostra natura in cima siede, fatto citar l' avrei; ma costui pur si vanta

ch' è tuo servo e soggetto, e 'l giudicio d' ogni altro è a lui sospetto. Io te già non ricuso se ben straniera, un tuo seguace accuso.

Signor, costui mi fece, non pregato da me, libero dono de l' arbitrio de 'l core e de la mente; e m' affermò sovente

ch' io poteva a mio senno dispor d' ogni sua voglia, e che d' ogni mio cenno ei si farebbe inviolabil legge.

Se dunque donna io sono de l' alma e de 'l suo core, deggio poter disporre com' ei ne fea, prima ch' ei fesse il dono;

e sì come signore può fare il suo talento di legittimo servo, può cambiarlo con oro o con argento,

o può donarlo altrui, così poss' io di lui. L' anima sua, ch' ancella si fe' de 'l mio volere,

non dee mostrarsi a' miei desir rubella. Ecco ch' io le comando che volga ad altro oggetto i suoi pensieri amando;

ecco io già vo' che serva ad altra donna, e sia omai sua, non più mia. Faccia, faccia a mio senno,

né si mostri ritrosa a le mie giuste voglie; e s' ella irriverente contraddirmi pur osa,

a te me ne richiamo, signor giusto e possente: opra tu i dardi e 'l foco, il laccio e le catene,

e s' altre hai ne 'l tuo regno più gravi e fiere pene. Sai che giusto egualmente esser conviene a chi regge e governa,

con la gente soggetta e con l' esterna. Il ver parla madonna; ma rigorosa e dura si mostra in sua ragione oltra misura.

Servo son io, né di servir già niego, e negar no 'l potrei; e, come servo, a 'l petto con sì fervide note

porto il suo nome impresso, sì ch' altri il segno cancellar non puote; ed ho talor giurando a lei promesso ch' ognor de 'l suo volere

farei legge a me stesso. Ma che vuole? o comanda? Nulla è sì malagevole e sì greve, ch' a me, per obbedirla,

non sembri piano e lieve: non pioggia, o turbo, o venti, non l' oceàn turbato, non de l' Alpe nevosa

i dirupati sassi mai da 'l servire arresteriano i passi. Vuol che co' 'l petto inerme vada fra mille schiere?

Vuol ch' assalga le fere de l' Africa arenosa? O vuol che tenti il varco di Stige e d' Acheronte?

Ecco, per obbedir le voglie ho pronte. Ma se vuol ch' io non l' ami, se vuol ch' arda e sospiri per altra, e volga altrove i miei desiri,

vuole impossibil cosa, e cosa ingiusta, che non vorrei potendo, e non potrei volendo. Quando le feci il dono

de la mente e de 'l core, ben volontario il feci; ed, oltre a 'l mio volere, ciò volle il cielo, e tu 'l volesti, Amore.

Ma, posto ch' io volessi farla contenta e lieta, drizzando i miei pensieri ad altra meta, sosterrestilo Amore?

Soffrerebbero il cielo? Or che dunque poss' io? Posso sforzar le stelle? Posso vincer li dèi?

Dunque in pace comporti costei d' essere amata, poi che l' amore è tale ch' è volontario insieme anco e fatale.

E s' ella a strazio, a morte, crudel, pur mi condanna, non ricuso martire, pur che insieme si dica

che sol per troppo amar l' ho sì nemica. Ama tu, come fai; e tu frena lo sdegno: che l' amata rïami (e ben tu 'l sai)

antichissima legge è de 'l mio regno.

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