Già si tuffava il Sol ne l'ampio nido Ov'egli alberga, e l'ali umide ombrose Stendea l'oscura Notte intorno a 'l cielo; Già dispiegava il suo gemmato manto
D'ardenti stelle, e di rugiada un nembo Piovea soave a la gran madre in seno; Quando Damone, e di pastori e ninfe Seco leggiadro stuol, da le campagne
Tornava ad un convito a 'l proprio albergo, Che 'l primo dì de 'l mese innanzi Aprile Fea per costume antico, allor che 'l sole Riconducea quel dilettoso giorno.
Ed un pastor fra lor detto Tirinto, Tirinto amante de la bella Clori, A l'amico Damon rivolto, disse: - Dimmi, Damon, perchè da te si serba
Ogni giro di sol quest'uso? E quale Prima cagione a lui principio diede? Poi che me 'l chiedi, e veggio stare intenti Pastori e ninfe, ancor che l'ora sia
Di pascer anzi il gusto che l'udito, Dirò donde tal uso origin ebbe. Fur già molti anni in quest'erbose rive Duo pastori, uno Alceo, l'altro Sileno,
Ch'ebber due figli, e in un istesso giorno Da l'acerbo destin tolti lor furo. Nacque a Sileno una fanciulla poi, Che in età crebbe ed in bellezza, ed arse
Di mille pastorelli i cori e l'alme. Questa ne 'l vago april de' suoi verd'anni, Di grazia e di beltà leggiadro fiore, Le rose impallidir, d'invidia vinte,
Fea a 'l purpureo color de 'l suo bel volto, Ed arrossir per la vergogna i gigli A 'l suo dolce candore: e se ne giva Per questi prati e selve altera e sola,
Di nullo amante e da ciascuno amata. Ma non consente Amor ch'alta beltate Non provi in sè quali in altrui sian l'arme Onde, in virtù di lui, piacendo ancide.
Un giovine pastor, di nome Alcippo, Alcippo il biondo, in queste selve giunse, A cui fu tanto il ciel largo e cortese, Quanto Fortuna de' suoi doni avara;
Questi fermossi con Sileno, ed era Per natura signor, per sorte servo. Ma come pria vide Amarilli bella, (Ch'ebbe tal nome la leggiadra Ninfa)
Mirolla intento, e più d'ognun s'accese Di quella fiamma onde ciascuno ardea. Ella, volgendo in lui l'altero sguardo, Pria si compiacque di sua dolce vista,
Ed indi da 'l piacer nacque il desio, Desio d'amor via più d'ogni altro ardente. Il giovinetto innamorato Alcippo Avea pien de 'l suo ardor quest'aere tutto,.
E da 'l suo sospirare eran le fronde Mosse non pur, ma impallidite ed arse; E la bella Amarilli, che sì lieta Di libertate e di bellezza altera
Errar soleva, ora pensosa e mesta Se 'n gìa per questi campi, e 'l suo bel volto Pallidetto scopriva i bei colori Come a 'l più ardente sol languida rosa.
Era chiuso l'incendio in ambo i cori Sotto chiavi di tema e di vergogna; Ma tanto il fero ardor crebbe ne 'l petto D'Alcippo, ch'alfin vinto ogni ritegno,
Fu forza che s'aprisse in tai parole, Mentre era un dì con Amarilli a l'ombra: - Donna de l'alma mia, de la mia vita, Perdona a 'l folle ardir; t'amo, t'adoro,
Ed ardo de 'l tuo ardor; nè ti sdegnare S'io son vil esca di sì nobil fiamma, Ch'ognuno scalda a cui risplende il sole! Deh! gradisci il mio cor, questo cor fido,
Ch'arso de le tue fiamme io ti consacro. - Qui tacque: ed ella, in lui volgendo i lumi, Da 'l profondo de 'l cor trasse un sospiro, E disse: - Alcippo, io t'amo; e questa mano
Sia pegno de 'l mio amor, de la mia fede Con che ora a te mi lego; e per lei giuro Che d'altri non sarò se tua non sono. - Tacque: e i begli occhi gravidi di perle
Di purpureo color fur tinti intorno; E 'l fortunato Alcippo a lei sol rese Per parole sospir, per grazie pianto. Ma, mentre in tale stato eran le cose,
Giunse un pastor, di nome Ergasto, e seco Un che per figlio tenne, Aminta detto. Questi vide Amarilli, e restò preso Da 'l laccio stesso onde Amor tanti avvinse.
Ben se n'avvide Ergasto e non gli spiacque, Poi che donna di lui degna gli parve. La richiese a Sileno, e da Sileno Fu per Aminta suo sposa promessa.
Ma, com'ella da 'l padre il tutto intese, Mostrossi a 'l giogo marital ritrosa Ed a l'amor de 'l suo novello amante; Nè con dolci parole, o con lusinghe
Potè piegarla mai; di che sdegnato, Disse: - Farai de 'l tuo volere il mio, Chè così voglio. - E poi da lei partissi, E 'l dì prefisse a le future nozze.
Ma come prima ella rimase sola, Sospirò, pianse: e de' begli occhi suoi Eran le belle lagrime cristallo, E fiamma i suoi sospiri: e quando tregua
Per brevissimo spazio ebbe da loro, Il suo dolore in tai parole espresse: - Dunque romper la fè, dunque degg'io Lasciare Alcippo mio, l'anima mia?
O pur deggio morir misera in prima? S'io moro, ohimè! quanto martìre, Alcippo, Partendomi da te, dolente avrai! Forse vorrai seguirmi... Ahi! che più temo
L'incerta tua, che la mia certa morte. Ma s'io poi resto in questa amara vita, Esser potrò d'altrui, se non d'Alcippo? Ah! che meglio è morir: mora Amarilli,
E viva la sua fede: e sia quel letto, Ch'è fatto a i brevi sonni ed a i diletti, A me d'affanni e di perpetuo sonno. - Tacque, e i languidi lumi a 'l cielo affisse,
Ch'avrian forse a pietà mosso l'inferno. Intanto venne il giorno che prescritto Avea il padre a le nozze, ella a la morte: E ne l'ultima sera a 'l gran convito,
Ch'avea fatto Sileno, era anche Alceo: E poi che fu di Cerere e di Bacco In loro ogni appetito in tutto estinto, Disse Ergasto a Silen: - Già quattro lustri
Rivolti ha 'l ciel, ch'in questo istesso giorno, Giorno per me felice e memorando, Mi diè per figlio Aminta, e di lui figli Or mi promette co 'l favor de 'l cielo. -
Cui rispose Silen: - Deh! dimmi, Ergasto, Come trovasti Aminta? e qual ventura A lui te padre, a te lui figlio diede? - Ed egli: - Io 'l vidi solo errar piangendo
In questo bosco, che feconda e bagna Con l'onde sue d'argento il chiaro Mincio, Di qui passando un giorno, ed avea a 'l collo Questa imagine appesa, ch'ancor tengo
E terrò sempre per memoria. - Allora L'interruppe Sileno, ed abbracciando Aminta, per suo figlio il riconobbe. Stupissi Ergasto: - Da qui innanzi, disse,
Sarà figlio comun d'entrambi Aminta. - Soggiunse poi: - Meco il condussi, e quando Fummo ove il fiume si converte in lago, Era una cuna in su la molle arena,
Ivi da 'l vento spinta: io corsi, e vidi Esservi dentro un fanciullin, ch'a 'l petto Un segno avea, quasi di stella impresso; E, vinto da stupore e da pietate,
Il tolsi in braccio ed il condussi meco. Ma, come giunse in su 'l fiorir de gli anni, Da me partissi; ed io mirando a caso L'altr'ier in questo albergo il riconobbi.
Questi ebbe nome Alcippo. - Allora Alcèo S'accorse ch'era il suo perduto figlio, E ricercar con ogni studio il fece, Di meraviglia e d'allegrezza pieno.
Ripigliò Ergasto: - Poi che preparate Son già le nozze, or Amarilli bella D'Alcippo sia, s'esser non può d'Aminta. - Fur concordi Sileno e 'l buon Alceo,
E raddoppiâr la gioia: e solo Alcippo Attendean per dar fine a i lor contenti, E più d'ognun la candida Amarilli, Che, poi ch'allor d'Alcippo suo sperava
Legar la fè con più sincero nodo, Vestì di gioia e fe' sereno il volto In cui vivo il dolore era ritratto. Mentre aspettavan di vedere Alcippo,
Ecco un servo venir turbato in vista, Dicendo: - Oh miserello Alcippo! oh sorte Più d'ogni altra crudele! - A tai parole Sbigottîr tutti, e solo Alceo piangendo
Domandògli: - Il mio Alcippo è morto, o vivo? - Rispose: - È morto; e di dolore è morto. Misero! Il vidi a 'l tramontar de 'l sole Uscir da questo tetto, e troppo in volto
Cangiato, ohimè! da quel ch'esser solea; Errò per lungo spazio, ed io il seguii: Stette alfine in un prato e 'n terra fisse Le luci, e disse le parole estreme:
«Vita soave e di dolcezza piena Mentre a l'empia mia sorte ed a 'l ciel piacque, Che fai or meco sconsolata e trista? Tempo è ben di morir, se l'alma mia
È già fatta d'altrui. Felice morte, S'allor moria quando vivea sua fede! Sua fede è morta, e non è sciolta, ch'ella Esser d'altrui non può se non è mia,
Mentre ch'io vivo. Ahi! già morir mi sento. Cresci, dolore, e fa il pietoso e crudo Ufficio, ch'a far pronta era la mano, E sciogli la sua fede e la mia vita.»
Qui tacque, e pien di morte i sensi e 'l volto, Come reciso fior, cadde fra l'erba. - Se questo ad Amarilli il cor trafisse, Chi sente amor per sè lo stimi: svenne,
E restò breve spazio esangue; e, come Prima raccolse i languidetti spirti, Corse ove Alcippo suo giacea: ma quando Il vide in atto tal, sopra lui cadde,
E 'n questo flebil suon proruppe e disse: - Oh occhi de 'l mio core e di amor lumi, Ch'or rende morte, ohimè! torbidi e chiusi, Oh volto già di fiamme, ora di neve,
Oh bocca già di rose, or di vïole, Io vi miro e non moro? Alcippo amato, Tu 'l mio foco accendesti, or sei di ghiaccio, Nè spegne il gelo tuo l'incendio mio?
Ohimè! qual'io ti veggio! oh luci triste, Anzi fonti di tenebre e di pianto, Troppo vedeste; or vi chiudete omai: Deh! non lacrime più, non più parole,
Non più sospiri; sola morte, sola Esser può testimon de 'l mio martìre. Anima bella, se qui 'ntorno sei A le tue belle membra, e vedi ed odi
Il mio dolore e le mie voci estreme, Deh! per pietà, s'anco è per me pietate, Teco m'accogli, ch'io ti seguo. - In questo Rivenne Alcippo, e gli occhi stanchi aprendo
Il suo perduto ben si vide in braccio: Vista dolce e beata! e questi e quella, L'un de la fede e l'altra de la vita Che già spente tenean, restâr sicuri;
E se ne gîr da la temuta morte A le bramate e non sperate nozze. Così cangia fortuna in un momento Lo stato uman da l'uno a l'altro estremo.
Ebber figli costor ch'a gli avi miei Fur padri: onde si serba ancor memoria Ne 'l giorno istesso ogni anno in un convito Di quell'antica e memorabil cena.
Ma già l'ora trascorre: e 'l tempo chiede Altro che ragionar, Tirinto mio. Dunque sediamo a mensa, e celebriamo Con la presente la passata festa.
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