Era ne la stagion ridente e lieta, Stagion d'amore amica, Che la gran madre antica Par che si rinovelli,
E, di color più belli Leggiadramente ornata Il duro antico volto e il freddo seno, Sembra de l'alto cielo innamorata,
Che la vagheggia e mira Con occhio più lucente e più sereno: Ne l'ora che si desta Zefiro, e forse le sue pene ascose
Disfoga con sospir d'aure amorose, E che l'ombre notturne E le luci dïurne Fan dubbio ancor a l'aria, a 'l cielo intorno,
Se pure è notte o giorno: Quando Amarilli bella De gli augelletti a 'l canto Risorta da le piume,
Secondo il suo costume, Giva lieta per fare a 'l suo bel viso Specchio ad un chiaro fiume, E vide di lontan venir Leucippe,
E corse, ed abbracciolla, e così disse: - Cara Leucippe mia, come ti veggio Risorta innanzi a 'l sole! Qual cagion sì per tempo or qui t'ha spinta?
Forse l'amor de 'l tuo gentile Aminta? Tu dèi saper che sotto l'olmo ombroso S'aduna oggi ogni ninfa, ogni pastore Ch'abbia senso d'amore:
Quivi in leggiadre danze Le ninfe e i pastorelli, Or con queste or con quelli Desteranno i timori e le speranze
Ne gli amorosi petti; Indi ballo cangiando a coppia unita, Andranno intorno or più veloci, or lenti: Quivi sommessi accenti,
E interrotti sospiri Daran segno or di gioie, or di martìri. Allor Colui che regge I vaghi errori suoi con certa legge,
Ecco farà cangiare e mano e loco: Chi diverrà di foco, Chi sparso il volto d'un color di morte Languidetto vedrassi,
E dir di lui potrassi: Questi, cangiando man, cangiato ha sorte. Or qui da te ne vegno Perchè insieme n'andiamo: ivi vedrai
Il tuo Mirtillo, ed io 'l mio Aminta ancora. O felice per noi nascente aurora! Andiam, Leucippe mia, Che ben invita la stagione e 'l tempo
A sì dolce soggiorno: io voglio pria Ch'usciam di questo prato Tesser di bianchi fior vaga corona A 'l mio Mirtillo amato,
E, se riporta ne le danze il pregio, Faronne a 'l suo bel crin leggiadro fregio. Poca mercede de 'l tuo bel Mirtillo Fia corona di fiori;
Però meglio sarà che te n'infiori Il crin dorato e 'l seno: E vedrà chi de' fior fa paragone A 'l tuo bel volto, quanto
A lor tu scemi e a te s'accresca il vanto. Ecco io fo il tuo consiglio, E sarà di Mirtillo in premio eletto De 'l mio candido core il puro affetto.
Ma già di questo prato i vaghi onori Ho depredato intorno. Andiam, Leucippe, Andiamo, ben ch'io stimi Che ancor le ninfe amanti
Non siano insieme accolte. Chi vorrà d'amaranti Intrecciarsi le chiome; Chi d'amorose e pallide vïole
Farsi il bel seno adorno, Perchè le natìe rose a 'l lor pallore Mostrin più bello e caro il bel colore; Chi vorrà di coralli
Cingersi il braccio e 'l collo; Chi di minuti e lucidi cristalli Farsi vago monile Per apparir più bella è più gentile.
Ecco, siam giunte, e t'apponesti; ancora È sì solingo il loco, Che non vi veggio alcun, fuor ch'un pastore Che mostra ne 'l sembiante
Gravissimo dolore. Io 'l veggio, egli è Tirinto: Vedi come smarrito è ne 'l suo volto Il solito rossore.
Certo cagion n'è Amore: Ecco che a noi se 'n viene. - Ti faccia Amor felice, Gentil Tirinto mio,
Poi che leggo ne 'l tuo languido aspetto Che sei di lui soggetto. Amor, Tirinto mio, ti dia mercede Eguale a la tua fede.
Amore a 'l suo gioire Così destini voi, com'io già sono Destinato a 'l martire. Non sospirar, Pastor, non sospirare;
Queste lagrime amare Che spargi da' tuoi lumi, Non spegneran scintilla de l'ardore Ove ognor ti consumi:
Che se Amor da le fiamme de 'l tuo core Può trarre umore e venti, Trarrà da 'l pianto ancor faville ardenti. Non spero io, Ninfa, già, che questo umore
Scemi in parte la fiamma, Che il cor mi strugge e infiamma; Ma spero ben che questa vita e 'l pianto E sì lungo martire
Finisca co 'l morire; E s'avvien che da morte i' non impetri Questa pietà crudele, Nascendo da la mia perpetua pena
Questa di pianto inessicabil vena, Essend'ella infinita Come sarà la vita, Piangerò tanto almen, che di quest'onde
Satolli e purghi il lacrimoso rio D'Amor l'ardente sete e l'ardor mio. Dimmi, ch'errore è questo, Tirinto mio, se pur saper mi lice
L'alta cagion che ti fa sì infelice? Amar più di me stesso Chi non solo a l'amor mio non risponde, Ma mi fugge e s'asconde;
E non solo mi fugge, Ma dispregia, crudele, Il don d'un cor sì puro e si fedele. Ma che più? M'odia, e solo
Fra tant'altro gioire De 'l mio fero martire Ha questo ingiusto duolo, Che non può far, nè lo consente Amore,
Che più ch'ella non m'odia io non l'adore. Che fu? La sua bellezza o la tua voglia, O pur fero destino, Ch'in prima la tua mente tenerella
Fe' di sì fero cor misera ancella? S'unîr, perch'io sia sempre sconsolato, A 'l mio voler la sua bellezza e 'l fato. S'alta beltà divina
Un amoroso cor vien ch'imprigione, Ella paghi l'error, chè n'è cagione: E se forza è di stelle, Ben sarìa troppo ingiusta e fera legge
Punir chi non elegge: Ma, se un'alma cortese Volontaria si dona, Questa è pur crudeltà ch'ogni altra eccede,
Che di quel ch'ella diede, Se gradito non è nè l'è renduto, Paghi d'amaro pianto ampio tributo. Estrema crudeltà, ma non ragione
De l'amor mio, de la mia fede pura: Anzi tanto minore, Quanto più innato affetto È de l'odio l'amor ne 'l nostro petto. Spera, Tirinto, spera, Chè nulla donna è fera.
Ahi! che troppo sperai Quando lasciai me stesso Ed a seguir chi fugge incominciai. Nè potuto ha ragion sveller giammai
Da 'l cor questa radice amara e dolce, Che, mentre l'alma uccide, i sensi molce; Onde, Amor, sei cagion ch'io viva e pera. Oh speranza fallace e lusinghiera!
Tu dèi sperar almeno Che dopo lunga pioggia Ritorni il ciel sereno; E, chi sa? se ti tiene
Amor fra tante doglie, Forse ritarda ancor d'esserti grato Per farti poi più lieto e più beato. Dunque ti racconsola,
E questo lacrimar rivolgi in canto Tu, che a mille pastor ne hai tolto il vanto Come potrà già mai questa mia bocca, Sol a dir note di lamenti avvezza,
Formar voci di gioia e di dolcezza? Forse saran presagio questi accenti Di futuri contenti. È in me d'ogni mia gioia
Sì debil la speranza, Ch'altro che lacrimar nulla m'avanza. Canta, Tirinto, canta E te stesso consola, e noi rallegra;
Questa stagione allegra E ministra d'amore Ammollirà quel core, Quel duro cor già sì d'amor nemico,
Che, fattosene donno, Darà degna mercede A la sua feritate, a la tua fede; E poi ch'ella non volse
Mansueto signore, Ora con suo gran danno Lo proverà tiranno. Io già da voi son vinto, e mi son reso:
Ecco ch'io canto, e mi rivolgo a Clori, Se pur da 'l lacrimar non m'è conteso. - Ma ecco un grande stuolo Quinci di ninfe e quindi di pastori.
Ecco là il tuo Mirtillo, ecco il mio Aminta! Amarilli, no 'l vedi? E già da lunge Con amorosi strai mi sfida e punge. Ecco di là Batillo ed Adrio insieme,
E Clonico e Timeta, E dopo tutti loro il saggio Elpino. Vedete Caritea Come, sparsa di fior le belle chiome,
Mira il gentil pastor che d'Adria ha 'l nome. Vedete là Calisa Come di furto il suo Batillo mira, Indi si volge altrove e gli occhi gira.
Ma chi cela il desio, chi asconde Amore? Sembran dire i suoi lumi: - ardente è il core! - Amaranta la bella E l'amorosa Clizia
Seguon, di sangue e di beltà sorelle: E si mostrano in veste D'almo color celeste Quali 'n serena notte ardenti stelle.
Ma non vogl'io che 'l mio martîr rimanga De le vostre allegrezze Compagno doloroso. Addio, soggiorno ombroso,
Addio, coppia di Ninfe amica e fida; Io vo colà dove il dolor mi guida.
Cookies on Poetry Cove