Vassi a l'antica selva, e quindi è tolta quella materia che 'l buon mastro elesse: e ben ch'oscuro fabro arte non molta, e rozzo a l'opre il magistero avesse;
vie più dotto è colui che a questa volta le dure travi e 'l molle vinchio intesse: e le macchine eccelse in varia forma, di monte in guisa, egli compone, e forma.
Guglielmo fu, di cui fra' duci illustri che ornâr d'alti trofei l'antiche sponde, dopo lungo girar d'anni e di lustri, Genova ancor si gloria, ed ha ben donde;
ché le bell'arti mai d'ingegni industri non fûr più chiare in terra o 'n mezzo l'onde, per altro duce; e mai non vide il sole, per fin sì giusto in guerra antica mole.
Questi non sol faceva allor comporre catapulte, baliste ed ariéti, ond'a le mura le difese tôrre possa, e spezzar le sode alte pareti;
ma d'opra via maggior mirabil torre di pin tessuta e de' più lunghi abeti; e quel di fuor contra lanciata fiamma dur cuoio avvolge, e più che dura squamma.
Si commette la torre e ricompone, con sottili giunture in un congiunta; e la trave, che testa ha di montone, da l'ime parti sue trapassa e spunta:
lancia dal mezzo un ponte, e spesso il pone sovra alcun muro opposto a prima giunta: e fuor da lei, su per la cima, n'esce torre minor, che suso è spinta e cresce.
Per le sublimi vie spedita e destra, sovra rote volubili e correnti correr tosto potrà la terra alpestra, gravida d'arme e gravida di genti.
Maravigliosi allor, d'arte maestra erano tutti a le grandi opre intenti: altre torri sorgeano al tempo istesso, pur come suole il poggio al poggio appresso.
Altri fra tanto avean condotto a riva d'ampie e profonde fosse alto lavoro; e, precisa la strada onde s'arriva, già da l'acque escludean l'Egizio e 'l Moro.
Emiren mal le turbe omai nudriva, e di fredd'acque avea scarso ristoro: anzi la terra i vivi umori ha secchi, ed arbori spogliati, ignudi stecchi.
Né può tra l'ime valli e gli erti monti, a sua voglia spiegar cotante squadre; e biasma il piano angusto e i scarsi fonti de la città, de' regi antica madre.
E perché quei paesi a lui son conti, sa dove meglio i suoi raggiri o squadre: e vuol sito cangiar d'orrida guerra, scegliendo presso il mar più larga terra.
Cedeva ancor la chiara luce a l'ombra, e stava sotto il mare il dì sepulto, quando ei la terra, ch'occupata ingombra, vacua abbandona e con minor tumulto:
pur mentre lascia l'ampie tende e sgombra, tener non puote il suo partire occulto; e 'l nuovo sol co' primi rai scoperse la quasi fuga a quelle genti avverse.
Eran passate omai le prime schiere de l'esercito vario e quasi il mezzo, e 'n quelle squadre, di vittoria altere, non è senza spavento alcun disprezzo:
quando ecco Ettòr che già scompiglia e fére quelli ch'or sono al dipartir da sezzo; e ferma i primi, e d'impedirgli ei tenta, e i lunghi ordini estremi e turba e lenta.
Atterra ei di sua man Rabone il lippo, e Mineo il grande, ed Alapeno il forte; e tre fieri fratei, ch'in cima all'Ippo prima albergâro, ivi dà in preda a morte.
Venne Gerréo da Gerra e da Sosippo Oceli, e Geme a la medesma sorte; e Gordian da Gorda, e 'nfin da Salma Salmiro: e vi lasciâr la vita e l'alma.
Ma di strali volanti e di quadrella impetuoso turbo allor discende là dove Ettorre in perseguir la fella turba s'avanza, e i più vicini offende.
Qui d'antico sapere arte novella usa Emirén, ch'a suo cammino intende; e fra' barbari ancor le prische lodi de la milizia usurpa e i greci modi.
Come legno talor lungo e leggiero, con l'ale de' suoi remi in mar che frema, volge, per arte del suo buon nocchiero, la proda infesta a chi 'l persegua e prema:
così girarsi al suo temuto impero la destra parte suol, non pur l'estrema: sì che rispinto è chi l'assale a' passi onde tra' Filistei non lunge or vassi.
Ma pria che giunga a l'arenoso lido ch'al mar si bagna inverso il nero Occaso, strania vista spaventa il volgo infido, od arte fosse o pur mirabil caso:
ben ch'altra fama di più certo grido non uscì mai di Cirra o di Parnaso. Passava egli tra monti, e vide in cima un esercito grande, o tal lo stima.
Erano vari armenti e varie torme d'Arabi che lasciâr sì larga preda, e senza altro rettor venian per l'orme de' Franchi, pria ch'il duce indi sen rieda.
Santo lume del Ciel, che solo informe la mente che di te s'adorni e creda, se non fûr raggi del tuo foco accensi, chi mosse l'alme fiere e i pigri sensi?
Chi diè tanti seguaci a' duci nostri, tanti quasi guerrier lontani in vista? Tu gli raccogli forse, e tu dimostri d'alto il terror ch'i paurosi attrista.
De' lor grandi animali, e quasi mostri, pave la turba ch'è sì varia e mista. O maraviglia! e breve spazio inganna gli occhi dolenti ch'il timore appanna.
Così quando faceano aspre contese Cartago e Roma, di trionfi adorna, il duce Mauro che l'Italia offese, a cui nuovo Annibàl tardi ritorna,
e i suoi guerrier temean le faci accese che fiammeggiâr tra le selvagge corna, mentre i tauri scorrean di monte in monte, spargendo incendio da l'irsuta fronte.
Goffredo intanto a cui l'ampia rapina le stanche genti sue ristora, e pasce, l'ultimo assalto a la città destina, e vuol ch'ogni altra cura omai si lasce:
e terribil minaccia alta ruina a le sue nuove ed a l'antiche fasce: mentre il tiranno pur le mura inalza là 've men le difende orrida balza.
Disse Goffredo a' suoi: –Tempo non parmi di ritardar, poic'han ristoro i lassi; e ben che dura strada io veggia a l'armi inverso l'Austro e fra virgulti e sassi,
pur vince la virtù le pietre e i marmi, e 'n vie più duro monte aperse i passi: e ben quel muro, ch'assecura il sito, men devria d'arti e d'opre esser fornito.
Raimondo, tu sarai fra tutti il primo che da quel lato omai le mura offenda; ma lo sforzo de' miei quasi da l'imo vo' ch'a la porta Aquilonar si stenda:
e quella torre ancor sul duro limo, ingannando i nemici, ivi s'attenda: poscia con l'arte onde s'inalza e move, trascorra alquanto e porti guerra altrove.
Tu moverai Tancredi, al tempo istesso, non lontana da me, la torre armata; poi de la giusta guerra il fin promesso speriam da Lui da cui vittoria è data.
La santa man che muove il cielo, e spesso scote la terra al suo Fattore ingrata, le mura può spezzar, qual frale scorza, dove pur non bastasse umana forza.
Od al gran nome suo l'opre nemiche, e ciò ch'arma e rinforza empio tiranno, qual di Gerico già le mura antiche, a suon di chiara tromba a terra andranno.
Ma voi prendete omai d'aspre fatiche breve ristoro e di sì lungo affanno: sin che d'alta vittoria il Ciel v'onori, e di più lunga pace alfin ristori.–
Del dì, cui de l'assalto il dì successe, gran parte orando il pio guerrier dispensa: e 'mpon ch'ogni altro i falli allor confesse, e prenda il santo cibo a sacra mensa.
Poscia le genti ed arme ivi più spesse dimostra, ove adoprarle egli men pensa: ed al Pagàn deluso, ove men teme, mostra l'assalto e le sue forze estreme.
La notte (perché a l'opre il dì non basta) move la torre sua, ch'altri no 'l crede, ove è men curvo il muro e men contrasta, per sua natura, anzi s'arrende e cede:
e Raimondo dal colle ancor sovrasta a quella d'alti regi antica sede. Tancredi le sue insegne al ciel dispiega dal lato, ch'a l'occaso inchina e piega.
Ma poi che fûro in orïente apparsi i rai che vibra rosseggiando il sole; s'avvider gl'infedeli (e ben turbârsi) che la torre non è dov'ella suole:
e miran quindi e quinci intorno alzarsi una ed un'altra spaventosa mole: e mille in forme strane allor son viste macchine, al cui furor nulla resiste.
Non è la turba ostil più tarda o lenta, a l'ostinata, fèra, aspra difesa; ma dove il duce la minaccia o tenta, le sue trasporta, e poco or teme offesa.
Goffredo, che non lunge aver rammenta l'esercito nemico a tanta impresa, Ugone, Irpin, Procoldo, e seco appella Clotareo, e gli dispone armati in sella.
–Guardate (disse) voi, che mentre ascendo colà dove quel muro appar men forte, schiera non sia che rapida movendo, s'atterghi a gli occupati, e guerra apporte.–
Tacque; e già da tre lati assalto orrendo movon le valorose e fide scorte; e da tre lati il re le genti oppone, che nel morir la speme al fin ripone.
Egli medesmo al corpo omai tremante per gli anni e grave del suo proprio pondo, l'arme, che disusò gran tempo avante, circonda, e seco ha 'l suo figliuol secondo.
Solimano a Goffredo, il fèro Argante a Tancredi, ei s'oppone al buon Raimondo: altri le mura dispogliar da l'empie difese tenta, e 'l fosso appiana ed empie.
La maggior parte è de gli esperti arcieri che fanno di lontan piaghe mortali; tal ch'adombrato il ciel par che s'anneri sotto la nube de' pungenti strali.
Ma con forza maggior colpi più fèri ne venìan da le macchine murali: indi gran palle uscian marmoree e gravi, e con punta d'acciar ferrate travi.
Fulmine pare il sasso, e rompe e trita l'arme e le membra in guisa a chi n'è colto, che gli toglie non pur l'alma e la vita, ma la figura ancor del proprio volto:
non si ferma per grave ampia ferita l'asta, e del corso al colpo avanza molto, ch'entra d'un lato e per l'opposto il passa, fuggendo, e nel fuggir la morte ei lassa.
E pur non si ritira o vinta o stracca la forza ancor de le nemiche genti, ma contra le percosse o piume insacca, o lana stende o cose altre cedenti.
Non trovando contrasto, in lor si fiacca l'impeto e fa suoi colpi e vani e lenti; quelle, ove miran più la calca esposta, fan con l'arme volanti aspra risposta.
S'è fatto innanzi, e per timor non cessa l'assalitor che da tre parti or move. Chi va sotto coperchi, in cui la spessa grandine di saette indarno piove:
e chi le torri a l'alte mura appressa: e v'è chi le percote e le rimove. Tenta ogni torre di lanciar un ponte: cozza il monton con la ferrata fronte.
Ma s'apre spesso or questo lato, or quello a' gran colpi di sassi e di macigni: e rimangon di torre o di castello rotte le travi, e i cavalier sanguigni.
Tante fûr di quel volgo al ciel rubello le forze e l'arti e i dispietati ordigni: e sembra la vittoria ancor dubbiosa; e 'l fèro Argante pur minaccia ed osa:
–Non è questa Antiochia, e 'l buio e l'ombra cotanto amica a le cristiane frodi. Vedete chiaro il sol cui nulla adombra: noi desti, ed altra guerra in altri modi.
Qual da voi nuova tèma or caccia e sgombra il desio di predar con tante lodi? E sì tosto cessando or sète stanche, per breve assalto, o Franchi no, ma Franche?–
Così dicea, quando abbagliò repente un chiarissimo lume i lumi infermi de la mortal, terrena e cieca gente, che contra 'l ver non ha ripari, o schermi.
Poi fu veduto un cavalier lucente scender da' poggi solitari ed ermi, al cui splendor men chiaro il sol parrebbe, non ch'altri a cui sua luce il cielo accrebbe.
Soliman ed Argante e 'l volgo folle, in lui non volse il guardo oscuro e losco, perch'ei grazia di sé largir non volle, onde s'illustri il tenebroso e 'l fosco.
Prima Goffredo gli occhi a' raggi attolle, e: –Del Ciel (dice) i segni omai conosco.– Poi Raimondo, Tancredi e 'l gran Riccardo, più lieto a maggior luce alzò lo sguardo.
E volgendosi a quei che altrove fûro in altre imprese già guerrier famosi disse: –Ascendiamo al più superbo muro, e non siam di vittoria omai dubbiosi,
perché aita celeste al fin securo fa 'l più temuto calle a' più animosi: scudo aggiungiamo a scudo, onde ricopra l'un l'altro in guerra, e torniam pronti a l'opra.–
Giunsersi tutti insieme al breve detto, e 'l grave scudo alzâr sovra la testa e gli uniron così, che duro tetto facean contra l'orribile tempesta.
Sotto il coperchio il fèro stuol ristretto va di gran corso e nulla il corso arresta; che là dentro ha securo il capo e 'l tergo, come animal che porti il proprio albergo.
La veloce testudo al muro aggiunge, sì che 'l pardo sarebbe allor più lento. La scala a' merli il cavalier congiunge, e seguon lui cento guerrieri e cento.
Stral, lancia o trave non lo scuote o punge, né dànno pietre o spaldi a lui spavento. Disprezza ogni periglio, ogni percossa: sprezzeria, s'ei cadesse, Olimpo ed Ossa.
Una selva di strali e di ruine sostien sul dosso, e su lo scudo un monte. Scuote una man le torri al ciel vicine, e l'altra guarda la terribil fronte,
ma nulla offender può l'arme divine: grand'è l'esempio a l'opre illustri e conte. Chi qua, chi là sua scala al muro appoggia, e per la dubbia via combatte e poggia.
Muore alcuno, altri cade; ei più sublime sale, e questi conforta, e quei minaccia. Tanto è già su, che le tremanti cime afferrar può con le distese braccia.
Gran gente allor vi trae, l'urta e reprime, cerca precipitarlo, e pur no 'l caccia. Mirabil vista in periglioso assalto, resiste a mille un sol librato in alto.
E resiste, e gli offende, e si rinforza, e come palma suol, cui peso aggreva, suo valor combattuto ha maggior forza, e s'inalza rispinto e si solleva,
e vince alfin tutti i nemici, e sforza l'aste e gl'intoppi che d'incontra aveva, e sale il muro, e 'l signoreggia, e 'l rende sgombro e securo a chi da tergo ascende.
Ed ei medesmo al suo minor germano, ch'era già quasi di cadere in forse, stesa la vincitrice amica mano, a salir da quel lato aita porse.
Altrove al duce de gli eroi sovrano eran varie fortune intanto occorse: ché non pur tra' nemici ivi si pugna, ma le macchine fanno orribil pugna.
Sul muro aveano i Siri un tronco alzato ch'un'antenna parea d'armata nave, e sovra lui col capo aspro e ferrato, per traverso sospesa e grossa trave,
e indietro quel da canapi tirato, poi torna innanzi impetuoso e grave: tal rientra nel guscio ad ora ad ora testuggine e rimanda il collo fuora.
Urtò l'acuta trave e così dure ne la torre addoppiò le sue percosse che le ben teste in lei salde giunture aprì lentando, e lei respinse e scosse:
la torre a quel bisogno arme secure aveva già in punto, e due gran falci mosse che avventate con arte al duro legno de le funi troncâro ogni sostegno.
Qual gran sasso ch'al fin lunga vecchiezza solve dal monte, o svelle ira di venti, ruinoso dirupa, e porta e spezza le selve, e con le case i pigri armenti:
tal giù traea da la sublime altezza l'orribil trave, e merli, ed armi e genti. Diè la torre a quel moto orridi crolli, tremâr le mura e rimbombâro i colli.
Passa Goffredo saettando avanti, e già le mura d'occupar si crede; ma fiamme allora e fetide e fumanti lanciar da varie parti incontra ei vede:
né dal sulfureo sen tai fochi, o tanti mai spira Mongibel, se vento il fiede: né tanti dove troppo il sol riscalda piovono ardori in dilatata falda.
Qui vasi e cerchi ed aste ardenti or sono, qual fiamma nera, e qual sanguigna splende: l'odor maligno appuzza, assorda il suono, acceca il fumo, il foco arde e s'apprende;
e mentre scoppia, come nube al tuono, la torre entro al suo cuoio mal si difende. Già suda e si rincrespa e, se più tarda il soccorso del ciel, convien pur ch'arda.
Il magnanimo duce innanzi a tutti stassi, e non muta né color né ioco, e que' conforta che su' terghi asciutti versate han l'acque, onde s'estingua il foco.
In tale stato eran costor ridutti, e cresceva il periglio a poco a poco: quando ecco un vento, che improvviso spira, contra i nemici suoi l'incendio aggira.
Vièn contra il foco il turbo, e 'ndietro è volto il foco ove gli Ebrei le tele alzâro; e la molle materia in seno accolto l'ha senza indugio, e 'nfiamma ogni riparo.
O glorïoso a cui discopre il volto il Re superno, e 'l suo drappel più caro! A te guerreggia il cielo, e ubbidïenti vengon, chiamati a suon di tromba, i venti.
Ma l'empio Ismen che le sulfuree faci vide da Borea incontra sé converse, ritentar volle l'arti sue fallaci e sforzar la natura e l'aure avverse:
e fra le maghe sue fère seguaci, su l'alte mura a gli occhi altrui s'offerse; e torvo e nero, e squallido e barbuto, fra due furie parea Caronte o Pluto.
Già 'l mormorar s'udia de l'empie note per cui si turba Stige e 'l lago Averno; e 'l ciel parea oscurarsi, e negre rote far ne le nubi il gran pianeta eterno:
quando un gran sasso in mezzo lor percuote, che mandò l'alme al doloroso Inferno, ove de l'altrui colpa è giusta pena: e de' corpi restò figura appena.
Ma co' suoi di Germania o pur di Francia, la torre, da l'incendio omai secura, avvicina Goffredo onde si lancia il ponte omai su l'espugnate mura.
Altri oppone a l'incontro o spiedo o lancia: altri quel passo di tagliar procura; e di gravi secure i colpi addoppia. Sorge improvvisa un'altra torre, e scoppia.
La gran mole crescente oltre i confini de' più alti edifici in aria passa. Attoniti a quel mostro i Saracini restâr, veggendo la città più bassa.
Ma 'l Turco, ben che d'alto in lui ruini di pietre un nembo, il loco allor non lassa, né di tagliare il ponte ancor diffida; e gli altri che temean rincora e sgrida.
Allor si fe' vicino al sommo duce l'angel che già percosse il fèro drago, e fiammeggiò di sì divina luce, ch'ei non sostenne la celeste imago.
–Ecco già l'ora che vittoria adduce,– disse Goffredo al suo pensier presago. –Non chinar, non chinar gli occhi smarriti, mira con quante forze il ciel t'aiti.
Mira di luce e di splendore accenso l'esercito immortale, e parte ascolta: ch'io da gli occhi tôrrotti il nuvol denso di quella umanità ch'intorno avvolta,
adombrando t'appanna il mortal senso, sì che non vede alma dal vel disciolta: e sosterrai per breve spazio almeno, di pure forme lo splendor sereno.
Ecco di quei che guerreggiâro a Cristo, l'anime a cui nel suo trionfo apparse, che teco sono al fin de l'alto acquisto per cui già il sangue lor si spese e sparse.
Là 've ondeggia la polve e 'l fumo misto son d'alta mole alte ruine sparse; e 'n quella folta nebbia Ugon combatte, e de le torri i fondamenti abbatte.
Ecco Guelfo e Guidon che l'alta porta Aquilonar con ferro e fiamma assale. Ministra l'arme a' tuoi guerrieri, esorta ch'altri su monti, e drizza e tien le scale.
Quel ch'è sul colle, e 'l sacro abito porta, e la sua mitra è a le più degne eguale, è 'l pastore Ademaro, alma felice. Vedi ch'ancor vi segna e benedice.–
Così diss'egli; e mille spirti, e mille Goffredo vide e riconobbe i mostri. L'alme poscia sparîr come faville, o lumi affissi a gli stellanti chiostri.
Sparì l'angelo ancor ch'a lui scoprille, e qual raggio volò fra' duci nostri. Tende l'arco il gran duce, e dov'ei scocca, siro o turco guerrier cade e trabocca.
Cedean l'arme e le fiamme e i fèri ardori al grand'arciero, e ben di ciò s'avvide, lieto vie più de' suoi celesti onori, e vittoria mirò che pur gli arride.
Lutoldo, e 'l buon Guglielmo, invitti cori, aveva a tergo e l'emulo d'Alcide Eustachio a lato, ch'il tardar disdegna, e prende l'onorata e sacra insegna.
Passo primier Goffredo il ponte al varco con saldo piè, che non s'arresta o falle e rifuggì l'empio soldàn da l'arco cedendo al pio guerrier l'angusto calle.
Portava Eustachio il venerato incarco del gran vessillo a l'onorate spalle, seguito da color ch'a prova scelse: e sul muro piantò l'insegne eccelse.
La trïonfale insegna in mille giri alteramente si rivolge intorno: e 'ntanto a lei par che risplenda e spiri l'aura più riverente e 'l ciel più adorno:
ch'ogni dardo, ogni strale invan si tiri, e faccia dechinando indi ritorno: par che Sion, par che l'opposto monte l'adori, e 'nchini la devota fronte.
Allor tutte le squadre il grido alzâro de la vittoria altissimo e festante; e replicârlo i monti in suon più chiaro che rimbombò d'occaso e di levante
al mezzogiorno: e vinse ogni riparo Tancredi opposto a lui dal fèro Argante. Gittò suo ponte ed innalzò veloce su l'alte mura la purpurea croce.
Onde Raimondo a' suoi da l'altra parte gridò: –Compagni, è la città già presa. Vinta ancor ne resiste? or soli a parte non sarem noi de l'onorata impresa?–
Ma 'l re, cedendo alfin, di là si parte e lascia disperata aspra contesa; e come belva al suo covil rifugge: di rabbia intanto e di furor si strugge.
Entra vittorioso il campo tutto su per le mura e per l'antiche porte, ch'è percosso, caduto, arso e distrutto ciò che lor s'opponea, rinchiuso e forte.
Volan le fiamme, e l'arme, e 'l duolo e 'l lutto, e segue il cieco orror l'orrida morte; ristagna il sangue in gorghi e 'n rivi inonda, cerca il timor latebre in cui s'asconda.
Sta su la porta Aquilonar, ch'ondeggia vie più ch'ogni altra di quel sangue ingiusto, e 'nvia le fide genti a l'alta reggia, ne l'impeto confuse, Ugon vetusto:
e ne l'arme lucenti ivi fiammeggia, come nel balenar vapore adusto: e de la morte altrui fatto vermiglio, quivi è Ramboldo, e v'è Conone, e 'l figlio.
Gherardo e Gasto e 'l suo Gaston da Beri, e 'l gran Berton, degni d'eterna fama; e Tommaso di Feria altri guerrieri co' più lontani amici invita e chiama.
Per la porta de l'Austro or son primieri Raimondo che vendetta a tempo brama, e Rodolfo, e di Sabra il fier Guglielmo, e quel ch'in mitra poi cangiato ha l'elmo.
E quindi e quinci uniti in lungo stuolo, parte imbraccia lo scudo e 'l ferro stringe, trascorrendo il sanguigno orribil suolo che fra le morti il piè ritarda e tinge.
Di calle in calle, e d'un in altro duolo, fugge la turba ch'il timor sospinge: qual tra Scilla e Cariddi i rischi alterni fuggon le navi a' tempestosi verni.
Ma per le vie ch'al men sublime colle portan verso orïente al vecchio tempio, tutto del sangue ostile orrido e molle, Riccardo corre e caccia il popolo empio.
La spada fiammeggiando in alto estolle sovra gli armati e fa più fèro scempio. E schermo frale ogni elmo ed ogni scudo: securo è quel ch'è più de l'arme ignudo.
Sol contra il ferro il nobil ferro adopra e sdegna ne gl'inermi esser feroce; e quei ch'ardir non armi, arme non copra, caccia co 'l guardo e con l'orribil voce.
Vedresti di valor mirabil opra, come or disprezza, ora minaccia, or nuoce e con periglio disegual fugati son fra la plebe vil guerrieri armati.
Pria co 'l più debol volgo anco ritratto s'è folto e grande stuol del più guerriero nel tempio, che più volte arso e disfatto, pur si nomò dal fondator primiero;
ma di marmi e di cedri e d'òr già fatto fu da quel re con nobil magistero; men bello e ricco allor, pur saldo e forte era di torri e di ferrate porte.
La porta spazïosa apriva il passo incontra 'l sol quando tramonta e cade, l'aurea da l'orïente, e 'n vivo sasso lesse il nome d'Omar la nuova etade.
Quivi da varie parti il volgo lasso fugge il furor di peregrine spade. V'è già Tancredi intorno, e già raccoglie le schiere intente a l'onorate spoglie.
Ma giunto dove scorge insieme accolte l'amiche squadre il cavalier sublime, il trova chiuso; e varie intorno, e molte difese sovrastar da l'alte cime.
Alza il feroce sguardo e ben due volte tutto il mira da parti eccelse ad ime; picciol varco cercando ed altrettante circonda lui con le veloci piante.
Qual lupo predatore a l'aër bruno le chiuse mandre insidïando aggira, che d'atro sangue ancor lungo digiuno vorria far sazio, e l'odio il move e l'ira:
tal egli intorno spia se passo alcuno, piano od erto che siasi, aprirsi mira. Contra la prima porta alfin si ferma: teme d'alto la turba, il core inferma.
In disparte giacea (qual che si fosse l'uso a cui si serbava) antica trave: né così alte mai, né così grosse drizza l'antenne sue spalmata nave.
Tancredi insieme e 'l gran guerrier la mosse con quel poter cui nessun pondo è grave. Ruggîr le porte, e lor s'aprîro avanti, svèlti dal sasso i cardini sonanti.
Rende misera strage atra e funesta l'alta magion ch'a Dio ne' primi tempi fu sol albergo in terra; e quinci è desta l'ira ne' cor pietosi incontra gli empi.
O giustizia più irata, ove men presta del tuo volere eterno il corso adempi! Di quei che già macchiâro il tempio sacro, tu facesti nel sangue ampio lavacro.
Fine gemme lucenti, argento ed auro son prezïosa a' nostri e cara soma; e vario d'Orïente ampio tesauro, quanto adornar di sé l'antica Roma,
quanto appagar potria l'infido Mauro, e quei ch'il re d'Egitto affrena e doma: e breve ora sgombrò quel ch'in molti anni man rapaci adunâr d'empi tiranni.
Il fier soldano intanto a la gran torre ito se n'è, che di David s'appella; e qui fa de' guerrier l'avanzo accôrre, e chiude intorno e questa strada e quella:
Ducalto senza indugio ancor vi corre; il soldàn, com'il vede, a lui favella: –Vieni, o stanco signor, vieni, e là sovra ne la rocca fortissima or ricovra.
Ché dal furor di gente aspra e nemica guardar potrai la tua salute e 'l regno.– –Oimè (risponde), oimè! la terra antica distrutta cade, e 'l furor passa il segno:
scorno è la vita mia, non pur fatica. Vissi e regnai; non vivo più né regno. Ben si può dir: –Noi fummo.– A tutti è giunto l'ultimo dì, l'inevitabil punto.–
Come pastor che già, fremendo intorno il vento e i tuoni e balenando i lampi, vede oscurar da mille nubi il giorno, ritrae le gregge da gli aperti campi,
e sollecito cerca ampio soggiorno ove l'ira del ciel securo scampi: e co 'l grido drizzando, e con la verga le mandre innanzi, a gli ultimi s'atterga:
così il fèro soldàn quel veglio stanco fa dentro ritirar da' lochi aperti, con un de' tanti figli a cui pur anco qualche speme riman de' casi incerti:
perché venian Camillo e 'l duce Franco, con gran rimbombo d'arme, e i duo Roberti. Egli che vòta avea l'ampia faretra, ultimo cede, e tardi al fin s'arretra.
Mentre qui sostener l'orribil guerra ei spera, in guisa d'un incendio ardente, l'ira del vincitor trascorre ed erra per la città già presa a l'occidente.
Or chi giammai de l'espugnata terra potrebbe appien l'immagine dolente ritrarre in carte? od adeguar parlando, tanto orror così atroce e miserando?
Ogni cosa di strage intorno è pieno. Vedeansi quasi in monti i corpi avvolti: là i feriti su' morti, e qui giacièno sotto morti insepulti egri sepolti.
Fuggian, premendo i pargoletti al seno, le meste madri co' capegli sciolti: e 'l predator fra spoglie e fra rapine, le vergini stringea nel lungo crine.
Le quai, con guancia smorta e scolorita, parean colombe fra pungenti artigli: molte, credendo d'allungar la vita, fuggìr su' tetti gli ultimi perigli:
onde co 'l padre suo, d'alto ferita, cadde l'inerme famigliuola e i figli, misero precipizio! e non rimase servo o signor ne le dolenti case.
Ma l'infelice Argante, a l'ore estreme vicinissimo omai, la morte agogna: nulla di sé, de la consorte ei teme. che di lasciar solinga ha gran vergogna:
brama, s'altro non può, morire insieme; e se medesmo più ch'altrui rampogna: e vêr la torre de le donne il corso drizza con pochi amici al lor soccorso.
Ma come sua fortuna i passi scorge, perché dal fine anzi 'l morir non erri, giunge là u' egual torre al ciel risorge; e pria che dentro si rinchiuda e serri
pur s'avvien in Tancredi, e pur s'accorge de la sua morte al folgorar de' ferri: e grida a lui: –Così la fé, Tancredi, mi servi tu? così a la pugna or riedi?
Tardi riedi e non solo: io non rifiuto teco in nuova tenzone anco provarrne, benché piuttosto incontra me venuto quasi mastro di macchine tu parme.
Fatti scudo de' tuoi, trova in aiuto novi ordigni di guerra e 'nsolite arme: e di lor quindi ti circonda e quinci, uccisor delle donne; e così vinci.–
Sorrise il cavalier, e pieno il riso fu d'amarore, ed ebbe a lui risposto: –Tardi è il ritorno mio, ma pur avviso che frettoloso ti parrà ben tosto:
e bramerai che te da me diviso, o l'alpe avesse, o fosse il mar frapposto. L'uccisor de le donne or te disfida, d'eroi micidïale, e 'n guerra affida.–
Ripiglia i detti audaci il turco ardito: –Omai tu eleggi il campo o 'n alto o 'n basso, o 'n loco pieno d'arme o 'n più romito; ché per tèma o svantaggio io non ti lasso.–
Così detto, e risposto al fèro invito, muovon concordi a la battaglia il passo. L'odio i nemici accoppia, e difensore fa l'un de l'altro il bel desio d'onore.
Presso a la torre, ove a le donne estrane novo e femineo albergo al ciel s'alzava, Mello fa quasi due città lontane, Mello vorago già profonda e cava.
M¢ria da la man destra a lei rimane, co 'l fonte che le gregge inonda e lava: Sion da l'altra: in mezzo un vòto calle steso è per l'adeguata e piana valle.
Restò la fèra coppia ivi solinga; e più de l'altro il saracin sospeso, che perduto ha lo scudo in cui rispinga i colpi ostili, ond'è via men difeso.
Tancredi, in guisa d'uom ch'onore astringa, del suo gittò per terra il grave peso; poscia incontra s'andâr con fèro sguardo, ché ben conosce l'un l'altro gagliardo.
E' di corpo Tancredi agile e sciolto, e di man velocissimo e di piede. Sovrasta a lui con ampia fronte, e molto di smisurate membra Argante eccede.
Girar Tancredi o stare in sé raccolto, per avventarsi e sottentrar si vede: e con la spada sua la spada ei trova del suo nemico, e la respinge a prova.
Ma disteso e diritto il fèro Argante dimostra arte simìle, atto diverso. Quanto egli può va col gran braccio avante, e cerca il ferro no, ma 'l corpo avverso.
Quel gli sembra d'intorno augel volante, questi gli ha il ferro al volto ognor converso: minaccia, e 'ntento a divietargli ei stassi furtive entrate e subiti trapassi.
Così guerra naval, quando non spira per lo piano de l'onde o Borea o Noto, fra due legni ineguali egual si mira, che l'un d'altezza val, l'altro di moto:
l'un con volte e rivolte assale e gira da proda a poppa e l'altro resta immoto; e quando il più leggier più s'avvicina, d'alta parte minaccia alta ruina.
Mentre il pio cavalier l'aggira e tenta, battendo il ferro che si vede opporre, vibra Argante la spada e gli appresenta la punta a gli occhi; egli al riparo accorre;
ma lei rapida e grave e vïolenta, cala il pagano e 'l difensor precorre, e 'l fére al fianco; e visto il fianco infermo, grida: –Lo schermitor vinto è di schermo.–
Il cavalier fra 'l suo disdegno e l'onta, si rode e lascia ogni arte ond'uom si guardi: e 'mpetuoso il suo nemico affronta, come perdita stimi il vincer tardi:
e quella spada ch'è al ferir sì pronta gli drizza a l'elmo, ov'egli s'apre a' guardi. Ribatte il colpo Argante e 'l tiene a bada; ma Tancredi già viene a mezza spada.
Pendere alfin lasciò d'aurea catena la spada e sotto al cavalier si spinse, e l'abbracciò con affannata lena. Tancredi ancor lui presse e lui ricinse:
né con più forza da l'adusta arena sospese Alcide il gran gigante e strinse, di quella onde facean tenaci nodi le valorose braccia in vari modi.
Tai le rivolte fûro e tai le scosse, ch'ambo calcâro il suol co 'l grave fianco. Argante (o sua ventura od arte or fosse) sovra ha il braccio migliore e sotto il manco.
Ma la man ch'è più atta a dar percosse impedita soggiace al meno stanco. Ei, che vede il periglio e vede il tempo, si scioglie, salta in piè, percote a tempo.
Sorge l'altro più tardi, e 'l colpo in prima che sorto ei sia gli aggrava il capo inchino: ma come a l'Euro la frondosa cima piega, e 'n un tempo la solleva il pino,
così lui sua virtute alza e sublima quando era quasi al ricader vicino. Qui s'inaspra la pugna, e avvien ch'ella abbia meno d'arte e di possa e più di rabbia.
Esce a Tancredi in più d'un loco il sangue; ma ne versa il pagan quasi torrenti. Già ne le sceme forze il furor langue, quai lumi in poco umor via meno ardenti.
Tancredi ch'il vedea co 'l braccio esangue girar i colpi ad or ad or più lenti, dal magnanimo cor deposta l'ira, placido gli ragiona e 'l piè ritira:
–Cedimi, uom forte, e riconoscer voglia, non la vittorïosa alta fortuna, ma 'l vero Dio: che più onorata spoglia acquistar non potrai sotto la luna.–
Terribile il pagan più che mai soglia, tutte le furie sue desta e raguna: risponde: –Or dunque il meglio aver ti vante? Ed osi di viltà tentare Argante?
Usa la sorte tua, ché nulla io temo; e 'ncontra me tutte le forze accampa.– Qual le tremanti fiamme, anzi l'estremo, di notte rinforzò lucida lampa:
tal riempiendo d'ira il sangue scemo, di furor nuovo or più orgoglioso avvampa: e di morte illustrò l'ore propinque, come chi vita, e non virtù relinque.
La man sinistra a la compagna accosta e con ambe congiunte il ferro abbassa. Cala un fendente, e ben che trovi opposta la spada ostil, la forza e via trapassa;
scende a la spalla, e giù di costa in costa, molte ferite in un sol colpo or lassa. Se non teme Tancredi, il petto audace non fe' natura di timor capace.
Quegli l'orribil colpo addoppia invano, e l'ire con le forze al vento ha sparte, che dal colpo Tancredi andò lontano, girando il passo a la contraria parte.
Tu dal gran peso tuo tirato al piano, cadesti, Argante, e non potesti aitarte. Per te cadesti, avventuroso in tanto, ch'altri non ha di tua caduta il vanto.
Il cader dilatò le piaghe aperte, e 'l sangue espresso dilagando scese. Punta la manca in terra, e si converte il disperato a l'ostinate offese.
–Renditi,– grida, e gli fa nuove offerte, senza noiarlo, il vincitor cortese. Ma quegli, non risorto anco, piagarlo tenta di nuovo colpo e potria farlo.
Turbossi allora il pio guerriero e disse: –Giusta pietate è il non usarla or teco.– Poi la spada gli fisse, e la rifisse per la visiera al già latrante e cieco.
Moriva Argante, e tal moria qual visse; l'alma fuggìa di Pluto al nero speco; ma ne la morta e spaventosa faccia più terribil la morte ancor minaccia.
Devoto il vincitore Iddio ringrazia, ch'alta vittoria a tanto ardir succeda: e prega lui che grazia aggiunge a grazia, perch'ei salute, oltra l'onor, conceda.
Poi là s'invia dove trascorre e spazia l'Italico guerrier di preda in preda, anzi di morte in morte: e passo passo per le già corse vie muove il piè lasso.
Vafrino incontra e gli altri a diece a diece, a cento a cento, e la sua schiera stessa, e quel che tanto valse e tanto fece, che di lui cerca e da tutt'altro or cessa;
e 'l bel Ramusio, e chi di padre in vece gli era in onore, al vincitor s'appressa: né può bramar più cari a cui s'appoggi, parenti e servi, insin ch'al sommo ei poggi.
Altri l'elmo gli porta, altri l'usbergo, altri le spoglie del guerrier crudele, ch'ingombra quel sentier col nudo tergo, sin che manto l'accolga o fossa il cele.
Già risonar s'udia 'l dorato albergo d'alte femminee strida e di querele: e correan tra marmoree alte colonne, timide e meste e lagrimose donne.
Tancredi incontra alberga ov'ei difenda quelle infelici da nemico oltraggio: e vuol ch'il grande scudo ivi s'appenda, con l'armi illustri in quel breve paraggio.
Su le porte del tempio avvien che splenda l'altro che pare un speglio al vivo raggio. N'alzâr mill'altri in M¢ria antica e sacra di Dio magione, e 'n Sìon mille, e 'n Acra.
Tre monti d'arme ha circondati e presi vittorïosa gente, e 'n lor soggiorna. Paion leoni in ciel, di stelle accesi, draghi, orsi e tauri con dorate corna;
ed aquile gli scudi in lor sospesi: e l'orrida vittoria han fatta adorna, con vari altri di fama, e d'onor degni, e di gloria immortal lucenti segni.
L'umil plebe fedel che scosse il giogo d'aspro servaggio e le catene ha rotte; quando temea che ferro, o laccio, o fuogo recasse a gli occhi lor perpetua notte,
lieta rimira pur di luogo in luogo l'arme e le genti, a trïonfar condotte: e Pietro loda e gli s'inchina umìle, mentre è lunge il pastor del sacro ovile.
Le tue promesse, o Pietro, a te ricorda, che non spargesti lor d'oscuro oblio. Te chiama padre il suon ch'insieme accorda, te suo liberator, te santo e pio.
Purgan poi la citta macchiata e lorda, di nuovo ornando i sacri tempi a Dio. Ma gli altri duci accoglie il sommo duce, già declinando la diurna luce.
E lieto dice, e con real sembianza: –Esaltate ha il gran Dio l'arme pietose; ma più de l'opra che del giorno, avanza: pur siam già presso al fin ch'in terra ei pose,
quasi celeste; e gli empi han qui speranza; ma più ne l'oste che da noi s'ascose: or d'Ascalona a noi minaccia, e manda sfide ed araldi, e 'ntanto a lor comanda.
Ed offre di battaglia indi non lunge gran campo e guerra de' perigli estrema. Ma per disfida che disprezza, e punge, (se meco osate voi) di nulla ho tèma.
Di vittoria in vittoria il ciel congiunge gli animi nostri a la tenzon suprema. Or pensiam ch'il nemico è presso, e scarso il tempo, e riasciughiamo il sangue sparso.
Ite, e curate quei c'han fatto acquisto di questo regno a voi col sangue loro, ché non conviensi a' cavalier di Cristo il desio di vendetta e di tesoro.
Troppo, ahi! troppo di male oggi s'è visto, e fatto preda abbiam d'argento e d'oro. Membrate ch'oggi è il sesto e sacro giorno, ch'il re sofferse, onde Satàn ha scorno.–
Così diceva, e 'ntanto il tempio immondo pur si nettava e i vòti alberghi e i calli, per quei che già soffrîr più grave pondo, che d'oprar remo, o di cavar metalli:
e' sanguinosi corpi al cupo fondo portati fûr di tenebrose valli: perch'odor grave a la città non surga; e ne l'aperto ciel si sparge e purga.
Ma quel d'Argante si conserva e dona, perché riceva alfin gli onori usati, là 've al femineo pianto il ciel risuona d'alte grida e di tremuli ululati.
Lugeria che sperò scettro e corona, ora accusa le stelle, e 'l cielo, e i fati, e 'l crin si squarcia, e batte palma a palma, mentre è portata a lei sì cara salma.
Ma come vede il suo marito anciso, a cui pudico il petto anco riserba, spargendo il pianto sovra il morto viso, bacia la faccia ancor fèra e superba:
–Fosti, giovine ancor, da me diviso (dice), caro signor, per morte acerba; e lasci me co 'l tuo più caro pegno, vedova e serva, e presa al giogo indegno.
Ne la tenera etate è il figlio ancora, che generammo al lagrimoso duolo, tu ed io infelici; e più m'accora ch'in grande stirpe e quasi estremo, e solo
non vedrà gli anni in cui virtù s'onora, né l'alta fama tua, che spazii a volo, né de l'avo il bel regno, o regio nome lieto il farà tra vinte genti e dome.
Ma di tua madre, o figlio, a' lidi estrani seguirai su le navi il duro caso: ed in atto servil Franchi, o Romani, ne' regni inchinerai del nero Occaso,
anzi signor superbo: o se rimani, spietata pena avrai d'esser rimaso, da gran torre rotato o d'alte rupi, a pascer di tue membra i corvi, o i lupi.
Fèri nemici irati al debil figlio, misero Argante, anzi 'l morir lasciasti; al vecchio genitor morte od esiglio, a l'orba madre ignudi membri, e guasti:
e senza fine a me lutto e periglio, e pensieri d'amor dolenti e casti: né prima ebbi da te baci, o parole, ond'io, piangendo, il mio dolor console.–
Così dice ella; e 'l volto e 'l seno aspersi avean di pianto le donzelle insieme; quando lutti fra lor nuovi e diversi, incomincia la madre, e plora, e geme:
–Argante, nessun duolo eguai soffersi pari a quel che per te m'aggrava e preme: ch'eri di tutti i figli a me più caro, di cui mi priva empio destino avaro.
D'animo, di valor, di fatti egregi, tutti vincesti, e di reale aspetto; da' soldani onorato e d'alti regi, spaventoso a' nemici, a' tuoi diletto.
Difendesti la patria, e palme e fregi n'avesti, or n'hai trafitto il viso e 'l petto: e col tuo regno cadi, ond'io presaga, sento al dolente cor prevista piaga.
Del mio senil consiglio a te non calse, o del materno duolo, o del cordoglio; ma contra 'l ciel giammai non vale o valse terrena forza o pur terreno orgoglio:
o mondane grandezze incerte e false! per gran prosperità vie più mi doglio, fra superbe, nemiche, irate squadre, misera vecchia, serva ed orba madre.–
Così dicea nel lutto; e già non tacque Nicea ne l'angoscioso aspro dolore, Nicea, da la fortuna in riva a l'acque condotta prima e dal suo vano amore:
e ritornata poi, si come piacque al suo destin, dal periglioso errore: or come l'altre il crin si svelle e frange, e come l'altre sospirando or piange.
–Tu giaci, Argante; Argante, oimè, sei morto: o arti mie fallaci, o falsa spene! A cui più l'erbe omai raccoglio e porto da l'ime valli e da l'inculte arene?
Non ti spero veder mai più risorto, per mia pietosa cura. A cui s'attiene più questa vita mia noiosa e schiva, nel duro esiglio e di sostegno or priva?
Deh chi m'affida, ahi lassa, e mi consola nel caso estremo e ne l'orribil fine? Chi il padre amato e 'l mio fratel m'invola, già morti? o fèra morte avranno alfine?
Sola io non sono al mio dolor; ma sola veggio, dopo la prima, altre ruine, altri incendi, altre morti: e grave e stanca, quest'alma al nuovo duol languisce e manca.–
E piangendo così, commove al pianto l'altre sue meste e dolorose ancelle. Poscia involgono Argante in ricco manto con la tenera mano e queste e quelle:
de l'arme sue gli van mettendo a canto le già più care e più lucenti e belle, ed archi, e strali, e prezïose spoglie, ch'oscura fossa in sen profondo accoglie.
Scettro e corona appresso, e prede ostili, segni de la passata ampia fortuna, e de la cara mano opre gentili: gittanvi ancor con l'adombrata luna
e di candide perle e d'òr monili, e ciò ch'al rogo la Fenice aduna. Chiude l'avara terra ingrato dono, e geme de' lamenti al flebil suono.
Eran sepolti altri guerrier sotterra, (pur come è l'uso) ed altri accesi ed arsi; né di lor tomba in lagrimosa guerra tempi o meschite, o di lor pompa ornârsi:
e fuor del cerchio che tre monti or serra, splendon quei roghi, ardon quei fuochi sparsi. Enon e Giosafat luce e fiammeggia: di valle in valle il fumo al cielo ondeggia.
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